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Il Piano triennale sul lavoro: l’ora delle riforme

– Nei giorni scorsi il ministro Maurizio Sacconi ha presentato – come aveva annunciato – il Piano triennale del lavoro. Il documento è  innanzi tutto un bilancio delle attività svolte nel corso del primo biennio della legislatura. Il governo ascrive alla sua iniziativa l’aver salvaguardato la base occupazionale attraverso le misure sugli ammortizzatori sociali, attraverso la convergenza di governo, regioni e parti sociali su importanti e tempestive decisioni. Le numerose iniziative assunte sono in prevalenza riconducibili a tre linee di azione.

1. Liberare il lavoro dalla oppressione fiscale, burocratica e formalistica. In questo ambito vanno annoverate diverse misure come il ripristino di alcuni istituti previsti dalla legge Biagi, abrogati nella passata legislatura, l’introduzione di buoni lavoro o voucher, il rilancio dell’apprendistato ed il potenziamento della formazione e dell’apprendimento attraverso un accordo che ha visto la partecipazione di tutte le parti sociali (inclusa la Cgil) dotata di un finanziamento pari a 2,5 miliardi di euro essendo il settore considerato come la principale leva per l’adattabilità e l’occupabilità delle persone, quando si consoliderà la ripresa e il mercato del lavoro richiederà delle competenze adeguate rispetto alla trasformazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro e nei processi produttivi.

Il documento, poi, difende – in tema di pressione fiscale sul lavoro – la scelta di concentrare misure di tassazione agevolata sulle voci retributive idonee ad incrementare la produttività.  Infatti – commenta il documento – l’onere relativo alle misure di tassazione agevolata è stato di circa 500 milioni su base annua interessando oltre un milione di lavoratori con trattamenti tra i più bassi. Se le stesse risorse fossero state spalmate – come richiedeva l’opposizione – su tutti i redditi di lavoro, vi sarebbero state delle ricadute pressoché impercettibili sulle retribuzioni mentre non si sarebbe stimolata la maggiore produttività del lavoro e la riforma della contrattazione collettiva. Con le nuove misure sarà ampliata la platea dei beneficiari delle riduzione contributiva e fiscale.

2. Liberare il lavoro dall’insicurezza. Il governo rivendica la validità delle misure correttive apportate al testo unico sulla salute e la sicurezza del lavoro, che  risulteranno rafforzate grazie alla istituzione del polo della sicurezza Inail-Ipsema-Ispels. Altre novità sono contenute in provvedimenti in corso di approvazione.

3. Liberare il lavoro dalle tutele inefficienti.
Il piano fa riferimento – è questo il terzo filone – alle norme sulla conciliazione e l’arbitrato, contenute nel “collegato lavoro”, al disegno di legge sulla regolazione dello sciopero nei servizi di pubblica utilità  e allo statuto dei lavori.  Le considerazioni più importanti, ad avviso di chi scrive, riguardano i progetti del governo in tema di riforma degli ammortizzatori sociali. Va notato innanzi tutto che lo strumento legislativo che sarà adottato è anch’esso contenuto nel “collegato lavoro” . Si tratta, appunto, della delega prevista in questa materia che è poi la stessa contenuta nella legge n.247 del 2007.

Il piano riconferma quanto il governo, in proposito, aveva dichiarato in altre occasioni: le nuove tutele avranno una base assicurativa ovvero saranno finanziate mediante la contribuzione obbligatoria dalle parti e dalle categorie interessate. Il medesimo criterio varrà anche nel caso delle figure flessibili del mercato del lavoro, le quali già dispongono di un trattamento previdenziale, non solo pensionistico anche se le altre coperture presentano parecchi problemi di utilizzazione effettiva, vista la complicazione dei requisiti d’accesso. Per quanto riguarda l’introduzione di nuove prestazioni il governo lascia intendere che sarebbe possibile, una volta definita l’aliquota d’equilibrio necessaria, rendere strutturale e permanente l’indennità di reinserimento adottata fino ad ora in via sperimentale.

È severa, invece, la critica rivolta alle proposte di “contratto unico”. Il documento fa notare che neppure all’epoca del taylorismo si era mai avanzata una ipotesi siffatta, tanto più discutibile oggi a fronte della frantumazione del mercato del lavoro.  Sarà lo statuto dei lavori a definire il tasso minimo ed uniforme dei diritti che devono essere universalmente riconosciuti: il diritto alla salute e alla sicurezza;  il diritto ad un equo compenso; il diritto alla formazione e all’aggiornamento.  Un ruolo decisivo –  nel quadro del superamento del centralismo regolatorio – può essere assolto dagli enti bilaterali, quali soggetti protagonisti dello sviluppo di un welfare privato-collettivo.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

One Response to “Il Piano triennale sul lavoro: l’ora delle riforme”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Neppure ai tempi del tayorismo? Bah!

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