Le sventure della Virtù. Obama e il disastro politico sulla moschea a Ground Zero

– Ma hanno davvero ragione Repubblica e Vittorio Zucconi?

Hanno davvero ragione i Furio Colombo ed i Gad Lerner quando esaltano l’affermazione dei principi e la “visione profetica” del presidente americano sul caso della moschea di Ground Zero? Hanno davvero ragione loro, da sempre campioni del politicamente corretto, quando giudicano gli interventi di Obama solo con il metro delle anime belle, del liftato giudizio di buon senso, oppure…

Oppure gli interventi di un presidente vanno valutati attentamente, sì sulla base delle intenzioni, ma anche e soprattutto andando a giudicare, con distacco e necessaria serietà, i risultati, politici e non, che nella loro concretezza quelle intenzioni e quelle azioni hanno prodotto?

Del resto, cosa si può obiettare al discorso di Obama? Un discorso perfetto, di libertà, di eguaglianza, di rispetto degli uomini e delle comunità, un senso della narrazione ineccepibile. E’ davvero possibile raccontare altrimenti questa dannata “storia della moschea”?

Proviamo ad intenderci prima di tutto sul piano dei principi fondamentali. Negli Stati Uniti la libertà di religione è la prima libertà. First Freedom, non a caso protetta dal primo emendamento alla Costituzione federale. Quello americano è stato un continuo esperimento alla ricerca di un modello di coesistenza di fedi diverse in un contesto pluralistico, un modello cui guardare, con invidia, per i risultati raggiunti. Sui principi quindi non si transige, e neanche coloro che si oppongono alla costruzione della moschea si spingono fino a negare il diritto dei musulmani di praticare la loro religione e di costruire luoghi di culto. Come ha sottolineato Eugene Volokh, dal punto di vista legale il caso è semplice: nessuna interferenza è possibile. Tantomeno esistono problemi giuridici legati al fatto che qualcuno possa sentirsi offeso dalla costruzione della moschea.

Quando però i principi sono chiamati ad interagire con la realtà il problema diviene di carattere pratico, profondamente politico, e dalla sfera della legalità si passa a quella dell’opportunità. Tra quelli che si oppongono alla costruzione dell’edificio, escludendo una frangia altamente ideologizzata, molti sono infatti contrari all’opportunità di edificare la moschea solo perché sarebbe situata a due passi da Ground Zero. La pensa come loro il 68% degli americani. Nonostante tutto, gli sforzi del sindaco Bloomberg, ricordati su Libertiamo da Giordano Masini, depotenziando il fattore ideologico erano riusciti a smorzare i toni e ad incanalare il dibattito nei limiti di una, per quanto inusuale per il tema in discussione, normale dialettica politica. Poi è arrivato Obama.

Con l’intervento di venerdì (quello commentato da Zucconi) ha dato a tutti l’impressione di appoggiare la costruzione della moschea vicino Ground Zero. Sabato ha invece precisato di esser a favore del diritto dei musulmani di costruire il centro, ma di non essersi in concreto pronunciato sulla sua “sensatezza” del progetto newyorkese. Una precisazione troppo repentina che ha contribuito a generare ulteriore confusione e che, come ha scritto Richard Adams sul Guardian.: “non è stata d’aiuto a nessuno”.

La vicenda è allora esplosa su scala nazionale. I maggiori network TV conservatori (Fox News in testa), le radio degli evangelici, i bloggers, hanno cominciato a martellare. Jay Sekulow dell’American Center for Law and Justice ha colto la palla al balzo e nel tentativo di trovare qualche appiglio giuridico per bloccare il progetto, ed incrementare la visibilità mediatica dei conservatori evangelici, ha scatenato i suoi avvocati.

In sostanza l’intervento di Obama, nazionalizzando il dibattito sulla costruzione della moschea e rendendo nazionale quella che fino ad allora era una vicenda locale, è riuscito a ricompattare e dare nuova linfa alla base dei social conservatives.

“Washington, la Casa bianca, l’amministrazione, il presidente stesso hanno perso il contatto con l’America”, ha detto alla rete televisiva Fox il senatore del Texas John Cornyn, un concetto ripetuto poi da altri esponenti repubblicani impegnati per la campagna di novembre. In prima linea contro la moschea, si è schierata anche l’associazione Keep America Safe, guidata da Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney. E’ poi intervenuta Debra Burlingame, sorella del pilota dell’aereo che si schiantò sul Pentagono. “Oggi sono d’accordo con la teoria dello scontro di civiltà”, ha dichiarato, negando che si tratti di una questione di libertà di religione. Il segnale più preoccupante, soprattutto per Obama, è poi arrivato quando anche Harry Reid, leader dei democratici al Senato, ha preso le distanze dalle dichiarazioni del presidente.

Ed in queste ore sono sempre di più i democratici impegnati in elezioni locali chiamati a rispondere delle dichiarazioni di Obama. Un vortice che promette di andare avanti fino alle elezioni di mid-term, e che in alcuni casi ha coinvolto anche progetti per altre moschee già discussi ed approvati in altri Stati.

