Sicilia, la regione che vuol fare l’imprenditrice

– E poi dicono che i siciliani non hanno voglia di fare impresa! Avete presente Tirrenia, no? Lo Stato ne decide la privatizzazione quando il gruppo è già passato a miglior vita. Si bandisce una gara. Vince Mediterranea Holding. La cordata, giunta sola in finale (erano 16 all’inizio), è composta per il 30,5% dall’armatore greco Alexis Tomasos, per il 18,5% dal gruppo Lauro, per l’8% dal gruppo Isolemar, per il 5.5% dalla famiglia Busi Ferruzzi, lo 0.5% appartiene al presidente di Confitarma Nicola Coccia, mentre il 37%, cioè la quota di maggioranza, è invece intestata nientepopodimenoche alla ricca, efficiente, virtuosa Regione Siciliana.

Come noto, a gara già aggiudicata c’è stato un sorprendente colpo di scena che ha messo un freno – se non uno stop definitivo – alle ambizioni industriali del governatore siciliano, Raffaele Lombardo. Le banche non avrebbero accettato di accordare alla cordata regional-armatoriale le condizioni da questa auspicate per il rientro dal debito che ammonta alla non trascurabile cifra di 500 e passa milioni.
Salta l’asta, arriva il commissario straordinario nominato dal Governo. La Regione Sicilia, su iniziativa del Presidente Lombardo, annuncia ricorsi (al Tar, al Consiglio di Stato…) contro l’abuso compiuto – a suo avviso – dal Governo Berlusconi (una ripicca, sostiene Lombardo, per il sostegno di Mpa all’astensione sulla sfiducia a Caliendo).

Ma è utile analizzare, per comprenderne la ratio, le ragioni ‘imprenditoriali’ del governatore siculo: acquistare Tirrenia – sostiene il nostro – significa investire sulla vocazione geo-economica dell’isola mediterranea, offrire garanzie occupazionali e assicurare alla Regione i tributi spettanti per il trasferimento a Palermo della sede legale della società. Anche gli oneri, certo, verrebbero trasferiti in Sicilia. Il debito, ad esempio, oltre che un organico, come quello attualmente in forze presso la società controllata da Fintecna: un organico così sproporzionato da zavorrare persino una portaerei, ma tant’è. Con la Regione Sicilia alla guida del piano industriale per Mediterranea Holding volete che 500 unità di personale in esubero possano mai costituire un problema?

La regione Sicilia non naviga finanziariamente parlando in acque tranquille. L’assessorato al Bilancio ha appena diffuso i dati sul Pil isolano: in crollo del 3.6% rispetto allo scorso anno, il dato peggiore negli ultimi 40 anni. Il debito regionale – se pur in lieve contrazione – si mantiene da parte sua stabilmente coerente ai parametri da Magna Grecia, mentre i dati sul costo della macchina pubblica isolana raccontano di una pressione fiscale a livelli svedesi e di servizi pubblici, la cui efficienza è notoriamente leggendaria, erogati a fronte di tariffe eufemisticamente giudicabili gravose.

Ora, scrive Daniele Venanzi su Libertiamo.it, i contribuenti meridionali non sono mica fessi: è talmente evidente che le loro tasse non vanno in servizi, talmente conclamata l’incapacità del pubblico di amministrare con oculata razionalità persino l’ordinario, (figurarsi un’intrapresa industriale ‘straordinaria’ come la gestione di una flotta turistico-mercantile) che non si tarderà molto a vederli, anche loro, costituirsi in movimento e manifestare al fianco dei contribuenti libertari del mondo civile, per affermare le istanze dei Tea Party.

Eppure, per limitarci al settore trasporti qui analizzato a titolo esemplificativo, sapete cosa chiedono invece i cittadini siciliani? Più stato.

Il caso paradigmatico è offerto dal sistema di trasporto sullo Stretto di Messina dove, in attesa del Ponte, è in corso la madre di tutte le battaglie civiche, pendolari vs resto del mondo. Negli ultimi anni, a fronte della progressiva smobilitazione delle ex Ferrovie (cui lo Stato corrisponde cospicui oneri per la ‘continuità territoriale’ di merci e passeggeri) si è irrobustita la componente privata, sia per il traghettamento veloce (sulle rotte Messina -Villa San Giovanni-Reggio Calabria e Messina- aeroporto di Reggio) sia per l’attraversamento dei mezzi pesanti su gomma.

Quando si dice ‘privati’ tuttavia non deve intendersi – e qui sta il bello – un sistema aperto alla concorrenza, ma un ‘cartello’ costituito, da una parte, dal consorzio Metromare (partnership tra la privata Ustica Lines ed Rfi, società del gruppo Ferrovie) che si è aggiudicato la concessione della navigazione veloce, e dall’altro dal gruppo Caronte (di proprietà della famiglia Franza, di cui si ricorda la fugace epopea alla guida del Messina calcio, conclusasi rapidamente, e rovinosamente, coi libri in tribunale). Ebbene, tra Metromare e Caronte si è sostanzialmente trovata la quadra per arginare l’impiccio della competizione: alla prima il monopolio del trasporto veloce, alla seconda il monopolio nel trasporto pesante (le auto), grazie alla sostanziale rinuncia di Ferrovie (attiva, attraverso Rfi in Metromare) ad operare nel mercato del trasporto su rotaia, la cui presenza – se ne converrà – avrebbe implicato una noiosa insidia concorrenziale per la flotta Caronte, sulla quale viaggia ormai la totalità dei mezzi pesanti da e per la Sicilia.

La conseguenza – inevitabile in un sistema di monopolio – è stato l’aumento esponenziale delle tariffe (giudicato immotivato dallo stesso governo che ha sollecitato in merito l’intervento dell’Autorità garante della Concorrenza) e l’inefficienza del servizio contro cui, appunto, i pendolari dello Stretto si battono ormai da anni. Orbene, si dirà, questi pendolari chiederanno che le vie del mare si aprano ad una concorrenza vera, manifesteranno perché la costruzione del ponte diventi l’occasione per un rilancio strategico dell’intero sistema infrastrutturale mediterraneo? Niente affatto! Per il comitato che raggruppa i circa ventimila pendolari dello Stretto, il ponte è una sciagura e la soluzione ai problemi di mobilità trans-isolani non è ‘più mercato’ ma ‘più stato’. Proprio così: più stato, ovvero il ritorno di Ferrovie a garante, manco a dirlo, della continuità territoriale in regime di monopolio; chiedono il “prezzo politico” e la salvaguardia dei pendolari – lavoratori, studenti – dalla cupidigia degli armatori privati.  “Ciò che occorre – spiega il leader del Comitato dei Pendolari dello Stretto – è un servizio efficiente di navi, basterebbe che lo Stato sapesse fare imprenditoria.”

Si vuole lo Stato imprenditore. Col federalismo, non lo si avrà. Perché in sua vece, a fare impresa su mandato popolare, sarà la Regione. Lo sta già facendo, la Sicilia. Resta solo da capire chi alla fine salderà il conto.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

2 Responses to “Sicilia, la regione che vuol fare l’imprenditrice”

  1. ALESSANDRO CRESPI scrive:

    CHIAMALA ECONOMIA IN ACRE SALSA PARTITOCRATICA… E’ IL MODELLO ITALIANO. IL MERCATO POI CHIEDE IL CONTO…CHIEDERE AI GRECI LE INFORMAZIONI SULLE MODALITA’ DI PAGAMENTO (OPPURE AGLI ARGENTINI PER FACILITA’ DI COMUNICAZIONE)

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