– di Carmelo Palma, da Il Secolo d’Italia del 4 agosto 2010 –

Res sunt consequentia nominum. Il centralismo democratico “chiama” le espulsioni, le comporta come pratica, perché le prevede come regola, le impone come ordine efficiente, perché concepisce il dissenso come disordine. I chierici della leadership pensano che la fisiologia liberale sia una patologia democratica, che la libertà politica sia compresa nell’unità del partito e non possa eccederla.

L’espulsione di Fini e dei finiani del PdL è una conseguenza logica della decisione illogica d’imbalsamare il carisma berlusconiano e di prestare ai fini della politica liberale i mezzi, e perfino il vocabolario, della disciplina leninista. Come se la qualità liberale rilevasse solo “fuori” e non “dentro” e la regola di un partito – come di qualunque organizzazione umana – non desse, assai più dei suoi progetti, una misura esatta della sua identità.

Quando nell’aprile scorso la Direzione del PdL si riunì per rintuzzare le critiche del Presidente della Camera, pose le premesse per l’imputazione e per la sentenza pronunciata venerdì scorso dall’Ufficio politico del PdL. E lo fece con disinvoltura e noncuranza, come se le parole leniniste potessero esprimere, ma non travisare la sostanza di un partito per definizione “liberale”.

“L’unità d’azione nel periodo della lotta è assolutamente necessaria. Nessuna critica, nel corso di questa lotta infuocata, è ammissibile all’interno dell’esercito proletario”

scriveva Lenin nel 1906, così spiegando il centralismo democratico:

“Libertà di discussione, unità d’azione: … E’ questo un principio nuovo nella prassi del nostro partito, ed è quindi indispensabile lavorare a fondo per la sua coerente applicazione”.

Di questo “nuovo” principio devono aver tenuto conto i componenti del Politburo berlusconiano, stilando un documento che ha il tenore, lo spirito e la lettera dell’originale leniniano:

“Le posizioni dell’On. Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio”.

Non siamo stati in pochi a ritenere che un partito libertario potesse succedere all’anomalia anarchico/monarchica del berlusconismo più credibilmente di un partito-sarcofago costruito per conservare, nei secoli dei secoli, la mummia del fondatore. E non è detto che non lo si possa recuperare dalla pozza in cui è stato gettato con l’acqua sporca della “dissidenza” in un’operazione più suicida che omicida, che ha rovesciato il tavolo del partito per scompaginare i piani di un giocatore.

Peraltro dal punto di vista storico la fondazione del PdL aveva superato, in teoria definitivamente, la logica di un centro-destra imprigionato nel rapporto tra un Berlusconi “sdoganatore” e un Fini “sdoganato”, e aveva aperto una stagione diversa, perché lontani anni luce dalla loro immagine del ’94 erano ormai entrambi i protagonisti.

Un partito libertario, che ricordi più un mercato che una caserma e più una piazza che una sagrestia, esporrebbe il centro-destra italiano a molti rischi, ma scongiurerebbe il peggiore, quello dell’auto-dissoluzione o della libanizzazione, quando verrà meno l’ubi consistam del consenso berlusconiano.

Peraltro, non è solo il centro-destra, ma l’intero sistema politico ad essere appeso a questa vicenda, cui molti si ostinano a guardare come ad una questione privata tra il fondatore il co-fondatore. L’evoluzione del sistema politico italiano, nella lunga transizione che dalla fine della Prima Repubblica ci sta conducendo al termine della parabola berlusconiana, ha visto le leadership sostituire i partiti e l’ordine anti-politico rimpiazzare quello partitocratico.

Ai “partiti-padroni” sono succeduti i “padroni-partito”, dando nel nostro paese una declinazione del tutto particolare e anomala a quella “personalizzazione” che pure è una tendenza caratteristica della politica contemporanea. La mappa della politica italiana è rimasta inchiodata, per oltre un quindicennio, ad una manciata di nomi: Berlusconi, Bossi, Fini, Prodi, Casini, Bertinotti, Di Pietro e la coppia D’Alema-Veltroni. La discesa in campo di Berlusconi non ha imposto, ma consolidato la regola.

Mentre negli altri paesi dell’occidente avanzato i partiti cambiavano i leader (anche quelli più longevi e di maggiore successo), in Italia i leader cambiavano i partiti (solo la Lega ha ancora il nome che aveva nel 1994). Leader forti e inamovibili e partiti fragili e fungibili hanno condannato la politica italiana ad una disciplina rigida e ad una piattaforma erratica, in cui sono più i contenuti ad adeguarsi alle formule che viceversa.

Il PdL, come il suo “gemello diverso”, il Pd, avrebbe potuto trascinare il bipolarismo italiano all’età adulta, non più incidente congiunturale, ma caratteristica strutturale, non più sotto-prodotto fortunato della dialettica tra berlusconismo e antiberlusconismo, ma principio costitutivo del gioco politico-elettorale. La normalizzazione del processo politico attorno a due grandi country-party (come avviene, al di là dei sistemi elettorali, in quasi tutti i grandi paesi avanzati) esige però, innanzitutto, la normalizzazione dei partiti. I partiti di una democrazia normale non possono conformarsi all’eccezione, ma alla regola del sistema.

Come ha scritto su Libertiamo.it Benedetto Della Vedova:

“I partiti sono nel piccolo ciò che i sistemi democratici sono nel grande: un modo per discutere e eventualmente mutare le ricette di governo. Un modo per darsi torto, non solo per darsi ragione…L’unità di tutte (e sottolineo: tutte) le forze politiche moderate e conservatrici dell’occidente avanzato non è garantita da statuti centralistici e da regimi carismatici, ma da forme di organizzazione politica che consentono il confronto competitivo di proposte e di leadership alternative. Se ciò che altrove è fisiologico nel PdL appare patologico, non è così scontato che a sbagliare siano gli altri (tutti gli altri) e che l’unico modo per scongiurare, come è giusto, il ritorno al passato partitocratico sia il consolidamento di una democrazia “anti-partitica”.

Il PdL doveva segnare il passaggio dalla biografia alla storia, dopo meno di due anni segna il ritorno dalla storia alla biografia. Se Berlusconi aveva surrogato la destra che non c’era e inventato, con una buona dose di approssimazione e di fantasia, quella che avrebbe potuto esserci, ora, di quella che c’è, scomunica la parte che non è “sua” e che non sente di appartenergli. Lo stesso berlusconismo nell’arco del quindicennio è stato tutto fuorché uguale a se stesso, ha stabilmente privilegiato la sussistenza politica alla consistenza programmatica, sacrificando ora questo, ora quello alle necessità della congiuntura politica. Primum vivere, deinde philosophari.

In senso stretto, non esiste quindi un’ortodossia berlusconiana, semmai un berlusconismo ortodosso, un richiamo della foresta dell’anti-politica uguale e contrario a quello anti-berlusconiano. Così non è il berlusconismo, ma Berlusconi stesso a farsi ortodossia e a vestire la divisa bolscevica che gli intellettuali della casa gli hanno cucito addosso.