Federalismo, la scatola vuota

– In un editoriale su la Stampa, Luca Ricolfi spiega in modo impeccabile perché stiamo dibattendo sul nulla, riguardo il federalismo. Come in un gioco di specchi, il governo procede speditamente ad approvare decreti delegati che rimandano a passaggi successivi. Ricolfi cita il caso della fiscalità municipale, rispetto alla quale manca la quantificazione fondamentale relativa alla spesa attivabile da ogni comune, e quella sulla pressione fiscale locale, cioè su quanto la municipalità andrà inizialmente a richiedere ai cittadini. Questi sono i due pilastri sui quali poggia il celeberrimo “potere di spesa e di presa” di cui parla il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

L’intera struttura è basata sul concetto di costi standard, da applicare ad ogni attività di produzione di servizi della pubblica amministrazione, diretta ed indiretta. Nell’attesa che tali mattoncini vengano quantificati, Ricolfi osserva che proprio dal concetto di costo standard discende un nodo tuttora irrisolto: quello della perequazione. Per comprendere il concetto è utile cedere la parola a Ricolfi stesso:

«E’ ragionevole che i territori più poveri, avendo un gettito potenziale minore, ricevano una sorta di contributo di solidarietà da un fondo perequativo, alimentato dal gettito dei territori più ricchi. Ma non è mai stato chiarito in modo esplicito se la perequazione dovrà colmare la capacità fiscale mancante, dovuta al fatto che il territorio debole ha redditi più bassi, o dovrà colmare invece il gettito mancante, che spesso dipende anche, in misura tutt’altro che trascurabile, dalla maggiore evasione fiscale.

Esempio: il comune X ha un fabbisogno standard di 100, una capacità fiscale di 70, un gettito di 40 (perché l’evasione fiscale è molto alta). Il fondo perequativo gli assegna solo 30 (100-70=30) o gli assegna 60 (100-40=60) ? Nel primo caso si crea un incentivo a combattere l’evasione fiscale, nel secondo caso l’evasione fiscale è premiata. Il primo meccanismo è virtuoso, ma difficile da mettere a punto perché presuppone la conoscenza della capacità fiscale di un territorio relativamente a uno specifico gruppo di imposte (quelle immobiliari, nel caso dei comuni). Il secondo meccanismo è vizioso, ma facile da applicare perché il gettito, a differenza della capacità fiscale, è perfettamente noto»

Comprenderete la difficoltà insita nella definizione della grandezza definita “capacità fiscale”, l’unica che può fare la differenza tra un federalismo virtuoso ed epocale, potenzialmente in grado di risanare la finanza pubblica italiana, e la banale certificazione dell’esistente fornita dal dato del gettito. Se prevalesse quest’ultima impostazione (o si raggiungesse un compromesso attraverso una soluzione ibrida), sarebbe perfettamente inutile procedere con una riforma che semplicemente non sarebbe tale.

La seconda area critica identificata da Ricolfi è il problema della “chiusura”, cioè del differenziale tra entrate e spese dell’ente locale, dopo aver applicato gli aggiustamenti perequativi. Serve una legge-tagliola, secondo Ricolfi (e secondo noi, si parva licet), cioè inemendabile ed ineludibile, che disponga che siano i cittadini a ripianare l’eventuale disavanzo, con una tassa aggiuntiva. Simmetricamente, in caso di avanzo di gestione, tale legge darebbe facoltà al governo dell’ente locale di scegliere la destinazione del surplus: emissione di un assegno al contribuente oppure costituzione di un fondo di stabilizzazione ciclica (quello che gli anglosassoni chiamano “Rainy Days Fund“). In questo modo gli elettori si avvicinerebbero considerevolmente agli eletti, e potrebbero anche votare su temi non sterilmente “ideologici”, quale ad esempio la destinazione del surplus di bilancio locale.

Peccato che, aprendo gli occhi sulla realtà, nulla di ciò sia ancora stato apprestato dal governo. Si prosegue con i proclami e gli eventi solenni di leggi-delega prive di numeri e metodi, ognuna delle quali rinvia alla successiva. Solo una domanda: questa situazione è imputabile ai “traditori” che hanno lasciato il Pdl o è figlia della spiccata propensione all’illusionismo che pare caratterizzare questo governo e questa maggioranza?


