– Gli ultimi eventi dimostrano chiaramente che ci troviamo davanti ad un momento politico cruciale che, verosimilmente, prelude alla fine della legislatura, ma, forse, anche di una stagione politica.
A distanza di appena un biennio, infatti, può già dichiararsi fallito il tentativo di forzoso bipartitismo, in quanto la supposta forza centripeta di PD e PDL è risultata inferiore alle spinte centrifughe che hanno determinato rispettivamente la costituzione dell’API e di FLI e la loro convergenza con l’UDC pare incrinare la stessa impalcatura bipolare su cui si è retta la politica italiana della seconda repubblica.

In particolare, il voto di fiducia della scorsa settimana ha richiamato alla memoria lo scenario britannico dell’hung parliament, con l’emergere di un terzo polo, ancora solo virtuale, determinante per la maggioranza. Ovviamente, le analogie sono presto (?) destinate a dissolversi, poiché manca ancora nel caso italiano la verifica elettorale, che potrebbe ridimensionare o confermare il fenomeno (soprattutto al Senato, come testimonia una recente simulazione del Sole 24 ore).

Proprio la presumibile prossimità della circostanza elettorale deve indurre a sciogliere il nodo sulla natura dell’area di responsabilità istituzionale: sarà un terzo polo ovvero il tentativo di moderare gli schieramenti esistenti?
Quest’ultima ipotesi, in realtà, lascia perplessi perché non si comprende come ciò sia possibile senza modifiche strutturali del quadro politico, visto che finora è accaduto esattamente il contrario.
La più interessante ipotesi del terzo polo potrebbe, invece, costituire un elemento di novità poiché, appunto, con molta probabilità manderebbe in soffitta l’architettura bipolare (almeno così come si è realizzata).

Al riguardo, occorre avere l’onestà di riconoscere che, malgrado tutti gli sforzi profusi per la semplificazione del quadro politico, i risultati sono stati piuttosto modesti. Anzi il bipolarismo all’italiana ha evidenziato (semmai ve ne fosse ancora bisogno) la distanza che ci separa dai più avanzati modelli politici, caratterizzandosi per:
–    L’eccessivo squilibrio tra le diverse istanze di governabilità e rappresentanza, a danno di quest’ultima;
–    Il perenne clima da guerra civile tra le opposte fazioni (e all’interno delle stesse, come dimostra il puntuale avvio del killeraggio mediatico contro il capo della “fronda”);
–    La cronica carenza di un sistema informativo, soprattutto, ma non solo, televisivo che si mostra inidoneo a garantire una corretta competizione nell’ambito di un sistema maggioritario da parte di terzi soggetti (i famosi confronti televisivi delle ultime elezioni britanniche sono per noi pura fantascienza);
–    L’ibridazione, coltivata in modo trasversale, del modello maggioritario per accrescere il potere decisionale dei partiti, che ha toccato l’apice con la “nomina” parlamentare da parte delle segreterie di partito (che insieme alle soglie di sbarramento e alla mancanza di una legge sui partiti costituisce il principale fattore di mantenimento dello status quo e di repressione del dissenso interno).

Pertanto, a meno di non pensare di imporre per decreto l’esistenza di due soli partiti (ormai manca solo questo per tentare di imporre un bipartitismo che non esiste nel Paese), sarebbe prova di maturità politica comprendere che il grado attuale di sviluppo politico e civile del nostro Paese è maggiormente coerente con un sistema di rappresentanza proporzionale corretto (ossia con una soglia di sbarramento effettiva).
D’altronde, ormai dovrebbe essere sufficientemente chiaro che determinate criticità (clientelismo, trasformismo, malcostume, corruzione), che in passato erano state attribuite anche al funzionamento del sistema proporzionale, sono, invece, più seriamente da ricondurre a fattori strutturali della nostra società ed economia che solo marginalmente possono essere incisi dai meccanismi elettorali.

Inoltre, i dati reali ridimensionano il mito della maggiore stabilità governativa nella seconda repubblica. Infatti, dal 1994 a oggi, sedici anni, si sono succeduti dieci governi (una durata media, quindi, inferiore ai due anni) e solo due legislature hanno avuto durata normale (di cui peraltro una, la XIII, con ben quattro governi), mentre altre due sono durate meno della metà e l’attuale non fa ben sperare.
Anche l’altro mito fondante della seconda repubblica, cioè l’alternanza degli schieramenti, va rivisitato, poiché più correttamente essa è dipesa dallo sblocco del quadro politico complessivo.
Allora, forse, è il caso di rimeditare le proprie radicate personali convinzioni e interrogarsi, senza pregiudizi ideologici, su ciò che oggi è maggiormente utile al paese: la valorizzazione del tratto moderato, collaborativo e operoso dell’elettorato di tutti gli schieramenti per porre fine all’ipoteca giustizialista e populista che da troppo tempo grava sull’edificio repubblicano.
Questa è la mission di un eventuale terzo polo: aiutare il paese nell’impresa di divenire normale!