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Responsabilità civile dei magistrati? Non pervenuta. E l’Ue si appresta a bastonarci

– In un precedente articolo pubblicato su Libertiamo.it circa un anno fa (“La responsabilità asimmetrica dei magistrati italiani: una anomalia da sanare”) evidenziavo come la normativa italiana, per come riletta dalla Corte di Lussemburgo, lasciasse ampio margine all’intervento legislativo interno (anzi, necessitasse di ciò!), anche in considerazione del fatto che il nuovo Governo, insediatosi nel 2008, nel programma elettorale sottoposto agli elettori aveva espressamente indicato tra le proprie missioni “la riforma della normativa anche costituzionale in tema di responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati, al fine di aumentare le garanzie per i cittadini”.

Si scopre ora che sin dal febbraio 2009 (quindi, in data antecedente allo scritto sopra richiamato) la Commissione aveva chiesto con lettera alle autorità italiane di indicare le misure adottate dalla Repubblica italiana per conformarsi all’interpretazione del diritto dell’Unione fornita dalla Corte nella “sentenza Traghetti”, resa proprio in relazione alla normativa italiana. In assenza di alcun riscontro, nell’ottobre 2009 la Commissione ha inviato all’Italia una lettera di costituzione in mora, rimasta anch’essa senza risposta.

Il 22 marzo 2010 la Commissione ha emesso un parere motivato al quale ha fatto seguito, nel perdurante, inspiegabile silenzio delle autorità italiane, la decisione – assunta dalla stessa Commissione il 24 giugno 2010 –  di proporre ricorso per inadempimento ex art. 258 Trattato, avanti la Corte di Giustizia, ricorso dall’esito (negativo per l’Italia) assolutamente scontato.
La Corte di Giustizia, con la sentenza della Grande Sezione del 13 giugno 2006, resa nella causa C 173/03, Traghetti del Mediterraneo, chiarisce che:

Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale.
Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler.

Senza ripercorrere qui quanto già evidenziato nel precedente articolo, la procedura di infrazione riguarda espressamente la responsabilità per l’agire dei Giudici di ultimo grado (ivi compresa –  sembra di poter ipotizzare, alla luce  – anche la Corte Costituzionale), derivante dall’omesso adempimento dell’obbligo di rinvio su essi gravante ex art. 234 Trattato; ma non vi è dubbio che questa potrebbe (dovrebbe?) essere l’occasione per ridisegnare l’istituto in relazione a tutti i Giudici.

Di particolare rilevanza – in ordine alla necessità di prevedere una disciplina uniforme della responsabilità di tutti i Magistrati – pare la giurisprudenza della Corte, secondo la  quale“ spetta a ciascuno degli Stati membri accertarsi che i singoli ottengano un risarcimento del danno loro causato dall’inosservanza del diritto comunitario, a prescindere dalla pubblica autorità che ha commesso tale violazione e a prescindere da quella cui, in linea di principio, incombe, ai sensi della legge dello Stato membro interessato, l’onere di tale risarcimento (sentenze: 4 luglio 2000, causa C- 424/97, Haim, punto 27 ; 1 giugno 1999, causa C- 302/97, Konle, punto 62)”.

Alla luce di quanto sopra, nonché della dichiarata “attenzione” di Governo e Parlamento alla “questione giustizia”, pare difficile (anzi, impossibile, ragionando secondo parametri ordinari) comprendere le ragioni per la quali lo Stato italiano abbia scelto di farsi sottoporre ad una procedura di infrazione, la quale, oltre ad una certa condanna alle spese del giudizio, in caso di reiterata inottemperanza al “dictum” della Corte può comportare sanzioni pecuniarie molto gravose, che – paradosso dei paradossi – graverebbero anche sui soggetti danneggiati che avessero già avanzato, o anche ottenuto, pronunce favorevoli in punto di risarcimento dei danni subiti.

C’è da augurarsi che qualcuno si faccia carico di proporre al Parlamento l’approvazione di una normativa che delinei un regime della responsabilità dei magistrati più “europeo”, tentando di dare nel contempo anche attuazione – finalmente – al disegno referendario di fine anni ‘80, completamente negletto dalla legge ora in vigore.


Autore: Giuseppe Naimo

Nato a Locri nel 1965, Avvocato cassazionista dal 2003, è in servizio dal 2001 presso l’Avvocatura della Regione Calabria. Ha collaborato alla redazione del “Manuale di Diritto Amministrativo”, di R.GAROFOLI – G.FERRARI, edito da Neldiritto editore, 2008. Pubblica articoli su alcune delle più importanti riviste giuridiche on line italiane (Lexitalia; Federalismi; Nel Diritto.it; Diritto dei Servizi Pubblici).

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