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

9 Responses to “Federalismo, la scatola vuota”

  1. MrY scrive:

    Naturalmente la risposta è la seconda. Ma rilancio, visto che tu Phastidio difendi sempre – dribblando: ed è uno stile che non ti appartiene ma tant’è – i “traditori” che hanno lasciato il Pdl. Proprio perchè il federalismo fiscale è una scatola vuota, proprio perchè il signor Calderoli – come ricorda sempre Ricolfi – l’ha annacquato per farlo andar giù a opposizione e enti locali, non è tanto più grave che il neoliberale Gianfry non faccia che denunciarne i “rischi” per la coesione nazionale? Non sa di che parla, come al solito? O vuole affossarlo tout court?

  2. Mario Seminerio scrive:

    Qui non è stato annacquato un accidente di nulla, semplicemente mancano le architravi della costruzione. Sarebbe auspicabile che il ministro dell’Economia si facesse esplicitamente garante del riempimento di questa cornice, perché vorrebbe dire che l’entrata in vigore del federalismo non ci porrebbe a rischio di distruzione della finanza pubblica. Non è un caso che Tremonti continui ad elogiare il concetto federalista astratto ma abbia finora rifiutato di fornire stime e valutazioni. Semplicemente, quelle stime non le conosce nessuno. Da qui i tentennamenti ed i timori di provocare un disastro. Quindi mi pare di poter dire che in questa discussione il “neoliberale Gianfry” c’entri come i cavoli a merenda, a meno di attribuirgli anche l’effetto-serra e l’influenza suina. Oppure entra nel discorso come possono entrarvi tutti coloro che, non conoscendo i numeri, si preoccupano di un salto nel buio. Troppo difficile da afferrare?

    E’ curioso che tu parli di “opposizione ed enti locali”, accomunandoli. Curioso perché il centrodestra controlla saldamente la Conferenza delle Regioni, anche ricordando la famosa cerimonia di “giuramento” col premier. Si è visto, infatti, durante la manovra, e prima ancora col “piano casa”. Tutti traditori della Causa?

  3. MrY scrive:

    Non ci siamo capiti. Accomuno opposizione e enti locali perchè entrambi non ingoierebbero un federalismo spinto, come entrambi non hanno accolto a braccia aperte la manovra: e poco m’importa che la maggioranza delle regioni sia di centrodestra: evidentemente non hai afferrato che non sono un adepto della Causa, come te; né, però, un simpatizzante del neoliberale Gianfry, a differenza di te. E infatti, su Gianfry, influenze suine e riscaldamenti globali a parte, sei tornato a dribblare. L’hai sentito cosa dice del federalismo? Che non deve essere puntivo per il Sud e per la coesione nazionale. Tu ci leggi una preoccupazione per un salto nel buio? Probabile, il problema è di quale salto nel buio si parla. Se le parole hanno un senso, in quelle di Fini io leggo proprio una preoccupazione per la perequazione. Ma com’è noto io penso alla Causa, mentre tu ragioni nell’empireo della razionalità e del distacco. E si vede sempre più.

  4. Mario Seminerio scrive:

    Le parole di Fini sono parole di banalissimo profilo istituzionale, come quelle che spesso pronuncia, e sono peraltro IDENTICHE a quelle pronunciate in materia da Schifani, che riporto:

    “No a fughe in avanti e scorciatoie” per l’attuazione del federalismo, “sì ad equità e solidarietà che sono princìpi fondamentali su cui si fonda la coesione sociale del Paese e il nostro patto”. Lo ha detto il presidente del Senato Renato Schifani, durante la cerimonia del Ventaglio con la stampa parlamentare, chiedendo “gradualità” per la realizzazione di un federalismo che sia equo e solidale.

    Ohibò, un altro sabotatore del federalismo, e per giunta fedelissimo del premier. Incredibile, vero? Fini secondo te è il responsabile della scatola vuota che abbiamo di fronte? Tu in quelle parole leggi una preoccupazione per la perequazione? Leggi nel pensiero, quindi, hai una professione potenzialmente molto remunerativa. Poco ti importa che gli enti locali a stragrande maggioranza Pdl abbiano avversato la manovra? E di cosa ti importa, quindi, di dati politici o delle tue fantasie a tema precostituito? La logica, questa sconosciuta.

