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I disturbi bipolari si superano con nuovi poli, non con terzi poli

– In un recente intervento su Libertiamo.it, Giacomo Canale ragiona sul fallimento del bipolarismo – nato in Italia con l’introduzione del sistema maggioritario – e sfida il lettore a riflettere, fuor di ideologia, sulla prospettiva terzo-polista da ancorare, va da sé, ad un regime di rappresentanza neo-proporzionale. In un paese ostaggio di opposti populismi – sostiene Canale – una forza terza permetterebbe al sistema di valorizzare il “tratto moderato, collaborativo e operoso dell’elettorato di tutti gli schieramenti.”

Le argomentazioni terziste si fondano sulla constatazione che il passaggio alla repubblica bipolare non ha portato i partiti nazionali a maturare compiutamente il senso della propria missione – che non è quella di vincere le elezioni, ma di vincere, governare, impostare il soggetto del racconto nazionale e fare in modo che a svilupparne il trattamento siano, con i rappresentanti politici, gli attori sociali, economici, culturali dell’intero paese. Governare significa includere e favorire la convergenza di interessi ed azioni attorno ad una discriminante che per il centrodestra avrebbe dovuto essere la libertà, per il centrosinistra boh.
Questo avviene nelle democrazie europee.
Questo da noi non è avvenuto.

Il Pdl, invece di farsi partito, si costituito come un’agenzia pubblicitaria a mono-committenza. Il Pd, del partito, ha invece fatto la bad company cui addebitare le zavorre ideologico-elettorali della mai nata start up post-socialdemoratica.
Ma qui il bipolarismo non c’entra davvero nulla. Ed ancor meno c’entra la ‘semplificazione’ operata dal meccanismo maggioritario.

Orbene. Avete presente la sindrome bipolare? È una patologia della mente. Un disturbo ossessivo-depressivo che si manifesta con un accentuato disequilibrio umorale, con accessi di ira subitanei seguiti da altrettanto repentine esplosioni di esaltazione, gli uni e le altre difficilmente controllabili negli effetti né prevedibili nelle cause.
Ecco, a parere di chi scrive, il nostro sistema politico è affetto da sindrome bipolare. La terapia, tuttavia, non può essere la soppressione del paziente – il sistema maggioritario e la conseguente bipolarizzazione della rappresentanza – come invece suggerito, certamente in buona fede, dai tripolaristi.

Anche perché i fattori critici da cui la sindrome trae alimento sembrano tutt’altro che incurabili. Fattori formali, come la ‘legge porcata’. E fattori psico-politici, tipo la deriva fideistica del partito del leader, con il suo psicotico rifiuto ad avventurarsi nei meandri della democrazia competitiva, quella in cui si fa il partito ed il partito fa il leader. Ma anche l’introversa ostinazione della controparte a rifiutare il confronto con il reale, per non dire della propensione dei poteri neutri, tipo stampa e magistratura, ad alterare in senso patologico la dimensione della propria neutralità, contribuendo alla mistificazione (bipartisan) di concetti per loro natura contraddittori, come quello di ‘interesse generale’.
Si pensi ad esempio alla peculiarità, tipica del soggetto ‘bipolare’, ad agire un paradigma concettuale neutro come il federalismo come una clava contro i terroni d’Italia (al contempo trascurando, come fosse altro, l’oneroso fardello sopportato per venire in soccorso di quegli altri terroni, oltretutto lontani, che si sono magnati oltre la Grecia pure una sostanziosa fetta della finanza europea). Si pensi poi all’attitudine, anch’essa eminentemente ‘bipolare’, a spacciare un principio consustanziale alla civiltà liberale, quale è la legalità, per un’arma politica addirittura sospetta di vocazione golpista.

Orbene, se questa è la diagnosi, la strategia terapeutica andrebbe orientata alla rimozione dei fattori scatenanti la patologia più che alla eugenetica soppressione del soggetto malato. Anche perché, cortocircuitando la sindrome (ed i relativi effetti) con l’organismo (il sistema bipolare) i tripolaristi finiscono col concentrarsi sui sintomi, niente affatto sulle cause.
Mi chiedo infatti su quale presupposto si fondi la convinzione che un ‘terzo polo’, elettoralmente corroborato da un sistema proporzionale, possa introdurre quella tensione alla competizione virtuosa che i partiti nazionali ‘maggioritari’ hanno sin qui saputo così mirabilmente scansare. E mi chiedo su quali basi si possa sostenere come l’equilibrio psico-politico auspicato – che immagino corrisponda a prassi di governo fondate sulla negoziazione caso per caso, sulla definizione di un’agenda da redigere dopo (non prima) del voto – possa finire col corrispondere non solo alla volontà degli elettori ma addirittura al bene del paese.

