L’anomalia italiana non è il malaffare, ma la ‘giustizia rivoluzionaria’

– Ma esiste una questione morale oppure è un’invenzione ad usum delphini? Rino Formica, parlamentare e ministro della Prima Repubblica era solito affermare che la politica è “sangue e merda”. In sostanza, la cosiddetta questione morale è il lato oscuro della politica fin da quando gli esseri umani hanno iniziato a vivere in comunità organizzate.

La corruzione accompagna la politica come una sorella siamese, come il male è intimamente connesso al bene. La classe politica non è un popolo degli eletti e la democrazia non è il governo dei migliori: è il peggiore di tutti i sistemi, come diceva Winston Churchill, eccezion fatta per tutti gli altri.  I grandi Paesi democratici non aspirano ad istituzioni perfette; si limitano a tenere sotto controllo e a regolare quelle imperfezioni che fanno parte di ogni modello di vivere civile.

In Italia, passiamo il tempo a scandalizzarci, farisaicamente, per ciò che siamo e a rimpiangere ciò che dovremmo essere. La verità è che esistono dei nodi di carattere strutturale  alla base dei fenomeni della corruzione. Non c’è da aspettarsi onestà e trasparenza quando più della metà della ricchezza prodotta dal Paese è intermediata dalla ” mano pubblica” e quando l’economia di intere regioni è in balia di organizzazioni criminali. Ciò significa che bisogna arrendersi o che si deve rinunciare a contrastare i fenomeni di corruzione e le connivenze della politica con il malaffare e la malavita? No. Il bene è in lotta con il male fin dalle origini dei consorzi civili.

Nel teatro della politica questa battaglia quotidiana assume come obiettivo il rispetto della legalità e il contrasto dei processi di corruttela, di abuso di potere, di connivenza. Ed è difficile negare l’esistenza di una questione morale aperta anche nel PdL, dal momento che la politica deve essere più severa della giustizia ed agire anche sul terreno di ciò che è opportuno. Ma è davvero quella della corruzione l’anomalia che affligge il Paese? O è forse quella di un potere giudiziario che, quando non conduce una lotta politica di parte, si erge non già a persecutore dei reati, ma a custode della moralità pubblica ?

Occorre saper distinguere, dunque, dove finisce l’azione di contrasto alla corruzione e dove comincia l’iniziativa “rivoluzionaria” di settori della magistratura in comunanza di intenti con un apparato di potere economico, mediatico e culturale che ha un solo obiettivo: impedire ad una coalizione di centro destra di governare. Con ogni mezzo possibile.

Si parla tanto di un’immaginaria P3 (la sinistra ritorna sempre sui suoi passi), ma il vero pericolo per le istituzioni democratiche sta in quella  P1 di cui nessuno parla,  in quel blocco di potere che sta assediando da decenni la politica. Al suo confronto, tutte le camarille di politici e affaristi e di politici-affaristi somigliano davvero a club di pensionati cavalieri di Vittorio Veneto.

Le coorti della magistratura militante si sono assunte il compito di abbattere il “tiranno” con ogni mezzo. Anche allontanando dall’ordine giudiziario quei colleghi che non intendono fare parte della congiura. E le intercettazioni servono per dare discredito alle persone, a prescindere dalla effettiva rilevanza penale degli atti e dei comportamenti.  In tale situazione, chi si trova nel mirino deve fare il possibile per dare il meglio di sé. E il PdL lascia molto a desiderare a questo proposito.

Guai però a limitarsi a fissare l’albero e non vedere la foresta. La democrazia, come ha detto il Presidente Napolitano, è un sistema piè forte della corruzione, ma è indifesa davanti ad un potere giudiziario irresponsabile che disponendo della libertà e dell’onorabilità dei cittadini è padrone anche della loro vita e della loro morte. È illusorio pensare che vi siano degli strumenti legislativi in grado di porre rimedio ai guasti di una magistratura di parte.

Quando sono gli strumenti essenziali dello stato di diritto a cospirare contro di esso, non esiste via di salvezza.  Il PdL al pari di qualunque schieramento non gradito ai “poteri forti” è destinato a perdere, perché in Italia è la Costituzione materiale, non quella formale, ad avere il sopravvento.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

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