  5. MrY scrive:

    M’importa di riforme che, ove mai venissero, dovrebbero essere le migliori possibili anche se le regioni di centrodestra fossero contrarie. Si sa che in genere le riforme vere provocano strepiti: ragionamento “Thatcheriano” che un tempo anche tu sposavi. Quanto alla manovra, la trovo da sufficienza (non da solo) anche se Formigoni era contrario: la cosa ti sconvolge? E che ci posso fare? Eccola la logica, ma se vuoi insegnarmela basta che tu non sia troppo esoso. Quanto a Schifani,proprio perchè fedelissimo del premier le parole che dice sono da considerare zero quanto a peso politico: lui non conta nulla. E ritorniamo, ohibò, a Fini. In primis perchè l’hai tirato fuori tu nel post. In secondo luogo perché, a differenza di Schifani, controlla un suo gruppo di parlamentari e, guarda un po’, il federalismo è uno dei punti su cui ha sempre detto che voleva discutere nel Pdl. Non della perequazione, dici? Sarà: io però ricordo che durante la gestazione della manovra Bocchino invocava una cabina di regia del Pdl, minoranza inclusa, insieme a Polverini, Scopelliti, Caldoro, Iorio, Chiodi. Tutti del Pdl, certo, ma guarda caso tutti del centrosud e con una sanità disastrata. Sarà un caso?

  6. Mario Seminerio scrive:

    Guarda, io vivo nella regione che pare avere il modello gestionale (non solo nella sanità) migliore del paese, quindi tendo a fidarmi più di Formigoni che della propaganda leghista o dei motti di spirito tremontiani sui grattacieli. Il problema è l’incidenza di interessi clientelari meridionali sull’azione di governo? Pensi che quegli stessi interessi siano concentrati nei 34 gatti di Fini? Auguri. Schifani dice cose identiche a Fini e non pesa nulla? Bene, allora non diamo peso neppure a Fini, attribuendogli di aver finora fatto naufragare il federalismo (e torniamo alla logica, come vedi).
    Quanto al thatcherismo, ed a tutti gli slogan che furoreggiano nella blogosfera, io ho altre priorità: quella di evitare che i miei risparmi vengano inceneriti da una manovra di federalismo sballata.
    Ho “tirato in ballo” Fini, come spesso faccio, per tentare di dimostrare che questa maggioranza ha limiti propri del tutto evidenti, e che ogni volta che la realtà presenta il conto, in questa o altre legislature, viene prontamente identificato il villano responsabile di tutto. Lo schema è piuttosto consunto, sia che si parli di Fini oggi che di Casini e Follini due legislature addietro. E’ una “coalizione a ripetere”, ed è disarmante che ci sia ancora il frastuono di questa canea di supporter che non riesce a cogliere lo schema di questa dissonanza cognitiva.

    Vedi, ti metterò a parte di un grande segreto: quando Piercamillo Falasca ha pubblicato il post sul perché Libertiamo è schierata con Futuro e Libertà, ha parlato di “scetticismo” degli autori di Libertiamo. Diciamo, correndo il rischio di apparire egocentrico, che quando ha scritto quelle parole pensava a me, anche se non solo a me, come dimostra il successivo intervento di Pasquale Annicchino.

    Sarebbe utile evitare di incasellare e precostituire, anche in un paese di curve da stadio come questo. Diversamente, per quanto mi riguarda, potete suonarvela e cantarvela, ma il tempo dovrebbe essere prezioso per tutti, e certamente lo è per me.

