Cossiga è stato uno degli uomini pubblici in cui la cifra psicologica è spesso apparsa prevalente su quella propriamente politica. Il politico “condannato” dalla morte di Moro, inseguito dal sospetto di avere congiurato, con gli apparati dello stato, per una gestione disinvoltamente poliziesca degli anni di piombo, parcheggiato dalla Dc – non perché era un capo, ma perché non lo era – prima alla Presidenza di Palazzo Madama e poi al Quirinale, dove per lunghi anni ha contrapposto un ombroso riserbo all’esuberanza  del suo predecessore Pertini e poi è “esploso” in un diluvio di esternazioni per alcuni giustamente rivoluzionarie, per altri pericolosamente eversive  … Cossiga è stato davvero tutto e il contrario di tutto: un padre nobile e un irregolare, il difensore di Gladio e il garante del primo governo a guida ex Pci della storia repubblicana, il “picconatore” dell’edificio politico -costituzionale del dopoguerra e l’apologeta della Prima Repubblica, il Capo dello Stato prima più silente e poi più loquace, il dirigente di partito ligio e affidabile e il battitore libero indisciplinato e imprevedibile.

Se nelle sue mosse e nelle sue capovolte non c’era una coerenza politica – hanno pensato in molti – doveva esservene una di tipo diverso, cioè psicologica. Cossiga era depresso, ciclotimico, consumato, anche fisicamente, da un rapporto con la vita e con il potere tutt’altro che semplice e indulgente. Basta questo a spiegare il suo “fenomeno”? Probabilmente no. Cossiga è “impazzito” quando la Prima Repubblica dava mostra dei primi evidenti segni di collasso. Ed è morto mentre la Seconda si appresta a concludere il suo primo e forse ultimo capitolo. Anche da senatore a vita ha fatto di tutto: fondato e smontato partiti, salvato e attaccato governi. Non si è rassegnato alla pensione, ma forse non ha mai confidato che le cose della politica italiana potessero prendere la piega che lui auspicava – e quale fosse questa piega non si potrebbe neppure dire con precisione. Probabilmente temeva che una politica capace di rinnegare, ma non di comprendere la storia del Paese, nelle sue luci come nelle sue ombre, fosse più esposta alle avventure che adeguata ai cambiamenti. E almeno in questo aveva ragione.

Dal punto di vista storico, la sua Presidenza segna però un punto di passaggio cruciale. Con Pertini, il Presidente della Repubblica era divenuto un’icona popolare. Con Cossiga diventa –  e dopo Cossiga rimane –  qualcosa di più: un protagonista della vita politica. Cossiga capisce che la Carta costituzionale non riserva affatto al Capo dello Stato un ruolo meramente notarile e sceglie di usare con disinvoltura fino ai limiti –  e spesso oltre i limiti – del consentito i poteri riservati al Capo dello Stato. Dopo di lui, in altra forma, tutti i Presidenti hanno interpretato la funzione in modo più politico. Ciascuno con il proprio temperamento, ciascuno con il proprio disegno. Ciascuno rischiando di fare “troppo”, ma non accettando più di non fare “niente”.