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Ora anche il fisco. L’Italia e il suo tentativo di espellere Ryanair

– Gli utili di un’impresa di uno Stato contraente, non sono tassabili che in detto Stato, a meno che l’impresa non svolga attività nell’altro Stato contraente per mezzo di una stabile organizzazione ivi situata. Se l’impresa svolge attività come avanti detto, gli utili dell’impresa possono essere tassati nell’altro Stato, ma soltanto nella misura in cui detti utili sono attribuibili alla stabile organizzazione.

Questo articolo della Convenzione  stipulata nel 1971 tra Italia e Irlanda al fine di prevenire doppie tassazioni sul reddito è alla base della nuova controversia che vede protagonista Ryanair e i suoi voli nazionali sul territorio italiano.

La guardia di finanza ha infatti accusato la compagnia low cost irlandese di non aver dichiarato al fisco italiano utili per 350 milioni di euro, derivanti, tra il 2005 e il 2009, dai voli nazionali, e mentre Ryanair sostiene di dirigere tutte le sue attività dall’Irlanda, secondo gli accertamenti svolti dalle fiamme gialle negli aeroporti dove Ryanair opera in Italia sarebbe evidente la presenza, sul territorio italiano, di una “stabile organizzazione” attraverso la quale il vettore gestisce i suoi affari nel nostro paese.

E se sembra a prima vista ovvio e inevitabile che una compagnia aerea straniera non possa gestire un attività complessa come un servizio di trasporto aereo nazionale in un altro Stato, senza avere in quello Stato una organizzazione adeguata, è la definizione stessa di “stabile organizzazione” contenuta nella convenzione che lascia aperta la strada a diverse interpretazioni. Una “stabile organizzazione” è tale se “dispone nello Stato stesso di poteri che esercita abitualmente e che le permettono di concludere contratti a nome dell’impresa, salvo il caso che l’attività di detta persona sia limitata all’acquisto di merci per l’impresa”.

Meno determinante invece è l’articolo della convenzione che afferma che “i redditi derivanti dall’esercizio, in traffico internazionale, di navi o aeromobili non sono tassabili che nello Stato contraente in cui è la sede della direzione effettiva dell’impresa”. Questo articolo sembra escludere dalla tassazione le compagnie che, effettuando solo collegamenti internazionali, dispongono di una “stabile organizzazione” in Italia, non piuttosto pretendere la tassazione sui redditi dei voli nazionali anche in assenza di una “stabile organizzazione”.

La materia, come sempre nella nostra intricatissima giungla tributaria, è complessa, ed essendo complessa nella sua formulazione, lascia molto spazio alla discrezionalità dell’interpretazione degli inquirenti. Bisognerà capire quali attività svolgono i numerosi addetti di Ryanair in Italia (acquistare beni o servizi non è sufficiente per essere tassabili) e quanto del lavoro viene organizzato, diretto e gestito dall’Irlanda (probabilmente molto, per una compagnia che lavora prevalentemente via web).

In ogni caso, e non è una novità, i voli nazionali di Ryanair continuano ad essere nel mirino delle autorità italiane. Già lo scorso dicembre il vettore low cost irlandese aveva minacciato di abbandonare l’Italia a causa delle ordinanze dell’Enac che gli imponevano di accettare forme di identificazione quantomeno bizzarre e insicure (licenze di pesca, badge lavorativi, ecc.) ai check-in. In quell’occasione anche Libertiamo contribuì a permettere che fosse raggiunta una conclusione favorevole alla controversia, che salvaguardasse la presenza sul nostro territorio della compagnia aerea “più amata dagli italiani”.

Anche in questa occasione (a pensar male spesso si indovina, e in Italia non si fa neanche peccato) non è difficile immaginare che sia proprio il successo di Ryanair a indirizzare quello che sembra essere una sorta di mobbing istituzionale in difesa di quell’altro, di vettore, quello che gli italiani sembrano non amare affatto ma che fa tanto sospirare di spirito patriottico gli eroici garanti dell’italianità della compagnia di bandiera.

Qui non si vuole, ovviamente, difendere o coprire – laddove venisse dimostrata – una qualche forma di evasione o elusione fiscale da parte di chicchessia. Quello che però stupisce è vedere quanti ostacoli deve affrontare un’azienda che vuole investire in Italia, soprattutto se lo fa in un settore dove la politica ha già preteso di organizzare l’organizzabile. Ryanair non è certo una compagnia che si presenta a corte col cappello in mano, ma sa cosa significa la parola concorrenza, e gli spazi di mercato che oggi, ovunque nel mondo, essa detiene se li è conquistati facendosi apprezzare dall’utenza. Nell’Italia che fa scappare Fiat, che assegna le licenze ai supermercati in base al colore dell’amministrazione comunale e che vorrebbe affidare per grazia ricevuta al peggior offerente il monopolio delle rotte nazionali, questa non è una dote apprezzata.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “Ora anche il fisco. L’Italia e il suo tentativo di espellere Ryanair”

  1. andrea bertocchi scrive:

    A quando un bell’articolo anche su Tirrenia? Tanto per completare lo sconsolante quadretto.

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