Milano e Gomorra. Perché il centrodestra fa male a non ascoltare Saviano

– Roberto Saviano, in una intervista rilasciata a Vanity Fair, ha affermato che la Lega Nord non avrebbe fatto abbastanza, nel corso degli ultimi anni, per impedire alla ‘ndrangheta di ramificarsi in Lombardia. Non si è fatta attendere la risposta del Carroccio. Mario Borghezio ha definito demenziali le parole di Saviano, ricordando che il suo movimento si era battuto ferocemente contro il “soggiorno obbligato” al nord per i condannati per mafia. Chi ha ragione? Purtroppo hanno ragione entrambi.

E’ stato dimostrato dalle inchieste degli ultimi dieci anni che i provvedimenti di custodia in carceri lontane dal Mezzogiorno per chi si era macchiato di associazione per delinquere di stampo mafioso, se da una parte impedivano (o cercavano di impedire) la prosecuzione di un contatto coi territori dove questi criminali operavano, dall’altro consentivano loro di allacciare rapporti malavitosi altrove.

In parole più semplici, detenere un mafioso siciliano o un camorrista napoletano al nord ha facilitato l’espansione della criminalità organizzata al nord. E da questo punto di vista Borghezio ha ragione: nei primi anni di esistenza, la Lega faceva della contrarietà al soggiorno obbligato una battaglia politica che, per via della marginalità di quel partito nell’Italia pre-Tangentopoli, non aveva modo di essere vinta.

Ma il “confino”, come molti lo chiamano, non è l’unico fattore di ramificazione delle mafie nel Nord del Paese. L’Italia settentrionale ha sempre costituito una forte attrazione per la criminalità organizzata perché è lì che si trova il cuore finanziario ed economico del Paese. Gli investimenti mafiosi nel Nord sono incominciati molto prima dei “soggiorni obbligati”, molto prima che la Lega nascesse: anzi, occorre ricordare che uno dei fattori di successo della Lega è sempre stato il fastidio della popolazione settentrionale verso un fenomeno che, trenta o venticinque anni fa, era forse allo “stato nascente” ma già si percepiva, e cioè il radicamento delle mafie “meridionali” in un territorio, quello lombardo, che i residenti avevano sempre considerato immune alle infiltrazioni criminali.

Chi scrive lo sa bene, perché vive a ridosso di un quartiere che, a metà degli anni ’80 e cioè in tempi non sospetti, era in testa alla classifica milanese delle strade con più residenti agli arresti (domiciliari o in carcere) per motivi di mafia. Il successo della Lega è successivo e non precedente a questo fenomeno. Ad un certo punto, la Lega ha preso il potere. Prima a Milano, poi a Roma. Ha cominciato ad avere importanti responsabilità di gestione politica del territorio, con numerosi sindaci e assessori, comunali, provinciali e regionali. E’ entrata nella cosiddetta stanza dei bottoni, e c’è ancora. Con un ministro dell’interno, Roberto Maroni, che spende molte energie per ottenere ottimi risultati sul fronte della lotta alla criminalità organizzata.

A Milano e in Lombardia, però, la Lega è sempre stata “seconda”, se si eccettuano i quattro anni del sindaco Formentini. Questi sono passati però molto rapidamente, perché la cosa più importante in quel momento (dal ’93 al ’97) era fermare tutto e ripartire da zero, dopo l’esplosione delle inchieste di Tangentopoli che, comunque le si giudichino, hanno scoperchiato un mondo fatto di tangenti, per qualunque tipo di appalto pubblico, che coinvolgevano quasi tutto il sistema politico locale.

La subalternità elettorale rispetto a Forza Italia prima, e al PdL poi, potrebbe far dire alla Lega Nord di non avere avuto la possibilità di contrastare con efficacia i fenomeni malavitosi e su questo equivoco potrebbero fondarsi anche molte delle difficoltà, più generali, nel rapporto attuale tra i due partiti nel Nord, ma non solo. La Lega, infatti, quando il PdL è in difficoltà per cause giudiziarie, si è sempre affrettata a prendere le distanze. Abbiamo spesso sentito, negli ultimi mesi, affermazioni come “la Lega è diversa”, “da noi uno così non potrebbe essere candidato”, “fosse per noi non lo avremmo fatto eleggere”. Eppure chiamarsi fuori da un sostanziale immobilismo non è possibile. E da questo punto di vista ha ragione Saviano.

