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Ricerca, risparmio e investimenti esteri: tre lezioni da imparare dalla tigre cinese

– Vi siete mai chiesti cosa potremmo imparare noi italiani dai cinesi? Sono ormai note a tutti le tesi di Pomigliano, e cioè che dalla Cina i nostri imprenditori stanno imparando, in modo fruttuoso, come schiavizzare i lavoratori nostrani. Ecco, a parte che per schiavizzare non è necessario farsi fare consulenza dai cinesi (al sud abbiamo decenni di esperienza e formazione sulla schiavitù grazie al feudalesimo prima e al lavoro nero in mano alle mafie dopo), il punto è che non è questa la lezione più importante delle tigri asiatiche.

Seguendo una tesi tutt’altro che improbabile (ne potete leggere sulla Feer; Anderson, 2006), l’enorme crescita cinese degli utlimi 30 anni è dovuta a… rullo di tamburi… i risparmi privati e gli investimenti! Cioè più o meno quello che l’Italia ha avuto in quantità durante il miracolo economico. Difatti, Italia e Cina, per lo meno dal lato dei risparmi privati, sono cugine: sia gli italiani che i cinesi hanno sempre avuto un’alta tendenza al risparmio (secondo Anderson i cinesi risparmiano in media 3 volte più dei paesi Occidentali); i famosi soldi sotto il cuscino o la versione più moderna del libretto risparmi.

Ovviamente, i risparmi non servirebbero a nulla se, poi, non servissero a generare investimenti. Quindi, questi risparmi finiscono per garantire risorse al settore finanziario che poi si preoccupa di allocarle tra gli investimenti più promettenti (sì, non sempre, ma questo è un altro articolo).
Un aspetto molto importante sugli investimenti è che la Cina è riuscita, a partire dagli anni ’80, ad attirare investimenti anche dall’estero. Ora, anche qui, già si ode il mantra di quelli che diranno che le multinazionali investono in Cina perché il lavoro costa poco. Siccome questo deve essere un semplice articolo di poche righe, non c’è modo di rispondere in modo approfondito a queste idee. Dirò solo che difficilmente un’azienda investe in Cina seguendo il solo costo del lavoro.

Quindi, le lezioni della Cina sono che bisogna risparmiare e investire, bella scoperta dirà qualcuno. Di sicuro siamo ad una banalità (provata empiricamente), ma è una banalità importantissima. Difatti, questo semplice concetto sposta l’attenzione dai consumi al risparmio e gli investimenti, dai saldi dei negozianti per aumentare le vendite alle banche e alla loro capacità di allocare prestiti. I tg non dovrebbero solo intervistare negozi di abbigliamento in crisi perché non si consuma insomma. Si arriva al paradosso che l’eccesso di consumo è dannoso, non virtuoso, per l’Italia, perché potrebbe sottrarre risorse ai risparmi.

Un’altra “piccola” lezione dei cinesi è che si deve essere capaci di attrarre investimenti stranieri. Ora, le ragioni per le quali la Cina è maledettamente attraente per i capitali stranieri sono tante, ma si potrebbe iniziare col dire che aiutano molto una mentalità politica imprenditoriale e la ricerca. Un esempio interessante sono alcune aree di sviluppo cinesi, dove il governo ha creato una serie di poli di ricerca e di incentivi (anche fiscali) affinché le imprese più tecnologiche vi investissero (guardare TEDA a Tianjin).

Il messaggio qui è che invece di focalizzarsi sul minacciare le imprese che delocalizzano, sarebbe più il caso di fare l’occhiolino a quelle che vorrebbero entrare. Ad esempio, invece di cacciare Air France, si poteva lasciare che comprasse Alitalia e che iniettasse un po’ di investimenti nel settore dei voli.
La capacità di attrarre investimenti è fondamentale per un Paese. Non solo per questioni pecuniarie, ma anche per permettere concorrenza e alle piccole aziende di svilupparsi. Una società straniera che investe in Italia avrà poi bisogno di fornitori italiani. Se l’azienda straniera è tecnologicamente avanzata, si possono verificare importanti trasferimenti di conoscenze, non solo ai lavoratori, ma a tutto il sistema, anche molte piccole aziende italiane ne potrebbero beneficiare quindi.

Insomma, le tesi di Pomigliano sono del tutto infondate. L’idea che il costo del lavoro sia praticamente l’unico fattore per farsi concorrenza è fuori dal mondo (tra l’altro Paesi con i salari tra i più alti al mondo tipo la Danimarca hanno pure il doppio della crescita nostrana). Si deve rimettere in moto il risparmio privato e si deve rendere efficiente l’allocazione dello stesso da parte delle banche. Poi, bisogna guardare fuori dall’Italia, cercare di attrarre imprese tecnologiche. Ma per far questo bisogna creare dei poli di ricerca avanzati (altra lezione dei cinesi) e favorire la formazione di competenze richieste dal mercato.


Autore: Alessio Civitillo

Nato a Piedimonte Matese nel 1986. Laureato in Economia alla Federico II, dopo un Erasmus di 9 mesi a Madrid, con un elaborato sugli investimenti italiani a Tianjin (Cina) dove ha lavorato come stagista presso una piccola azienda cinese. Dopo la laurea triennale, ha lavorato per quasi un anno in Italia in contabilità industriale, IT e logistica. Attualmente vive in Danimarca e sta finendo una specialistica in International Business alla Aarhus School of Business. La sua prossima tesi finirà a marzo prossimo, scaturirà da un progetto con un'azienda danese (Grundfos) e sarà sulle politiche di prezzo nelle multinazionali.

2 Responses to “Ricerca, risparmio e investimenti esteri: tre lezioni da imparare dalla tigre cinese”

  1. william longhi scrive:

    “qui, già si ode il tantra di quelli che diranno che le multinazionali investono in Cina perché il lavoro costa poco”… refuso… più che tantra direi mantra. il tantra lo consiglio come relax a chi rimane in città. le offerte sono numerose e vantaggiose. la domanda è razionata solo… da mogli e fidanzate. per il resto, giusto focalizzare la funzione decisiva di risparmio e investimenti, purché non a detrimento dei salari e stipendi. quindi le battaglie sindacali, fatta la tara a certi inevitabili fondamentalismi, hanno una certa ragion d’essere, in fin dei conti. siamo tutti bravi a rilanciare le aziende, tagliando i costi… del personale. che genio della lampada marchionne.

  2. Alessio Civitillo scrive:

    Grazie per il refuso.

    No, non c’entra nulla il discorso salari con quello dei risparmi. I salari devono essere connessi alla produttività e, anche in Cina, lo sono. E’ un dato di fatto che i salari e la produttività in Cina sono cresciuti negli ultimi 30 anni.

    Se i salari crescono più della produttività, le imprese finiscono per avere meno risorse per altre cose (ricerca soprattutto). Se pagano meno, allora devono venire le battaglie sindacali.

    Ma sai qual’è il problema? Io credo che i sindacati proteggano una fascia specifica di lavoratori e che non lo facciano seguendo la loro produttività.
    Che succede? Succede che ci potrebbero essere fasce di lavoratori produttive ma non protette e che prendono 4 soldi e fasce di lavoratori non produttive ma protette.
    Penso sia chiaro come l’azione dei sindacati, basata solo ed esclusivamente sui “diritti” dei lavoratori, possa sconfinare e finire per essere una palla al piede per tutti, aziende e lavoratori.

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