– Se si provasse a riflettere sulle alterne vicende della storia italiana, a centocinquant’anni dalla stretta di mano tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi a Teano, che consegnò ai Savoia un’Italia unita – ancora “incompleta”, ma “una” – dovremmo giungere alla conclusione che questa disordinata unità, questo senso dell’identità nazionale e di un destino comune, è ciò che ha consentito all’Italia di scampare ai naufragi più rovinosi della sua storia.

La questione dell’unità nazionale, tante volte vituperata e strumentalizzata per fini politici, ha in sé un valore incontestabile. Rappresenta l’unico collante di un paese che è incorso in pesanti disavventure ideologiche e che attorno alla sua identità nazionale ha saputo, dopo ogni passo falso, ricostruirsi e progredire.

Non bisogna commettere l’errore di pensare che l’identità nazionale sia alla fine destinata a prevalere rispetto ad altri riflessi, a tendenze campanilistiche e ad egoismi corporativi e locali. Anzi, rischia spesso di soccombere. Per questo occorre superare un’idea rituale dell’unità nazionale e civile del paese, slegata dalla sua realtà sociale. In tal senso si sono mossi due Capi di Stato accorti come Ciampi e Napolitano, che della questione nazionale hanno fatto una priorità dei rispettivi mandati presidenziali.

L’unità nazionale ha bisogno di un senso di compiutezza: proprio in quanto non si tratta di un’entità a sé stante, bisogna integrarne il profondo significato nel percorso del nostro Paese. Come? Imparando dagli errori.

La crisi economica che ha investito la comunità mondiale (e di conseguenza anche l’Italia) può essere uno stimolo importante, perché ha dimostrato come il nostro Paese viaggi su diverse velocità, con regioni che hanno retto l’urto meglio di altre che invece rischiano il collasso: una situazione già presente, ma che la crisi ha aggravato e contribuito a mettere in luce chiaramente.

L’unità politica e simbolica deve trasferirsi su un piano pragmatico, di applicazione concreta delle regole e dei principi: serve una politica equilibrata e seria, che non associ a situazioni disuguali regole disuguali, che non cerchi soluzioni straordinarie destinate a perpetuare l’ “eccezione meridionale”. Non porta da nessuna parte la via percorsa in tutta la storia unitaria: quella dei commissariamenti, delle soluzioni a breve termine, degli extra-finanziamenti, delle deroghe e del compromesso con una classe dirigente locale autoreferenziale e parassitaria.

Una politica trasparente, accorta e ambiziosa, che guardi al futuro: questa è la ricetta che occorre a un Paese che aspiri a definirsi unito, anche e soprattutto nei fatti. Occorre portare avanti quella che fu l’opera dei padri nobili della nazione, con lo spirito e guardando ai problemi dei nostri tempi. Per superare le difficoltà, le tendenze secessioniste e le rivendicazioni localiste che scuotono il Paese e sono raccolte da alcuni movimenti politici, occorre una soluzione nazionale.

La valorizzazione delle differenze territoriali va realizzata nella logica di una grande enciclopedia culturale del popolo italiano, con un approccio inclusivo e non esclusivo, di relazione e non di divisione. Non è un argomento retorico e “buonista”, ma pratico e realista. La Lombardia, se non fosse italiana, ma “padana”, non varrebbe di più ma di meno.

Bisogna recuperare in quest’ottica la grande storia dell’Italia, le sue radici, il suo patrimonio culturale, perché ognuno possa affermare con orgoglio “Questa è la mia patria”, come faceva Giuseppe Mazzini.

La grande sfida dell’Italia unita è oggi la lotta al “presentismo”, all’immobilismo della società; superare i divari e abbattere gli steccati e i tabù è cosa che può essere fatta solo da un Paese che ragioni pensandosi “uno” e immaginandosi “al futuro”. Per essere uniti, dobbiamo sfidare il culto del presente. Il Nord non è solo Bossi. L’immigrazione non è solo una paura dei padri, ma un’occasione per i figli. Il welfare non è solo quello che serve ai nonni, ma anche ai nipoti.

Anche l’Europa della crisi ha dimostrato che i problemi di alcuni diventano subito problemi di tutti, e che solo un’Europa unita o perlomeno coesa può accompagnare gli stati membri – quelli più ricchi come quelli più poveri –  nella bufera di una congiuntura sfavorevole. L’Italia deve fare altrettanto.