Ecco a voi il berluscomunismo. Stalin non avrebbe saputo fare meglio

 – Il liberalismo rivoluzionario berlusconiano trovò la sua bibbia nel Libro nero del Comunismo – ricordate, l’antologia degli orrori pubblicata da Mondadori all’indomani dell’apertura degli archivi sovietici, quella miniera di gemme anti-totalitarie che il Silvio redentore estrasse a beneficio di un popolo democraticamente spurio, non ancora pienamente consapevole – in virtù dell’equivocata ‘diversità’ del comunismo made in Italy – dell’abominio di una cultura omologante, geneticamente votata alla repressione di quella naturale vocazione dell’individuo che è la libera espressione di sé.


Quell’ispirato secchione di Berlusconi tenne a lungo il volume sul comodino. Lo studiò con doviziosa dedizione, riuscendo a farne – con la sua ineguagliata capacità di ridurre a lapalissiana evidenza la complessità dell’universo filosofico novecentesco – la carta dei comandamenti per i missionari della libertà del nuovo millennio italiota. Ah, in quanti ci siamo lasciati ispirare dal verbo! In quanti abbiamo ceduto al trasporto di quella verve libertaria che con le sue suggestioni etiche (l’individuo inizio e fine), i suoi precetti comportamentali (il potenziale di ciascuno reso libero di esprimersi), la qualificante promozione della ‘saggezza’ (incarnata da personalità come Antonio Martino), rese la sino ad allora repressa civiltà liberale un’ambizione possibile persino per il nostro paese a trazione (e tradizione) leggendariamente socialistico-democristiana.

In quel suo “i comunisti mangiano i bambini” molti oppositori del neo-messianesimo berlusconiano videro allora un’iperbolica falsità. Ma non lo era. Era una metafora eretta a monito atemporale, storicamente irriducibile, dell’abbrutimento perverso cui irrimediabilmente conduce l’ideologia autocratica – qualunque ne sia la Weltanschauung ispiratrice.

Fu talmente (con)vincente la crociata libertaria che attorno al Mosè-Berlusconi si creò presto un esercito ampio e trasversale. Non importavano le esperienze pregresse, le provenienze culturali, le hýbris politiche centrifugate dall’evolvere della storia. Contava solo conseguire l’obiettivo – la liberazione della società italiana dal parassitismo statale, dal pluto-burocratismo inconcludente – e traghettare il paese verso un radioso futuro di prospera modernità. Contava restituire agli individui il gusto di sentirsi protagonisti, responsabili delle proprie fortune, primiattori di un’esperienza che si fa tanto più ‘sociale’ quanto più riesce a nutrirsi di motivi ed azioni individuali.

Si arrivò persino a superare distinguo e differenze di sensibilità in nome di un sempre più palese obiettivo liberatorio. Si arrivò, in nome di quell’obiettivo, a costituire un partito unico della Libertà.

Obiettivo che, tuttavia, più veniva perseguito più appariva distante. E le tasse che non si abbassano. E la burocrazia che continua ad annichilire. E gli spazi di libertà che invece di ampliarsi finiscono asfissiati in un indistinto valoriale precipitosamente definito ‘cristiano’. E lo spuntare del ‘noi’ – gli italiani – in sempre più intransigente contrapposizione con il ‘loro’ – gli stranieri. E la vita e la morte sempre meno dominio sacramente privato e sempre più non negoziabile sacramento, conferito ab domino, per roccelliana intercessione. E la moralità del fare? E il fare morale?

E la discordia sempre meno conciliata, non più riducibile a concordia ma inasprita, sfidata, negata, repressa. E i nemici che si fanno sempre più minacciosi, insidiosi. E sempre più insidiosamente camaleontici al punto da palesarsi ovunque: dentro, fuori, sopra, sotto. Ma quali comunisti! Il vero pericolo adesso sono gli ex amici. I liberali della prima ora. I cofondatori della seconda. I partigiani del ben fare. La stampa, gli organi costituzionali. Tutto si fa minaccia là dove in nome della responsabilità liberale si pongono al leader obiezioni di merito (e riflessioni sul metodo).