Ogni volta che il centrodestra lombardo è chiamato a operare una riflessione su se stesso, anche preventiva, rispetto a fatti di camorra, mafia e ‘ndrangheta, sembra che voglia psicologicamente proteggersi. Sembra temere che venga scoperchiato qualcosa. Il che è molto peggio, se ci si pensa bene, che scoprire che alcuni singoli esponenti sono responsabili di illeciti. E’ successo con la commissione di vigilanza sull’Expo, prima approvata dal consiglio comunale anche col voto del centrodestra, poi ritirata perché la Prefettura e il Tribunale avevano sottolineato che avrebbe esercitato abusivamente competenze riservate ad altri organi di controllo e all’autorità giudiziaria. La divisione dei poteri è da salvaguardare, e tuttavia alcuni settori del centrodestra milanese hanno immediatamente festeggiato: “ve lo dicevamo, noi, che non era necessaria la commissione”.

Allargando il discorso ad altri fatti, si è scoperto che alcuni funzionari del Comune di Milano sarebbero stati coinvolti in un giro di tangenti per facilitare le autorizzazioni all’apertura di locali pubblici o per allentare i controlli amministrativi. L’inchiesta era partita nel 2007 da una costola di “Vallettopoli” ed era nota a tutti. Tanto per fare un esempio, il comandante dei Vigili Urbani era stato già rimosso per questa ragione.

Alcuni consiglieri comunali del Pd, circa un anno fa, con un’interrogazione chiesero agli assessori competenti se non fosse il caso di aprire un’inchiesta interna e fu loro risposto che non era necessaria. Ora, pare di capire che il sindaco abbia cambiato idea .

L’impressione che se ne trae è quella di un centrodestra che si arrocca fin che può. Quando non può più, “apre” alle indagini, espelle gli esponenti coinvolti (Pennisi, Prosperini), ammette che le mele marce c’erano. Ma poi, allorché un finiano moderato come l’assessore milanese Landi richiama all’ordine (morale) il suo partito (“alcuni finiani devono abbassare i toni della polemica ma certamente alcuni berluscones dovrebbero ritrarre le mani dalla marmellata del malaffare”), esattamente come accade a livello nazionale, il bersaglio del PdL diventa lo stesso Landi (“smetta di fare il piccolo Fini, faccia il suo mestiere di assessore piuttosto che il capo corrente”, parola di Giulio Gallera, capogruppo del PdL in consiglio comunale).

Lo schema sembra il seguente: negare fin che è possibile, poi ammettere e chiedere le indagini, ma contemporaneamente minimizzare. Questo nel PdL. Per la Lega, tornando da dove avevamo cominciato, il discorso è diverso. Lo scrittore Saviano si chiede che cos’abbia fatto, nel concreto, il Carroccio per impedire alle mafie di radicarsi nel Nord, ma ovviamente parla anche reati non propriamente mafiosi, come quelli che abbiamo citato. La Lega non deve scandalizzarsi della domanda. Chi governa ha sempre una responsabilità del “non fatto”, dell’omesso controllo, della selezione superficiale della classe dirigente.

Ma cambiare il passato è impossibile. Non siamo certamente tra quanti ritengono l’onestà una qualità politica. Questo appartiene alla retorica giustizialista del dipietrismo. Un uomo onesto non è necessariamente un politico competente e responsabile. A contare sono altre caratteristiche più propriamente politiche. L’amore e la conoscenza del territorio e delle sue dinamiche economiche e sociali. Un’idea intelligente del futuro e una conoscenza realistica del passato. Una consapevolezza chiara delle reali possibilità della politica.

L’onestà non è una qualità, ma è una condizione da cui è impossibile prescindere. Non è affatto sufficiente, ma è assolutamente necessaria. Mostrarsi arroccati e infastiditi dai richiami alla trasparenza e alla correttezza amministrativa non restituirà alla lunga un’immagine positiva al centrodestra. Da questo punto di vista, Lega Nord e PdL sono legati a doppio filo.

Adesso salta fuori la mega-inchiesta sulla ‘ndrangheta lombarda. Le parole di Saviano vanno raccolte, non rigettate. Per dimostrare, a meno di un anno dalle elezioni comunali, che l’amministrazione di centrodestra può vantare non solo l’Expo (che peraltro sta diventando quasi un boomerang), non solo i quartieri monoreddito come CityLife e Porta Garibaldi, non solo il Piano di Governo del Territorio, ma anche la capacità di guadarsi dentro e di giudicarsi senza indulgenza.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

One Response to “Milano e Gomorra. Perché il centrodestra fa male a non ascoltare Saviano”

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Guarda Originale: Milano e Gomorra. Perché il centrodestra fa male a non ascoltare … […]