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Cocktail shaker, lo stile che piace tanto alla nouvelle droite

 – Il Novecento – ossia quel lasso di tempo che Hobsbawm definì “secolo breve” – si è ampiamente concluso e con esso è stata spazzata via la contrapposizione ideologica che aveva caratterizzato il periodo della Guerra fredda. Da allora, nuovi e più ampi scenari si sono aperti, dando la possibilità al mondo intero di esplorare orizzonti diversi e al tempo stesso affascinanti. In sostanza, una volta che anche l’ultimo brandello di Muro fu raso al suolo, il mondo scoprì se stesso, ricomponendo – chissà poi quanto definitivamente – quelle molteplici e innumerevoli fratture che lo avevano profondamente lacerato.

Si trattò di un processo che finì per invadere anche la sfera politica, con il risultato che opposte fazioni, che fino a qualche tempo prima si erano aspramente e duramente fronteggiate, scelsero (almeno in teoria) di percorrere la via del dialogo, ripudiando la strategia dell’ “insulto permanente” e dell’accusa aprioristica (e troppo spesso neppure richiesta). Così diverse visioni si confrontarono, si parlarono e si scelsero, nel tentativo di analizzare insieme i problemi di un mondo che chiedeva a gran voce stabilità e ordine.

Questo riavvicinamento tra differenti esperienze di vita prosegue, seppur con ritmi abbastanza lenti, ancora oggi, dal momento che la liquidità e l’estemporaneità della società odierna richiedono – e  a volte impongono – di rintracciare dei punti di contatto tra le mille realtà che compongono il nostro presente. L’allusione è alla metafora del “ponte” che, come ha recentemente ricordato Luciano Lanna su Il Secolo d’Italia, “fa avvicinare due prospettive diverse, fa dialogare due realtà pur conservandone la differenza”.

Tuttavia, a ben riflettere, la volontà di dialogo, pur nel rispetto delle altrui differenze, non è stata colta da chi – e ça va sans dire, il riferimento è ad alcuni esponenti della maggioranza – ha voluto a tutti i costi rintracciare nelle “aperture” del Presidente della Camera un semplice ma insieme sinistro tentativo di sabotaggio; un “puntiglio” insomma, per rimarcare dei distinguo sempre più scontati e quindi superflui. L’esigenza di esprimersi attraverso l’utilizzo di linguaggi “altri” rispetto a quelli comunemente riconosciuti ha fatto sì che numerosi osservatori esterni concentrassero le loro attenzioni (ed elaborazioni) sul “nuovo corso” imboccato dalla Terza carica dello Stato e dal suo entourage.

A ribadire che in Italia esistono diverse declinazioni della categoria politica della destra – da quella populista e leaderista a quella istituzionale e legalitaria – è stato Massimiliano Panarari che, nel suo libro “L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip”, edito da Einuaudi, rimarca la distinzione tra visioni differenti ma non per questo non suscettibili di sintesi e confronto. Il riferimento è a quella che l’autore definisce “una destra in cerca di modernizzazione e rispettabilità” e che, se ieri “mal sopportava le ortodossie”, oggi sente l’esigenza vitale di riferirsi ad “idee e autori diversi”, intersecando orizzonti difformi ma non del tutto inconciliabili tra loro. Del resto, un’interpretazione attenta e compiuta della società – dei suoi problemi, delle sue istanze, dei suoi bisogni – richiede che l’osservazione prenda in considerazione tutte le visioni possibili, con l’obiettivo di dar vita ad una soluzione (politica pubblica) che si pone come la migliore sul campo proprio perché è essa stessa inclusiva e globale.

Se, al contrario, si persegue la finalità di quella che Maurice Duverger, riferendosi ai sistemi di partito, chiamava “divisione stabile”, si finisce per alimentare quella pericolosa spirale fatta di assenza di variazioni intellettuali e culturali che di certo non giova alla qualità della democrazia nel suo complesso. Sembra essere questa la prospettiva lungo la quale si muovono coloro che Panarari definisce “gli alfieri del nuovo corso improntato allo stile cocktail shaker”, uno stile “che piace decisamente al gruppo di intellettuali che ruota intorno a Gianfranco Fini”.

Del resto, guardare oltre se stessi significa saper trarre quanto di buono e positivo esiste in differenti e, in apparenza, distanti visioni. Solo procedendo in questo modo, la politica sarà in grado di produrre soluzioni giuste per rispondere (e rimediare) ai problemi del paese.


Autore: Angelica Stramazzi

Nata nel 1986, laureata in Scienze Politiche presso l’università Luiss “Guido Carli” di Roma, fa parte di un team di giovani ricercatori all’interno del dipartimento di Studi Politici dello stesso ateneo, occupandosi in particolare di studi di genere. Attenta al tema delle politiche giovanili, scrive per il sito di Generazione Italia e, occasionalmente, per Farefuturo Web Magazine, periodico della fondazione Fare Futuro.

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