– C’è una notizia che risale a più di un mese fa eppure è attuale in questi giorni come non mai: l’approvazione da parte del parlamento islandese di una legge, l’Icelandic Modern Media Initiative (IMMI), che mira a fare dell’isola del profondo nord europeo una vera e propria “roccaforte” per il giornalismo investigativo e per chi pubblichi in rete materiali coperti da segreto ma di interesse pubblico. Un “rifugio” per i “cani da guardia della trasparenza”, che potranno avvalersi della protezione offerta da una legislazione che raccoglie contributi dai Paesi che hanno più a cuore la difesa della libertà di espressione, tra cui Svezia, Norvegia, Estonia e Scozia.

Diversi elementi sono degni di nota, prima di tutto a livello politico. Intanto l’IMMI è stata proposta da esponenti di tutti i gruppi parlamentari e approvata all’unanimità in poco più di sei mesi: uno scenario impensabile in un Paese diviso e dagli iter parlamentari infiniti come l’Italia. In secondo luogo, l’idea di estrarre contenuti da normative sparse in tutto il mondo presuppone una competenza purtroppo impensabile nel nostro Paese, dove spesso a legiferare sulla Rete sono persone animate magari dalle migliori intenzioni ma senza alcuna conoscenza del mezzo. Da ultimo, in Islanda la politica non è stata sorda ai pareri degli esperti del settore, ma ha pensato al contrario di servirsi della loro consulenza; in questo caso, di quella di Julian Assange e Daniel Schmitt, co-fondatori di Wikileaks, il sito che ha recentemente fatto discutere il mondo pubblicando 91000 documenti riservati sulla guerra in Afghanistan.

Questa notizia, insieme alla recente protesta contro il comma 29 del ddl intercettazioni, spiega il richiamo all’attualità, il secondo livello di analisi. Che suscita domande a cui, al momento, è difficile dare risposta. È giusto, ad esempio, garantire uno scudo tanto potente a chi diffonda informazioni che potrebbero mettere a repentaglio vite umane? È giornalismo investigativo la mera pubblicazione di documenti, senza alcun filtro interpretativo? E poi, siamo sicuri che il confine tra trasparenza e diffamazione non diventi troppo labile?

Di certo l’implementazione del pacchetto normativo, che richiederà la modifica di 13 leggi esistenti e il coinvolgimento di quattro ministeri per un anno intero, aiuterà a fugare questi dubbi. Ma fin da ora è possibile affermare che anche l’Italia dovrebbe guardare con interesse all’idea islandese. La libertà di espressione in Rete merita una considerazione ben diversa rispetto a quella rivelata negli ultimi tempi dal legislatore italiano, che sembra essere capace solamente di ipotizzare improbabili obblighi di rettifica, filtri preventivi e addirittura la creazione di reati in cui l’utilizzo di un social network sia un’aggravante.

E c’è già chi, come il blogger Claudio Messora, parla di una Italian Modern Media Iniative. In pochi giorni sono già 1600 a dirsi d’accordo sulla pagina Facebook della proposta, reclamando un diritto “sacrosanto e inviolabile” a esprimere la propria opinione. Senza che il pensiero corra automaticamente, per un riflesso prodotto dalle nostre ossessioni mediatiche, alle aule di un tribunale.