  7. Carissimo Seminerio,
    le perplessità sono alle stelle (e le speranze, di conseguenza alle stalle). La broda demagogica che ci sta annegando inesorabilmente non fa sconti a nessuno.
    Fermo il quadro strutturale, organizzativo e legislativo – a partire dal marxistissimo art. 1 della nostra mitologica Costituzione – ogni azione intrapresa da chicchessia dimostra l’assunto di base ben noto ad ogni professionale nel campo dell’innovazione strategica e tattica nella gestione aziendale.
    Non sempre una innovazione è foriera di risultati positivi, specie quando si innesta su una linea non strutturata a riceverla e viene amministrata da capitale umano non adeguato a comprenderla nella portata e nella portanza ed ad amministrarla.
    Tremonti o non Tremonti, questa è la vera, modesta e terribile verità.
    Bossi ha in mente da sempre lo sfasciamento della costruzione unitaria e poiché il quadro internazionale non lo permetterebbe mai, sia se si dovesse trattare di un percorso alla cecoslovacca che se si dovesse trattare di un percorso alla yugoslava che di un qualsivoglia percorso intermedio fra i due estremi, la sua tattica è indirizzata ora a realizzare un obiettivo significativo, pur se di minima – ai suoi occhi – che è quello della sostanziale trasformazione della repubblica unitaria in una labile confederazione in cui il riferimento degli elementi confederati non sia più la capitale nazionale ma quella europea, con rapporti sempre più diretti con l’organizzazione sovranazionale e non mediati da parte dello stato nazionale.
    Cosa vuoi che gliene importi all’ineffabile Senatur ed ai suoi accoliti di calcoli, costi, perequazioni, costi standard, tagli lineari, centri di costo e controllo di gestione, di dotte e meno dotte disquisizioni di scienza delle finanze e di economia politica? Cosa vuoi che gliene importi di cosa pensa un uomo colto ed appassionato di cosa pubblica e di virtù private?
    Lui ha semplicemente sostituito il rosso con il verde ma le tre narici sono rimaste sempre tre. Guareschi lo avrebbe crofisso al suo stesso ridicolo.
    E, se è vero come è vero, che a tutti gli autentici veri liberali – pochini, sempre pochini – sono ormai cadute le braccia nel vedere il governo espresso da un aggregato che si autodefinisce popolo della libertà e che è impersonato da persone non appartenenti in nulla alla matrice culturale e politica liberale ed il cui massimo rappresentante se ne va in un campus telematico a rassicurare gli studenti sul fatto che il molto denaro speso dalle famiglie per far loro stampare in fronte il bollo tondo della repubblica non sarà mai stato sprecato poichè fermo e fisso per sempre ne resterà opponibile al mondo intero il valore legale, cosa resta da fare?
    Una cosa è certa: se dovessimo anche operare per tornare alle pappine di quelle meduse dai denti di squalo che furono i democristiani o consegnare noi stessi ed il futuro ai tardi epigoni del Migliore avremmo fatto una di quelle frittate da leccarsi i baffi.
    L’operazione Fli mi puzzicchia di roba vecchia anche se l’olezzo non attraente è minuito dal profumo dato dalla presenza di qualche testa autenticamente libera e liberale.
    Stiamo a vedere, ma scettici, molto scettici.

  8. Lontana scrive:

    Mah! Io non capisco tutte le storie che si fanno per l’introduzione del Federalismo. Esiste in tanti Paesi, funziona bemissimo e garantisce molte libertà che in questa penosa situazione italiana non abbiamo. Tutti questi Paesi non si sono sfasciati, anzi, tengono a bada le spinte separatiste proprio col federalismo e la perequazione. La perequazione non é ” una carità cristiana o un atto di generosità..” é fatto di conti, di numeri, di giustizia.
    Ricolfi é bravo e ha la mia stima. Si é svegliato un po’ tardi perché il Prof. Miglio queste cose le diceva negli anni ’90, ma ci sta lavorando bene.
    Sono anche io convinta che non si sia ancora sulla buona strada per avere un buon sistema, ma in Italia c’é questo Sud piagnucoloso e fottitore che mette i bastoni tra le ruote ad ogni innovazione.
    Certo che se una regione ha bisogno di 100 e potrebbe dare 70 lo stato federale gli deve dare 30 e non di piu’. Il gettito va dimenticato, e la regione deve imparare a gestirsi e a riscuotere.
    Bisogna che la musica cambi completamente. Da me in Canada i comuni non possono andare in deficit, pena il commissariamento, e ogni Provincia ( si chiamano provincie e non stati come quelli americani) puo’ scegliere la sua parte di aliquota da imporre. In Alberta c’é solo la parte federale, in Québec ci sono entrambe. la perequazione segue dei meccanismi complicati, pro-capita e pro altre cose, ma funziona.
    Insomma, non sappiamo come possa venir fuori il nostro federalismo, ma é assolutamente necessario se vogliamo che il Paese resti unito, perché il malcontento al Nord cresce a dismisura e il Sud é vorace, senza fondo.
    E chi puo’ fare questa riforma? Per forza la Lega e il PDL, che pero’ ha a che fare con una classe politica in gran parte meridionalista con elettorato meridionale.
    Ci si deve provare e si ha un po’ di buon senso, la si deve favorire, senza discorsi patetici sull’egoismo di chi la vuole.
    Per quanto riguarda Fini, che sia un buon federalismo o no, lui non lo vuole perché il suo elettorato é al sud, dunque non va certo a braccetto con manovre che possano cambiare lo statu quo.
    Mi aspetto che voialtri liberali, sul federalismo almeno siate d’accordo, perché dovrebbe in teoria portare molte piu’ libertà alle singole regioni.

  9. Mario Seminerio scrive:

    Anch’io sono d’accordissimo sul concetto di federalismo. Mi piacerebbe vedere anche dei numeri a corredo dei ddl, non solo il rinvio ad altri ddl, però…

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