Ed è così che l’avanzata si arresta, e la lotta di liberazione si fa guerra di trincea. Ed il quartier generale presidio assediato dietro il quale cecchini-falchi – il Giornale con i suoi scoop, i colonnelli acquisiti dall’esercito sussidiario novelli generali di Stato Maggiore, i sacerdoti della sovranità popolare scomunicatori della sovranità del pensiero individuale… – colpiscono ed affondano il veliero disancorato per approdare al mondo nuovo della libertà.

È qui che riemerge dalla polvere la primigenia bibbia del fu architetto dell’Italia 2.
Nel Libro nero del Comunismo si ritrovano all’uopo indicazioni preziose. Su come, ad esempio, ricondurre alla sanità dell’approvazione gioiosa gli insani reprobi della contestazione. Ma suggerimenti utili vengono forniti, nel testo sacro del rivoluzionario liberale, anche rispetto a come spegnere quelle scintille che illuminando gli angoli oscuri della casa comune minacciano di mostrarne lo zozzo nascosto.
La grande lezione che da quella monumentale opera di storiografia dittatoriale si ricava, infatti, è che il dissenso va represso e il dissenziente, nei limiti del possibile, rieducato o altrimenti annientato.
 
“E il divorzio si compie in un paradossale rovesciamento di ruoli – scrive Pierluigi Battista sul Corriere (supremo organo del Male) nel giorno della ri-presa del Palazzo (d’Estate). Berlusconi diventa il sacerdote della supremazia del Partito, il custode della sua Disciplina che espelle, radia, scomunica, butta fuori dal recinto sacro. Fini il dissidente, l’uomo dell’apparato che si ribella all’apparato e prende su di sé l’anatema: fuori linea, indisciplinato. Sabotatore.”

La storia corre e ri-corre, diceva quel tale. E allora inutile girarci intorno, compagni: che berluscomunismo – finalmente – sia!


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

4 Responses to “Ecco a voi il berluscomunismo. Stalin non avrebbe saputo fare meglio”

  1. MrY scrive:

    Affascinante narrazione della Gianfrypoiesi, che ben si sposa col Fini-studente di Tien An Men di Raisi

  2. Alessandro Rossi scrive:

    “…….Obiettivo che, tuttavia, più veniva perseguito più appariva distante. E le tasse che non si abbassano. E la burocrazia che continua ad annichilire. E gli spazi di libertà che invece di ampliarsi finiscono asfissiati in un indistinto valoriale precipitosamente definito ‘cristiano’. E lo spuntare del ‘noi’ – gli italiani – in sempre più intransigente contrapposizione con il ‘loro’ – gli stranieri. E la vita e la morte sempre meno dominio sacramente privato e sempre più non negoziabile sacramento, conferito ab domino, per roccelliana intercessione. E la moralità del fare? E il fare morale?”

    Non è che pensate, no dico…. sul serio, che si possa veramente credere ci siano rispettabili ragioni liberali dietro al ribaltone finiano? Lo dico non da tifoso di Berlusconi ma da osservatore ormai rassegnato allo scandalo di un interesse nazionale sacrificato sempre sull’altare del “proprio particulare”. Quello che infastidisce è il senso di superiorità con cui ogni volta, immancabilmente, si pensa di fregare il cittadino elettore con argomenti invocanti l’eccezionalità della situazione, lo scandalo, le cause di forza maggiore. Quello che sorprende sempre è l’assenza di vergogna delle ragioni addotte a favore.

  3. parrotfish scrive:

    @Alessandro Rossi
    Perfettamente d’accordo.
    In un delirio parolaio pseudo-acculturato e inconsistente la Bonfante finalmente arriva alla “la moralità del fare, il fare morale” che sono i veri antagonisti dello spirito liberale e libertario. Presto arriverete, insieme a Fini, a teorizzare lo stato etico.
    “Ho osservato una lumaca che strisciava sul filo di un rasoio; è un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare, scivolare lungo il filo di un rasoio, e sopravvivere.
    Ma noi dobbiamo ucciderli, dobbiamo ridurli in cenere, maiale dopo maiale, vacca dopo vacca, villaggio dopo villaggio, esercito dopo esercito. E dicono che sono un assassino, come si dice, quando gli assassini usano altri assassini, mentono, loro mentono e noi dobbiamo essere clementi con coloro che mentono, quei nababbi, io li odio, li odio profondamente”.
    Colonnello Walter Kurtz. “Apocalipse now” di Francis Ford Coppola.

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