– Berlusconi, che è un uomo sinceramente impolitico, ha ieri licenziato il cofondatore dando mostra di soffrire più per il ritardo, che per il fatto, e di essere più innervosito dal lungo traccheggio a cui l’hanno fino a ieri persuaso i diplomatici della casa, che dalla dolorosa incombenza.  Del resto, in cuor suo era convinto di avere offerto al n.2 il lauto dividendo del potere, non la libertà di fare sul serio in un partito per finta, né di fare di testa propria in un partito che ha una sola testa, la sua.

Dal punto di vista stilistico, non so chi l’abbia costretto a sottoscrivere una sentenza, che dice troppo e male, fondendo in una curiosa koinè la neo-lingua stalinista e la non-lingua dorotea. Giureremmo che avrebbe fatto a meno di macchiare la sua fedina politica con un precedente di cui rimarrà traccia e da cui un giorno forse ci si dovrà difendere, quando sarebbe stato più semplice dire l’essenziale: “Dei due qui uno è di troppo e non è quello che comanda” (sono 13 parole contro le 1297 vergate dai cancellieri del Tribunale del Popolo della Libertà).

Delle varie questioni formali e sostanziali che l’uso dello sfollagente comporterà nell’ex o neo-PdL avremo modo di parlare e di capire di più in seguito. Quando si capirà, oggi stesso, come i cacciati reagiranno ai cacciatori e, di qui a qualche giorno, con quanta freddezza e “visione” muoveranno le pedine sulla scacchiera minata della politica italiana.

Noi che nel PdL più che creduto avevamo sperato, aspettiamo ancora qualche tempo per disperarci. Di certo, l’improbabile “reset” che Fini auspicava l’altro ieri non passa per una tregua, ma per un grande accordo,  cioè per un vero congresso e per un vero partito, su cui il Cavaliere di ieri (e forse di sempre) non sembra disposto a concedere nulla.