Perché Obama ha scelto di intervenire? Bloomberg era riuscito con pragmatismo e giusto idealismo a gestire la situazione newyorkese, Obama è invece riuscito, con il suo intervento, a polarizzare un dibattito fino ad allora confinato alla dimensione locale. Secondo Zucconi: “Quando l’occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, (Obama) non sa resistere”. Il punto è che in politica, e soprattutto nel contesto di scelte così delicate e difficili, per un presidente non è sufficiente assolvere al compito di supremo costituzionalista. Obama dovrebbe capire che non basta aver ragione, ma che c’è sempre bisogno di qualcuno che sia disposto a dartela.

Come Justine nel romanzo di De Sade, pur impeccabile nei suoi propositi, appare inesorabilmente, e sempre più spesso, vittima delle sue virtù. Per un politico, non è un buon segno e sembra non esserlo nemmeno per la moschea di Ground Zero (secondo le ultime indiscrezioni i leader musulmani starebbero per rinunciare al progetto).

Prima o poi se ne accorgeranno anche Repubblica e Furio Colombo. Forse.


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

8 Responses to “Le sventure della Virtù. Obama e il disastro politico sulla moschea a Ground Zero”

  1. roberto scrive:

    Non capisco il senso di quest’articolo: se è stato Bloomberg quello a dare l’assenso perchè attaccare Obama perchè ha fatto un discorsio più alto di principi? Non è che i repubblicani siano più divisi di quello che sembra?

  2. Paolo scrive:

    “CI VOLEVANO fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d’America sono costruiti sulla libertà di praticare “qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo” ” [V.Zucconi – 15/08/2010]

    Questo ha scritto Zucconi, non lontano da quello che hai scritto tu, mi pare…

    Il succo è: Obama rispetta le promesse elettorali e la costituzione americana mettendo in difficoltà i suoi consensi e le elezioni di mid-term. Avercene.

  3. pasquale scrive:

    Grazie Paolo e Roberto. Bloomberg aveva dato l’assenso e la situazione era rimasta a livello locale, con l’intervento di Obama la situazione è paradossalmente peggiorata a) per lui e per i democratici b) per la costruzione della moschea.

  4. Justin scrive:

    Da quanto ho potuto vedere guardando le tv americane, un esempio su tutte Fox News, la vicenda ha assunto carattere nazionale ed era fortemente polarizzata ben prima dell’intervento di Obama. Obama direi che è intervenuto proprio perché la vicenda aveva assunto una forte connotazione nazionale, come nei mesi scorsi era avvenuto per la sentenza dell’Arizona sull’immigrazione. Possiamo riflettere chiedendoci se il suo intervento sia stato d’aiuto o meno per la risoluzione della situazione o abbia peggiorato e pasticciato ancor più le cose come è accaduto nelle scorse settimane nel ‘caso’ Shirley Sharrod… ma non penso ci siano dubbi sul fatto che Obama sia intervenuto a dibattito già nazionalizzato.

  5. paolo scrive:

    Non mi sembra Justin. Le considerazioni dell’articolo mi sembrano attente e pertinenti. Ieri ad esempio, quindi dopo la pubblicazione di questo articolo, Dan Collins sull’HuffingtonPost, di sicuro non è vicino ai Repubblicani, scriveva: “the issue had been decided legally in favor of the Muslim cultural center. The roar was dying down until the president put it front in center in the national political debate (…) It doesn’t seem as if the administration gave any thought to the consequences of this in New York, where the whole issue has been reheated”. http://www.huffingtonpost.com/daniel-collins/obama-does-new-york-no-fa_b_686569.html. Oppure vedi anche USA Today “Obama makes proposed mosque in New York a national issue”http://content.usatoday.com/communities/theoval/post/2010/08/obama-makes-proposed-mosque-in-new-york-a-national-issue/1

  6. Justin scrive:

    Sarà, Paolo… la mia era una semplice osservazione da persona che ha visto il canale nazionale Fox News trattare in continuazione la questione della moschea per giorni interi prima dell’intervento di Obama. Forse Obama avrà nazionalizzato ancor di più il dibattito, ma quello che ho visto era un dibattito già di fatto nazionale.

  7. Martin Schulthes scrive:

    il malinteso nasce dall’incipit: “Ma hanno davvero ragione Repubblica e Vittorio Zucconi?”. La risposta, l’unica possibile, “ma certo che no” non per questo puo fare la ragione di checche sia. E questo, per la natura del loro “torto a prescindere”, tutto giornalistico: entrambe (Zucconi e Colombo) scrivono di America senza mai uscire dal loro ufficio, senza una telefonata. Fanno rassegna stampa. Potrebbero stare Capalbio, con una signora connessione internet. Neanche ai cocktail dove andava la Magli si fanno vedere, ma si spulciano l’Huffingtonpost anche loro, dal quale gli dedicherei un esempio di vero giornalismo d’inchiesta:
    http://blogs.wsj.com/metropolis/2010/08/19/for-strip-clubs-near-ground-zero-its-business-as-usual-amid-mosque-uproar/

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