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Fini e Berlusconi alleati e divisi nel Popolo della libertà – 21 Giugno 2010

Pubblico qui la mia “tesina” per l’abilitazione alla professione discussa il 21 giugno scorso –  “Io sono giovane…”. Questa la fulminante battuta del futuro Presidente della Camera dei deputati, il quasi sessantenne Gianfranco Fini, nel corso delle scaramucce tra alleati dell’ultima campagna elettorale nazionale. Battuta certo non gradita all’ultrasettantenne Silvio Berlusconi che nei mesi e nelle settimane precedenti aveva alacremente lavorato all’assorbimento di Alleanza Nazionale e del suo leader in un soggetto politico, il Popolo della Libertà, più vago e sfumato, molto più movimento che partito politico.

Un lavoro ai fianchi che, nelle intenzioni dell’uomo di Arcore, doveva portare alla semplificazione del quadro politico, ma che, per la nota legge delle pentole e dei coperchi, ha invece finito per puntellare la posizione di un temibile avversario interno.

I due si conoscono da prima della”discesa in campo”: quando Gianfranco Fini, allora Segretario del Movimento Sociale Italiano, si candidò alla carica di Sindaco di Roma, ebbe da Silvio Berlusconi pieno e inatteso pubblico sostegno. Era l’autunno 1993, e fu anche grazie a quel sostegno che il Segretario del piccolo partito dell’estrema destra poté competere sino all’ultimo voto e, seppur sconfitto, porre le basi di una rinnovata forza politica.

Da allora i loro destini non si sono mai divisi, si direbbe in altre circostanze, nella buona e nella cattiva sorte. In cambio dello “sdoganamento” e dell’ingresso della destra nei salotti buoni della politica che conta, il partito di Gianfranco Fini è stato, senz’altro più della Lega Nord di Umberto Bossi, il fedele alleato degli anni dell’opposizione e del governo.

In questi ultimi mesi le differenze si sono però accentuate notevolmente, tanto che i più maliziosi hanno pensato ad un ben orchestrato gioco delle parti: il Berlusconi “populista” e il Fini “liberal” coprono da soli la gran parte del “mercato” politico, e, in assenza di un’opposizione credibile, compatta ed organizzata, possono consolidare ed estendere le posizioni di governo ancora per molti anni a venire.

Invece il Presidente della Camera, aiutato in qualche modo anche dal ruolo istituzionale, ha finito per accentuare le differenze sia di forma che di sostanza su buona parte dei temi politici sul tappeto, a partire dal rispetto dei poteri, dei ruoli e delle istituzioni in un Paese democratico.

Importanti sono poi le diversità sui temi etici, sulla giustizia, e sui diritti di cittadinanza. Su questi argomenti Gianfranco Fini ha più volte ribadito che il clima interno ed esterno al Popolo della Libertà non gli piace e che il centro-destra non è e non deve essere una caserma, chiedendo a gran voce, prima in privato e poi in pubblico (nel corso dell’oramai celebre intervento alla Direzione nazionale del partito), più dibattito e più confronto interno.

Una linea politica molto diversa da quella di coloro che basano l’iniziativa politica e la vita di partito sui sondaggi d’opinione. Una pietra tombale sul partito del consensus dove il leader decide tutto, dalle liste elettorali alla tappezzeria della sala riunioni. Un colpo mortale alla “nuova politica”, dicono i detrattori; un ritorno alla “nobiltà della politica”, sostengono i silenziosi nostalgici della Prima repubblica.

C’è poi il capitolo Lega Nord ad agitare ulteriormente le acque. Il Presidente del Consiglio, infatti, sembra aver scelto l’asse Tremonti-Bossi per la linea direttrice dell’azione del suo esecutivo. La Lega, soprattutto in campagna elettorale, è, per usare una categoria berlingueriana, un partito “di lotta e di governo”, con un piede a Roma e uno in Padania. Non sempre le due anime convivono pacificamente ed in maniera indolore, come dimostra il caso della proposta di abolizione delle province. Storica battaglia leghista degli anni ’90, questa riforma, che pure è prevista nel programma elettorale del Popolo della Libertà, vede oggi proprio gli uomini del Carroccio tra i suoi più fieri avversari. Anche su queste pericolose doppie verità punta il dito Gianfranco Fini, terza carica dello stato e co-fondatore del partito.

Naturalmente tutto questo non aiuta a migliorare la serenità della coalizione e l’umore degli alleati. Dispetti e sospetti della recente competizione elettorale per il rinnovo delle amministrazioni regionali e la crescente tensione tra le componenti interne dicono che, superata la convulsa fase della crisi finanziaria internazionale e approntati gli opportuni provvedimenti, verrà il tempo della resa dei conti all’interno dell’area del centro-destra.

In questa fase storica il collante delle forze politiche, esaurite le ideologie e molte idealità, è spesso il potere, e, a ben vedere, proprio questo sorregge una coalizione dai grandi numeri ma traballante politicamente.

Secondo diversi analisti politici una eventuale formazione partitica ispirata dal Presidente della Camera potrebbe, sul piano elettorale, raccogliere consensi non certo di massa ma sufficienti a mettere in difficoltà il Popolo della Libertà in tutto il centro-sud.

Questa considerazione ha finora frenato i “falchi” e favorito il lavoro delle “colombe” ma, come detto, dopo le elezioni regionali gli equilibri sono cambiati e molti osservatori sono pronti a scommettere che nei passi perduti del Transatlantico, nei saloni di Palazzo Chigi o nei cortili del Quirinale tornerà presto a risuonare, ironica e beffarda, la battuta: “Io sono giovane…”. Beato lui.

Altrove Tony Blair, 57 anni appena compiuti, dopo tre mandati e dieci anni di governo, è un pensionato della politica.


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