Il viaggio è stato lungo, c’è ancora tanta strada da fare. Parola dell’Economist

– Si parla di politica italiana nell’ultimo numero dell’Economist, da oggi in edicola. Un articolo su Gianfranco Fini nella sezione “Leaders” ed un secondo pezzo più articolato sulla crisi interna al centrodestra (con un bel gioco di parole: “A FLI in his ear”, una mosca che ronza nell’orecchio di Berlusconi).

I giornali italiani, in possesso da ieri dell’anteprima della rivista, ne danno oggi abbondantemente conto, alcuni sintetizzando il contenuto dei due articoli, altri pescando ciò che più interessa alla loro linea politico-editoriale. Nulla di nuovo sulla stampa italiana, insomma. E’ sul settimanale in lingua inglese, invece, che si trova un elemento di novità: la proverbiale diffidenza per l’Italia ed il suo centrodestra si accompagna ad una moderata apertura di credito nei confronti di Fini, sebbene vincolata ad alcune domande al diretto interessato.

Con le sue posizioni liberaldemocratiche sui temi social (incluso l’intento a limitare l’influenza della Chiesa Cattolica nella vita italiana), la ferma condanna della corruzione e un’idea di partito opposta a quella “strumentale” di Berlusconi, Gianfranco Fini è considerato dal magazine internazionale come il politico italiano più talentuoso, a cui viene ora chiesto di mostrare la sua stoffa. Se il presidente della Camera dice molte cose giuste – s’interroga l’Economist – le dirà per le ragioni giuste? E ancora: accanto all’istinto per sopravvivere, è tempo per Fini di mostrare più nobili qualità, la coerenza e i principi. Non mancano interrogativi sulla sua strategia politica, sulla sua visione economica, sulla vicenda della casa di Montecarlo sollevata da Il Giornale.

Parli di Economist e ti viene in mente l’ormai consolidata diatriba tra il settimanale e Berlusconi, considerato inadatto (unfit) a governare e sempre guardato in cagnesco da chi non gli ha mai perdonato il conflitto d’interesse tra l’uomo politico e l’imprenditore dei media.
Per anni la stampa internazionale ha dipinto il centrodestra italiano come un’anomalia della democrazia europea, con il tycoon alleato con sospettabili post-fascisti e improbabili secessionisti razzisti. Nel campo del centrosinistra, in molti hanno acriticamente usato questi giudizi per alimentare il fronte dell’anti-berlusconismo militante. Nel centrodestra – con Berlusconi che spiegava tutto con la chiave del complotto della sinistra – in pochi hanno cercato di riflettere sulle ragioni più profonde di questa diffidenza internazionale. Eppure argomenti da opporre alle semplificazioni e agli stereotipi della stampa d’oltreconfine ce n’erano, e non pochi. Ma c’era una debolezza strutturale: il centrodestra a guida berlusconiana non ha mai voluto ammettere di essere un’anomalia, per quanto ampiamente giustificata dalle vicende della storia italiana che avevano preceduto la “discesa in campo” del Cavaliere. Insomma, non considerandosi anomalo, il berlusconismo non ha mai avvertito l’esigenza di normalizzarsi.

Da molte analisi sulla politica italiana apparse in giro per il mondo, traspare la convinzione che l’attuale iniziativa politica di Fini possa in qualche modo contribuire all’auspicata normalizzazione (anche permettendo all’Italia di riguadagnare in Europa una posizione adeguata al suo peso, come chiedeva sempre l’Economist la scorsa settimana). Dagli anni in cui i media internazionali gli davano del fascista, Fini ha compiuto un lungo percorso, le cui tappe cruciali sono state le visite in Israele e ad Auschwitz, la condanna delle leggi razziali, il suo incarico di rappresentante italiano presso la Convenzione Europea presieduta da Giscard d’Estaing.

Such a long journey, so far still to travel”, dice oggi l’Economist. Il viaggio è stato lungo, c’è ancora tanta strada da fare.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Il viaggio è stato lungo, c’è ancora tanta strada da fare. Parola dell’Economist”

  1. Mario Russo scrive:

    “Such a long journey, so far still to travel”, dice oggi l’Economist
    Certo…certo…verrebbe da aggiungere “verso il baratro”. Peraltro la malafede del settimanale è lampante anche nel non vedere il vecchiume dei protagonisti di questa pseudo svolta ed i metodi “democristiani”. Fini, a quanto pare, ha ormai l’unica legittimazione che cercava. L’unica che gli interessava, a costo pure di vendersi l’anima. Ovvero quella dei “circuiti internazionali” dei poteri mediatici e finanziari. Un certo percorso, viaggi ad Israele compresi, lo conferma ampiamente.
    saluti.

  2. E già, purtroppo, caro Russo. Quando e se vi sarà un altro Britannia, il nostro, magari dopo una bella immersione a Montecarlo, sarà prontissimo alla bisogna. Peccato che D’Alema & Co (la famosa unica Banca d’affari che non si esprimesse in inglese) hanno già dato e parecchio. Resta poco, se ci si astrae dall’immenso patrimonio immobiliare di Enti e Paraenti e di noi tutti. Finché c’è vita c’è speranza. E non bisogna mai disperare. Possono insegnarcelo i democristiani i quali, morta la Bianca Balena, possono gioire dell’ex nero e quasi ormai bianco balenottero il quale dopo “such a long journey, so far still to travel” va a passi spediti verso forse nemmeno lui sa. Però ci va benissimo.
    Mi dispiacerebbe tantissimo se le belle ed appassionate teste di Libertiamo ne dovessero ricevere un colpo esiziale. Spero proprio di sbagliarmi.

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