– L’incivile occupazione e devastazione del campo coltivato con mais OGM in Friuli della scorsa settimana ha avuto il merito – se così si può dire – di fare propaganda a una battaglia culturale e giuridica condotta dall’imprenditore agricolo e agronomo Giorgio Fidenato e dal movimento Libertario italiano relativa alla questione degli OGM, di cui Libertiamo si è già occupata qui e qui.

Tralasciando le gravi dichiarazioni politiche di chi (Luca Zaia) vi ha visto un atto di ristabilimento della legalità poiché la coltivazione OGM è vietata in Italia, come se vigesse ancora la lex talionis i cui depositari possano essere quattro attivisti scalzacani, recuperiamo dei brani di due saggi della Liberilibri su ambiente e ambientalismo, che già mettevano in allerta sulla violenza delle ideologiche battaglie contro gli OGM.

«La richiesta di rigidi controlli sui cibi geneticamente modificati è un’altra applicazione del “principio precauzionale”. Un’ampia coalizione di gruppi ambientalisti, tra cui Greenpeace, Friends of the Earth e Defenders of Wildlife, ha invocato un bando internazionale sull’uso di tutti i prodotti alterati attraverso l’aggiunta di geni provenienti da specie diverse o attraverso una modificazione del Dna. Secondo il principio precauzionale, le nuove tecnologie dovrebbero essere utilizzate solo sotto stretti controlli governativi, se non vietate del tutto, finché non si siano dimostrate sicure. Eppure, per quanto riguarda le colture geneticamente modificate, rimane un ampio consenso scientifico sul fatto che esse non sono né più né meno pericolose delle convenzionali tecniche di incrocio o di ibridizzazione. Ma il problema non è che il principio precauzionale venga applicato malamente a prodotti relativamente sicuri; è che il principio precauzionale pone seri problemi di per sé. Per prima cosa, al contrario di una concezione legale liberale, esso implica una presunzione di colpevolezza dei produttori, invece che di innocenza. Secondariamente, se agli inventori e agli scienziati non è permesso commercializzare nuovi prodotti o procedimenti, in quanto non perfettamente sicuri, è meno probabile che li inventino; il progresso viene così soffocato da questo movimento luddista (N. Papafava, Proprietari di sé e della natura, 2004, nt. 45, p. 234).

«L’accesa opposizione all’uso degli aiuti in alimenti OGM è un altro esempio estremo del principio di precauzione. Meglio sicuri e miseri. Meglio morti che sfamati. Dobbiamo affamarli per salvarli.

Ha scritto il Wall Street Journal:

“La brigata verde, a cui piace opporsi politicamente ai cibi geneticamente modificati ricorrendo alla scienza-spazzatura, sta applaudendo all’intransigenza dello Zambia. Va rimarcata la disponibilità di Greenpeace, Friends of the Earth e simili a lasciar morire di fame gli africani in nome di un’ideologia a questi estranea.

Ma anche gli europei meritano di essere biasimati. Lo Zambia è infatti preoccupato di turbare le proprie relazioni commerciali con l’Europa, che rappresenta il suo principale mercato d’esportazione. L’Unione Europea mette al bando la maggior parte delle colture geneticamente modificate per timore che disturbino il suo sistema agricolo fortemente sussidiato, e la preoccupazione di Mwanawasa è che il grano americano si incroci con le varietà non geneticamente modificate e contamini i raccolti futuri (provocando così il bando in Europa anche delle coltivazioni dello Zambia e dei paesi vicini).
La lobby ecologista ha indirizzato al terzo mondo una campagna quinquennale contro i cibi geneticamente modificati costata 175 milioni di dollari […]”.

Quei 175 milioni di dollari avrebbero nutrito per mesi milioni di persone affamate. […]

In ogni caso, la retorica infuocata degli attivisti, il loro ostinato terrorismo e le ben orchestrate campagne contro i cibi OGM dimostrano platealmente la loro pertinace indifferenza verso le sofferenze e la morte umana, e verso la responsabilità sociale» (Paul Driessen, Eco-imperialismo, (2003), trad. it. di Guglielmo Piombini, 2006, p. 58 e p. 78)