– Circa un mese fa Luca Ricolfi consegnò ai lettori de La Stampa una curiosa equazione: le critiche dei “finiani” (allora non ancora confluiti nel gruppo Futuro e Libertà) sul ddl intercettazioni avrebbero minato alle fondamenta il federalismo fiscale. “Fra tutti gli scambi possibili, – scriveva l’ottimo sociologo – il più perverso (…) sarebbe quello fra intercettazioni e federalismo. E cioè che i finiani accettassero un cattivo compromesso sulle intercettazioni, in cambio di un gesto di clemenza nei confronti delle Regioni meridionali in dissesto”.

La cronaca ha in qualche modo smentito l’ipotetico scambio, anche all’epoca in verità poco realistico. E’ invece particolarmente diffusa tra gli analisti la convinzione che Fini e i suoi siano ostili alla riforma federale (tanto da considerarla, nelle parole di Ricolfi, “come una minaccia alla coesione sociale, se non come un attentato all’unità nazionale”) o comunque troppo prudenti rispetto ad essa. Così lascia intendere, per fare un altro esempio, Alessandro De Nicola sul Sole 24 Ore di domenica scorsa.

A Fini non si perdonano il suo passato (il “sostrato” di destra nazionale della sua iniziativa politica), le recenti perplessità su aspetti specifici della riforma (la tempistica del passaggio dalla spesa storica al costo standard, per dirne una) e l’aver posto l’accento sull’unità nazionale e sulla coesione territoriale come condizioni irrinunciabili.

In realtà, più che avversità al federalismo fiscale, le osservazioni del primo inquilino di Montecitorio appaiono mosse dal metodo politico adottato dai principali artefici della riforma (i leghisti, stante il sostanziale silenzio del PdL). Difficile su questo punto dare torto a Fini, che si sia tiepidi o ferventi sostenitori del federalismo (e il sottoscritto s’iscrive tra questi ultimi).

In troppe occasioni la Lega Nord ha mostrato scarsa attenzione alla ragion d’essere del federalismo, vale a dire l’assunzione di responsabilità finanziaria e politica delle regioni e degli enti locali per le proprie scelte. Sul federalismo demaniale ha prevalso una logica da “spartizione del bottino”, accompagnata da un malcelato desiderio di lanciare messaggi simbolici e galvanizzanti, tipo “le Dolomiti al Veneto”. Sul riordino della tassazione, il Carroccio non sempre mira alla riduzione della pressione fiscale e a un maggior legame tra funzione impositiva e responsabilità di spesa, ma ad accrescere la capacità delle Regioni di spendere le risorse raccolte dallo Stato (insomma, dal “basta Roma, basta tasse”, la Lega è passata al solo “basta Roma”). L’atteggiamento di Bossi e compagnia sui servizi pubblici locali denota una preferenza per uno “statalismo locale”, nemmeno lontano parente di un autentico sistema di sussidiarietà, autonomia e competizione.

Infine, l’inganno di fondo: “questo” federalismo fiscale a trazione calderoliana promette vantaggi a tutti e svantaggi a nessuno. Dovrebbe invece essere ben chiaro ciò che un federalismo responsabilizzante dovrebbe colpire: quella classe politico-burocratica meridionale che fa dell’assistenzialismo e della costante intermediazione l’arma per il proprio consenso e l’autoconservazione. Intervistato qualche tempo fa da Lucia Annunziata, Gianfranco Fini lo riconobbe: per sanare la profonda frattura Nord-Sud c’è da convincere l’opinione pubblica meridionale che – per appropriarsi del proprio futuro – occorre liberare il presente da quella Casta che lo ha catturato. E questo nel breve periodo costa.

Non è possibile quadrare il cerchio per decreto, e soprattutto con “questi” decreti: si potranno anche chiudere nottetempo i rubinetti dei trasferimenti statali, ma rebus sic stantibus si finirà presto per aprire le cisterne dei salvataggi, sul modello di Catania. D’altro canto, le vicende della Grecia – con l’Europa che ha infine preferito un costoso salvataggio al default ellenico, socialmente e politicamente inaccettabile – dovrebbero mettere in guardia: un riordino approssimativo e ideologico della finanza pubblica della “Magna Grecia” rischierebbe di provocare più di un default locale. Chi crede che, a quel punto, lo Stato si possa astenere dall’intervenire?

C’è da evitare che l’opinione pubblica meridionale, drogata da decenni di assistenzialismo, non capisca il senso del federalismo e si aggrappi (anche elettoralmente) a qualche profeta del meridionalismo straccione. E allora, alla logica della “secessione del gettito” e alla retorica della “chiusura dei rubinetti” va opposta un disegno graduale ed una visione di medio-lungo periodo. Occorre offrire ai meridionali uno scambio reale tra minori risorse pubbliche e maggiori opportunità, dimostrando loro che il federalismo può essere quel sistema che consente alle aree a basso reddito di essere più competitive, di offrire un ambiente normativo-burocratico più snello ed una tassazione più leggera. E il sistema politico dovrà accompagnare al riordino della finanza pubblica un’operazione di “bonifica” del suo ceto locale e degli apparati amministrativi.

La sfida del federalismo fiscale si combatte al Sud. Verrà vinta se si sapranno separare gli interessi della società da quelli del ceto politico e delle sue “periferie” (più o meno legali), avendo in mente l’Italia ed il Mezzogiorno che vorremmo tra dieci anni. Verrà persa se la si condurrà con un occhio ai sondaggi elettorali del Nord.