Ecco, mi faccio le domande e mi do anche le risposte.
Il bipolarismo italiano non ha fallito in quanto sistema. Più banalmente è stato inguaiato dalla psicopatologia bipolare che affligge i partiti: quella del Pdl è il ‘buco con Berlusconi intorno’, quella del Pd è il labirinto degli specchi deformanti ossessivamente dominato da ‘lui’, il mostro. Da sindromi così è oggettivamente impossibile uscire sani.
Nulla osta dunque al tentativo di elaborare un polo ‘nuovo’ (più che terzo) che si prefigga di contendere al ‘primo’ l’appalto della rappresentanza liberal-democratica dell’elettorato. Un modello Cameron-Clegg, per intenderci.

Al riguardo tuttavia mi permetto un’osservazione. Il modello coalizionale prodigiosamente virtuoso dell’esperienza britannica nasce, prima ancora che da un’attitudine alla moderazione, da un’intesa per la radicalizzazione delle istanze premiate dalla consultazione elettorale. Prima che su un patto di metodo – la convergenza al centro – su un investimento nel merito – nella fattispecie, la libertà.
I primi cento giorni del governo lib-con – osserva Economist – hanno indirizzato la Gran Bretagna verso una rotta di radicale – e sostanziale – anoressizzazione dello stato.

Un’operazione più pragmatica che ideologica, ma più spinta di quanto persino la Thatcher avrebbe probabilmente potuto sperare. Da qui i tagli all’apparato pubblico, radicali e dolorosi, e la retorica – radicale anch’essa – sulla ri-fondazione del sistema sulle basi di un rapporto nuovo tra cittadino e stato, tra cittadino e società.
Questi presupposti di radicalità, tuttavia, al ‘terzo polo’ nostrano di cui si vaticinano già le potenziali sorti elettorali (e che si strutturerebbe attorno a Fli, Udc, Api, Mpa), mancano. Non foss’altro per la difficilmente arginabile vocazione delle componenti centriste a insistere sulla necessità, poco liberale, di testimoniare politicamente le ragioni di fede. Ma anche delle pulsioni rivendicazioniste dei partiti del Sud cui sovente qui ci siamo applicati, non riuscendo tuttavia quasi mai a rintracciare una ratio operandi in qualche modo rispettosa delle a noi care virtù liberali. Ma temo che quei presupposti manchino soprattutto per il vizio di fondo che alimenta il progetto: l’idea che la radicalità sia un male in sé da curare con terapie intensive di moderatismo. Cioè, rivoluzione liberale addio!

Vogliamo che l’Italia sappia farsi un paese normale? Ebbene in un paese normale, in una democrazia normale, la scelta maggioritaria compiutamente sostenuta dagli elettori con espressione referendaria non viene messa in discussione per l’incapacità della ‘classe comandante’ di farsene carico. L’Italia non ha alcun bisogno di un terzo polo che riconduca ad assennatezza la schizofrenia ‘bipolare’. Ha bisogno che a sfidare l’egemonia nei due poli siano soggetti politicamente sani, contendibili, competitivi, consapevoli che la sola sfida che attende il paese è quella – mai realizzata, ma quanto mai attuale – di concordare un patto di cittadinanza tutto nuovo che ponga al centro l’individuo non lo stato e le sue surrettizie occorrenze locali .
Ecco, la normalizzazione potrebbe partire da qui.
Per tutto il resto, rimando alla farmacologia che, a quanto pare, sui disturbi ‘bipolari’ sta facendo passi da gigante.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

2 Responses to “I disturbi bipolari si superano con nuovi poli, non con terzi poli”

  1. ALESSANDRO CRESPI scrive:

    pienamente d’accordo. rimboccarsi le maniche e spremersi per realizzarlo.

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  1. […] 8 settembre 2010 di Simona Bonfante per Libertiamo.it […]