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L’America al bivio fiscale

– Il prossimo novembre, in occasione delle elezioni di midterm, gli abitanti dello stato di Washington dovranno pronunciarsi anche sull’introduzione, per la prima volta, di un’imposta statale sui redditi. L’iniziativa è di un importante sindacato e di Bill Gates senior, facoltoso avvocato nonché padre del fondatore di Microsoft. La proposta prevede l’introduzione di un’imposta del 5 per cento sui redditi superiori a 200.000 dollari annui per i single o a 400.000 dollari per le coppie sposate. L’aliquota salirebbe al 9 per cento per i single oltre i 500.000 dollari annui di imponibile, o 1 milione di dollari per le coppie sposate.

L’obiettivo sarebbe quello di far pagare i conti dello stato al 3 per cento di contribuenti più facoltosi, ottenendo quindi l’assenso del restante 97 per cento della popolazione. Ciò che sfugge a Gates padre è che quel 3 per cento è giunto (o è rimasto) nello stato di Washington anche per il vantaggio competitivo rispetto ad altri stati derivante dal non avere un’imposta statale sul reddito.

Sono attualmente nove gli stati americani privi di propria imposta sul reddito, in aggiunta cioè a quella federale: Alaska, Florida, Nevada, New Hampshire, South Dakota, Tennessee, Texas e Wyoming. Secondo il Wall Street Journal, questi stati avrebbero avuto nello scorso decennio un tasso medio di crescita dell’occupazione pari al 18,2 per cento, contro l’8,4 per cento dei nove stati con le maggiori aliquote dell’imposta sul reddito. Al di là di queste meta-aggregazioni non si dovrebbe dimenticare che molti tra questi stati hanno prosperato per il boom immobiliare, che ha prodotto una bolla anche nel gettito delle property tax, che ora è drammaticamente venuto meno. Non a caso la Initiative 1098 di Gates senior punta dichiaratamente a ridurre la volatilità di gettito causata dall’eccessivo affidamento sulle imposte immobiliari, il cui andamento tende effettivamente ad essere molto più volatile del ciclo economico.

Nelle intenzioni dei proponenti il gettito delle nuove imposte statali sul reddito servirebbe a finanziare un taglio del 20 per cento della property tax, oltre alla eliminazione della Business and Occupation Tax, un’imposta sul reddito aziendale lordo in vigore negli stati di Washington e West Virginia, simile alla nostra Irap in quanto non consente la deduzione del costo del lavoro dall’imponibile. Il problema dell’economia statunitense, come noto, è lo stato di grave stress delle piccole e medie imprese, che nelle fasi di ripresa erano invece solite rappresentare il principale motore di creazione di occupazione.

Un recente studio dell’Institute for Taxation and Economic Policy (un think tank no profit e non-partisan basato a Washington DC) ha scoperto che lo stato di Washington ha il sistema fiscale più regressivo del paese, in larga misura perché basato sulla sales tax, l’imposta sulle vendite. I soggetti che guadagnano meno di 20.000 dollari annui pagano il 17,3 per cento del reddito familiare in sales tax e property tax, mentre l’1 per cento dei contribuenti più ricchi (quelli con reddito superiore a 537.000 dollari annui) pagano in media il 2,9 per cento.

In astratto, quindi, il progetto di Gates senior rappresenta un tentativo di rimodellare il sistema fiscale dello stato di Washington. Altrettanto astrattamente l’iniziativa sarebbe interessante, puntando a rendere meno violentemente ciclico l’andamento del gettito ed a ridurre il peso del fisco sulle piccole e medie imprese. Sul progetto pende tuttavia un enorme rischio: la proposta prevede infatti che, dopo i primi due anni di applicazione i legislatori statali possano, a maggioranza semplice, estendere la tassazione anche a redditi inferiori a quelli inizialmente previsti. Si creerebbe, quindi, il classico circuito perverso del “tassa e spendi”, come quello che ha portato al disastro la California.

Malgrado ciò, questa proposta di legge esprime il tentativo di riequilibrare la composizione delle entrate fiscali per ridurre gli oneri a carico delle piccole e medie imprese. Una problematica che anche noi italiani conosciamo molto bene. Ancora una volta, l’America è un bivio: la scelta sarà tra un approccio moderato, di spostamento dei carichi d’imposta per mutare gli incentivi economici e rilanciare per questa via la crescita, con il rischio inerente di avviare un ciclo di nuova spesa pubblica e nuove tasse; ed uno radicale, che vede la salvezza solo nel taglio della spesa. Vista la natura e la profondità della crisi fiscale, la vittoria di questo secondo approccio potrebbe portarci in un territorio inesplorato, con un ridimensionamento epocale della funzione pubblica.

Agli elettori statunitensi la scelta, a partire dal prossimo novembre.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

One Response to “L’America al bivio fiscale”

  1. ALESSANDRO CRESPI scrive:

    Non mi è chiaro per quale dei due rami del bivio parteggi Mario. Nonostante io non creda nella possibilità di introdurre incentivi alla crescita, e diciamolo incentivi pubblici individuati da legislatori onniscienti, spero che la novità politica dei Tea Party (se di novità si può parlare) serva a imboccare la “dura” via dei tagli alla spesa. l’ottimismo serio è una “dura lex, sed lex”.
    ma se devo dire la verità ed essere realista sarà una strada lunga, non mi sembra molto rilevante il passaggio delle elezioni di mid term se non per intravedere una timida speranza. Questa è una lunga marcia per il cambiamento di un paradigma mentale non solo tra gli economsti ma anche per eliminare gli elementi da vulgata che si sono sigillati con alcuni istinti ancestrali della gente comune. keynes diceva che noi tutti ragioniamo, spesso senza saperlo, sulla base di paradigmi di uomini colti morti da secoli. pur essendo liberi siamo un po’ come dei morti viventi.

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