Libertiamo con Fini? Della Vedova nel gruppo parlamentare Futuro e Libertà? Noi sappiamo che una parte del nostro “piccolo mondo liberale” – i lettori, gli autori ed i sostenitori di Libertiamo – è scettica nei confronti di questa scelta. Il rispetto che bisogna avere per le opinioni altrui, e soprattutto per le opinioni di chi ci è più vicino, impone che si spendano un po’ di parole sulle ragioni per cui – da liberali – abbiamo aderito all’iniziativa politico-parlamentare di Gianfranco Fini. A ciò che Benedetto Della Vedova ha scritto ieri e Carmelo Palma l’altroieri, provo ad aggiungere qualche considerazione, partendo dal fondo della storia, da uno stralcio del documento dell’Ufficio di Presidenza del PdL di giovedì sera

l’On. Fini e taluni dei parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori.

Insomma, nel maggiore partito di centrodestra ritenere che sia opportuno ridurre i tempi per l’acquisizione del diritto alla cittadinanza italiana, magari per chi in Italia è nato, e concedere il voto alle elezioni amministrative a tutti i residenti, sostanzialmente sulla base della taxation e non della cittadinanza, è ufficialmente considerato censurabile. Non “minoritario” e nemmeno politicamente “inopportuno”, ma addirittura tanto confliggente con il programma del PdL da rappresentare una causa di incompatibilità politica tra chi ha queste idee e il PdL.

Voltandoci alle nostre spalle, e ripercorrendo gli ultimi diciotto o ventiquattro mesi della vita politica del centrodestra, scorgiamo vive e irrisolte le fratture tra questo PdL e la nostra idea di libertà, di paese e di politica: le strumentalizzazioni sul caso Englaro e sul testamento biologico; una narrazione della congiuntura economica ispirata al principio del “tutto bene, stiamo messi meglio degli altri”, slogan di copertura per l’immobilismo e strategia di sopravvivenza quotidiana (niente riforme, solo maquillage a scopo sondaggi); la promiscuità con certi satrapi illiberali del mondo – da Putin a Gheddafi passando per Lukashenko – lontana parente di una pur legittima realpolitik e sicuramente estranea all’atlantismo che aveva ispirato il governo Berlusconi 2001-2006; il “subappalto” all’esterno di alcuni temi cruciali per la vita della società (alla Lega Nord il federalismo fiscale, il contrasto dell’immigrazione clandestina e le politiche per la sicurezza urbana, alla Conferenza Episcopale la bioetica e i diritti civili); la logica dell’emergenza elevata a metodo di governo; la sensazione di occupazione politica del Tg1, così diversa dal rapporto che Berlusconi aveva saputo avere in passato con l’informazione e così simile a quella che l’antiberlusconismo andava dipingendo in passato; un pilastro delle nostre idee – il garantismo – usato come giustificazione dell’impunità dei potenti, e mai opposto, invece, al giustizialismo praticato nei confronti dei pezzenti (leggasi reato di clandestinità et similia).

Su questi temi, in questo arco di tempo, Libertiamo ha incrociato – non casualmente – Gianfranco Fini e la sua piccola ma ricca e problematica galassia culturale.

Saremo a lungo grati a Silvio Berlusconi per aver sdoganato in Italia la “rivoluzione liberale”, ma sedici anni per un cambiamento sempre annunciato, spesso elettoralmente “ricapitalizzato” e mai praticato hanno fiaccato prima le speranze e poi i nervi della costituency delle nostre idee. Che Berlusconi abbia deluso le aspettative liberali è un rospo che abbiamo inghiottito da un po’: quante volte ce lo siamo detti, in fondo? Per far degli esempi, chi tra noi non ha reagito con un misto di rammarico e scetticismo all’ultimo rilancio sulla modifica dell’articolo 41 della Costituzione, e così nelle ripetute promesse di taglio dell’Irap o di altre imposte? Quanta distanza c’è tra “La paura e la speranza” tremontiana e il programma economico di Martino del 1994 o finanche la riforma (anch’essa tremontiana) dell’Irpef del 2003?

Ed ecco che la domanda di molti è: “E con Fini tutto ciò sarà diverso?”. Se lo scetticismo è sempre comprensibile e legittimo, lo è meno il riflesso di chi giudica un leader e la sua iniziativa sulla base del “dna politico” e non sui dati di realtà e attualità. E’ sbagliato, a giudizio di chi scrive, “decodificare” Fini non per il suo presente politico, ma per il suo passato ormai sufficientemente remoto. Tanto più che questo passato, incomprensibilmente, per Fini sarebbe una condanna, e per altri – a partire dal Cavaliere – un’assoluzione. Noi abbiamo la pretesa di dire che Fini ha in mente il partito che avevamo creduto (o forse sperato) di poter creare, un partito aperto, moderno e plurale che guardi alle migliori esperienze di centrodestra europee ed americane. Non il “partito liberale” – per fortuna o purtroppo, ma questo è un altro discorso – ma un grande partito per la società aperta, in cui le nostre idee possano fattivamente contribuire alla costruzione di una seria e moderna piattaforma programmatica rivolta alla maggioranza degli elettori.

PS. Libertiamo sarà sempre se stessa (e per rincarare la dose in testa alla finestra del browser ora leggete: Libertiamo.it – Idee per una politica liberale, liberista e libertaria). Rompicoglioni eravamo e rompicoglioni restiamo.