– da Il Secolo d’Italia del 30 luglio 2010 –

L’epilogo di una giornata apertasi con l’annuncio del licenziamento politico di Fini e destinata a concludersi (mentre scriviamo è ancora in corso il “processo”) con una condanna politica della minoranza finiana e con una richiesta di abiura suggella il fallimento di un partito che, per mettere ordine nel dibattito politico interno, non trova di meglio che riesumare la disciplina del centralismo democratico.

La crisi apertasi nel PdL non è il risultato delle vicende delle ultime settimane. Non è “su Verdini” o “su Cosentino” che il PdL sta esplodendo. Alle nostre spalle ci sono almeno diciotto mesi di incomprensioni e equivoci coltivati e non dissipati, di un una dialettica politica rivendicata come un diretto e sopportata come un affronto o un tradimento, di una “narrazione” della congiuntura socio-economica ottimistica, rispetto alla quale ogni considerazione aggiuntiva appariva prova di disfattismo.

E’ da un anno e mezzo che per il PdL c’è chi può parlare (fuori, la Lega) e chi non deve parlare (dentro, Fini) e che su tutti i grandi dossier istituzionali le mediazioni e i compromessi avvengono al di fuori della “normale” discussione interna. Eppure, nonostante tutto, questo partito è riuscito a supportare, senza intoppi, l’azione di governo in una congiuntura tutt’altro che facile e a dimostrare un’unità politica invidiabile. Ma ora rischia di suicidarsi in nome dell’unità ideologica e della “purezza” berlusconiana.

La fisiologica dialettica politica di un partito aperto e contendibile – quale è quello che, bene o male, si è provato a costruire fuori dalle regole del “patto di sindacato” che doveva guidare la transizione alla normalità – è stata rigettata al punto di trasformare il PdL in un partito “usa-e-getta” o, come direbbe (anzi, come ha detto) Feltri, in un “partito-contorno”, la cui storia inizia e finisce, e in fondo coincide, con la biografia politica di Berlusconi.

Le divisioni e le tensioni che hanno attraversato il PdL, senza frenarne, neppure per un istante, l’azione di governo sono analoghe a quelle che attraversano tutte le grandi forze popolari europee e occidentali e se ne differenziano, semmai, per difetto e non per eccesso. Le “rotture” che il presidente della Camera ha consumato rispetto ad alcuni temi politicamente “sensibili” (anche, ma non solo, per la subalternità del PdL alla Lega Nord) non fanno di Fini un sinistro “deviazionista”, ma un rappresentante di un liberal-conservatorismo mainstream nella destra europea, più vicino alle posizioni del primo che dell’ultimo Berlusconi.

Anche sui temi della legalità, che rappresenta l’ultima pietra dello scandalo della “dissidenza” di Fini, c’è ben poco di anomalo e di abnorme nel tentativo di difendere le garanzie processuali degli imputati, senza indulgere ad un uso elusivo e farisaico del garantismo, per cui paradossalmente si trasforma un’imputazione in una sorta di “immunità politica”.

Eppure – questo è il messaggio – “Fini è fuori”, cancellato dall’enciclopedia sovietica del partito per indegnità e per diserzione. Ma così non si espelle Fini dal PdL, così si finisce per espellere dal partito la politica: non, come in molti stancamente ripetono, la “vecchia politica”, ma la politica e basta; quella basata sul confronto e la competizione di idee e di uomini. Quella che si fa oggi nelle grandi democrazie europee, dove i partiti non temono il confronto, anche aspro, al loro interno, ma se ne nutrono.

L’ipotesi di gruppi parlamentari autonomi come risposta alla ritorsione politica di chi non ha nemmeno voluto prendere in considerazione le parole misurate, leali e positive di Gianfranco Fini nell’intervista rilasciata ieri al Foglio di Giuliano Ferrara, rappresenta un modo per tener fede all’impegno con gli elettori e con il Governo da parte di tanti deputati e senatori che non vogliono “arrendersi” all’espulsione né rinunciare ad un’idea di partito aperto ed inclusivo. Chissà, magari da un gesto coraggioso come questo potrebbe perfino rinascere la speranza di una ripartenza unitaria credibile e duratura.