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I Tea Party possono e devono raccogliere la sfida meridionale

– A fronte dell’aumentare dei consensi raccolti dal movimento Tea Party Italia, sarebbe opportuno organizzare una protesta contro l’inequità del fisco anche nell’estremo meridione del paese, area in cui, come ben specificato da Alberto Mingardi in un’analisi su Il Riformista della scorsa Domenica, si conta la maggiore percentuale di evasione fiscale.

Tenendo a mente questi dati, inscenare una protesta contro qualcosa di cui non si percepisce l’ingiustizia poiché elusa, potrebbe risultare un’inutile ed autoreferenziale incontro tra amici. In realtà il Mezzogiorno è destinatario di un salasso ben più crudele del resto dello stivale, poiché a incatenare la sua economia contribuisce un PIL nient’ affatto generoso, la cui scarsità va imputata all’arretratezza dei mezzi di produzione e alla noncuranza con cui Roma ha, sin dai tempi del regno, trascurato la questione meridionale.

Analizzando la situazione calabrese non si può non tener conto di quanto gravoso possa risultare il prelievo fiscale su redditi lordi già modesti e di sovente percepiti da un solo individuo per nucleo familiare. Il welfare sfrenato e ormai fuori controllo ha partorito un circolo vizioso di cui si va sempre più palesando l’insostenibilità, a sua volta inequivocabile sinonimo di deficit nonché debito pubblico.

La mannaia che, puntuale come la morte, colpisce i contribuenti meridionali ha prodotto una largamente condivisa cultura dell’evasione, non giustificabile ma comprensibile se ci si rende conto che tale pratica è l’unico baluardo di legittima difesa contro un Leviatano che di fatto impone l’erogazione di determinati servizi ad un prezzo paurosamente elevato perché non calmierato dall’esistenza di erogatori in concorrenza tra loro. Sebbene concepita  in teoria, la concorrenza nell’erogazione dei servizi è in pratica messa al bando dalla coercizione fiscale, che induce il cittadino ad usufruire dei soli servizi statali, in quanto rivolgersi ai privati per servizi quali la sanità e l’istruzione vorrebbe dire pagarli due volte, una volta come contribuente, un’altra come utente.

Constatata l’impossibilità dei ceti medio-bassi di affrontare tale spesa, l’agenzia di servizi che siamo abituati a chiamare “welfare state” diviene di fatto monopolistica. Pensare che i recenti e drammatici casi di malasanità calabrese possano essere arginati iniettando ulteriori dosi di fondi pubblici nel sistema sanitario regionale vuol dire non rendersi ottusamente conto dell’elevato tasso di corruzione e collusione mafiosa presente sul territorio, possibile proprio grazie a quella intricata e fitta rete di clientelismo che produce appalti truffaldini, rigonfio delle fatture e raccomandazioni che, come troppo spesso dimostrato dalle indagini giudiziarie, vedono protagonisti esponenti della classe dirigente locale piuttosto che boss della malavita.

Sulle spalle dei meridionali grava anche il peso dell’infame giudizio pronunciato dall’ignoranza nordista che liquida la questione meridionale con il solo sentimento di disprezzo verso quelle regioni che, a suo dire, saccheggiano il settentrione. La voglia di fare, lo spirito d’impresa, sono qualità che alla gente del sud non mancano, ma la cui sopravvivenza viene minata dalla stessa entità che dovrebbe tutelarle ed incoraggiarle, nell’interesse proprio e del bene comune tanto osannato.

Per questo ritengo che un Tea Party in Calabria, o piuttosto in Sicilia o in Puglia non passerebbe inosservato ad una platea di cittadini sempre più conscia delle limitazioni impostegli dai “custodi” della cosa pubblica e sempre più disposta ad essere sensibilizzata rispetto ad argomenti di grande rilievo come lo sviluppo del meridione e la riqualificazione dell’immagine di un’economia che con il libero mercato ed un prelievo fiscale modico ed adeguato potrebbe divenire un’eccellenza in settori quali il turismo e l’agricoltura.

Per fare in modo che ciò divenga possibile è d’obbligo accompagnare il ridimensionamento delle imposte con un’equa ed impeccabile riforma di federalismo fiscale, capace di responsabilizzare cittadini ed istituzioni in direzione di maggiori efficienza ed economicità nell’erogazione dei servizi statali e dimostrare ai benpensanti padani che solo se lasciato libero il Sud smetterà di essere la zavorra, il brutto anatroccolo dell’economia nazionale.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

4 Responses to “I Tea Party possono e devono raccogliere la sfida meridionale”

  1. i tea party m hanno deluso nel momento in cui ho saputo che Capezzone sarebbe intervenuto al party di Forte dei Marmi

  2. Francesco Smorgoni scrive:

    Mi sembra davvero troppo parlare di “noncuranza con cui Roma ha, sin dai tempi del regno, trascurato la questione meridionale” o della iniquita’ del fisco al Sud senza citare il costo della vita al Sud piu’ basso rispetto al Centro/Nord del 30% o gli immani trasferimenti che dal dopoguerra hanno caratterizzato le pessime politiche di supporto al mezzogiorno.
    La percentuale sub-sahariana di evasione fiscale ed l’impressionante percentuale di spreco del pubblico denaro tutto mi fanno pensare meno che alla necessita’ di Tea Party in Calabria…

  3. ALESSANDRO CRESPI scrive:

    per un tea party in calabria spero tu possa appoggiarti a due mie vecchie conoscenze.. Sono due fratetti Salvatore e Carmelo Impusino. Salvatore sta nella nella direzione regionale di Generazione Italia. Carmelo invece, pure essendo di temperamento, dovrebbe essere piu vicino a Libertiamo.

  4. agostino bitocchi scrive:

    A quando un tea party a Roma? L’eccessiva pressione fiscale, con aliquote tra le più alte del mondo sui redditi, è ormai emergenza nazionale. Il governo Berlusconi fin’ora ha deluso: ha lasciato le aliquote di Prodi-Visco (primo provvedimento del governo Prodi del 2006).

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