– Ha suscitato scalpore la recente sentenza consultiva della Corte internazionale di giustizia sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, regione autonoma serba a maggioranza albanese. In attesa di conoscere il testo della motivazione, necessario per esprimere un giudizio compiuto, vale la pena di esprimere qualche riflessione alla luce degli elementi disponibili, anticipando, però, che la portata della sentenza è meno dirompente di quanto possa apparire.

La pronuncia è stata sollecitata da un ricorso promosso direttamente da Belgrado, secondo cui la secessione del Kosovo non sarebbe stata possibile in quanto la risoluzione ONU 1244, votata all’indomani della fine dell’intervento Nato nel 1999, parlava del Kosovo come di provincia serba temporaneamente sotto amministrazione ONU. La tesi dei 10 dei 14 giudici della Corte che hanno approvato la sentenza è invece ad exclusionem: “La dichiarazione di indipendenza è coerente anche con la risoluzione 1244 che non ne contiene la proibizione”, si legge nel dispositivo. E’ assai probabile che uno degli argomenti a fondamento della sentenza sia stato quello conosciuto come “principio di autodeterminazione dei popoli”, di cui vale la pena ricordare la genesi.

Solennemente annunciato dal presidente americano Wilson in occasione del trattato di Versailles del 1919, il principio, pensato per ridisegnare i confini nazionali dopo la Grande Guerra, conobbe un esordio difficile e disordinato. Vennero indetti dei plebisciti in Alta Slesia, nella Prussica orientale e in altre regioni a maggioranza di lingua tedesca, con esiti spesso contestati e fonte di successive tensioni internazionali. Altri territori, come quasi tutta la Prussica occidentale e l’Alsazia-Lorena, furono invece staccati dalla Germania senza interpellare le rispettive popolazioni di lingua tedesca.

I Sudeti passarono alla Cecoslovacchia e l’Alto Adige passò all’Italia pur essendo a maggioranza tedesca (la quale, infatti, preferiva continuare a considerarlo il Sud Tirolo). Anche l’Istria interna e gran parte della Venezia Giulia passarono all’Italia nonostante vi fosse una maggioranza slava. Come si vede, all’inizio il principio trovò applicazione più per giustificare la rimodulazione dei confini dall’alto delle autorità che non quale criterio che coinvolgesse dalla base le popolazioni interessate. Le cose sono cambiate – e migliorate – dopo la seconda guerra mondiale.

In particolare, è stata l’ONU a promuovere lo sviluppo del principio all’interno della comunità dei singoli stati. La Carta delle Nazioni Unite, infatti, all’art. 1, par. 2 del Capitolo I, individua come fine delle nazioni Unite lo “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli…”. Negli anni successivi ulteriori trattati hanno contribuito a precisare il significato del principio, che trovò la sua massima applicazione durante il periodo della decolonizzazione.

Ad oggi il principio di autodeterminazione, riconosciuto quale norma di diritto internazionale cogente, sostanzialmente ha cristallizzato il suo significato nel diritto di un popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l’indipendenza, associarsi a un altro stato o comunque poter scegliere autonomamente il proprio regime politico, ovvero nel diritto di autodeterminazione dei gruppi sociali cui le autorità nazionali rifiutino un effettivo diritto allo sviluppo politico, economico, sociale e culturale (il precedente più significativo è la secessione del Pakistan orientale dall’occidentale con la fondazione dello Stato del Bangladesh).

Ricondotto a tale significato, è evidente che il principio potrà trovare applicazione solo in quei contesti in cui sia effettivamente compressa, se non repressa, l’aspirazione di una determinata comunità al proprio sviluppo o alla propria crescita autonoma.

Certamente la questione del Kosovo, dilaniato da una sanguinosa guerra con la Serbia che negli anni novanta ha provocato migliaia di vittime con tanto di pulizia etnica, ha le caratteristiche giuste perché il principio possa trovare applicazione. Certamente la sentenza (cui, per la prima volta, ha preso parte un giudice cinese) rischia di provocare scossoni nell’area balcanica; in Bosnia-Erzegovina, dove la Repubblica serba potrebbe dichiarare l’indipendenza dalla Federazione croato-bosniaca, o in Macedonia, dove la nutrita minoranza musulmana concentrata ai confini con il Kosovo potrebbe cercare di staccarsi da Skopje. Sono note le tensioni dell’area più tormentata d’Europa.

Meno certamente, però, la sentenza potrà essere invocata in altri contesti, quali, ad esempio, il separatismo basco, la Corsica, il Belgio, trattandosi di realtà in cui le comunità, lungi dall’essere oppresse con pugno duro, godono anzi da tempo di ampi margini di autonomia, proprio quale rimedio e contropartita alla loro aspirazioni separatiste.

Ancor meno certamente il principio potrà essere invocato dall’On. Borghezio, che si è affrettato a dichiarare che dopo il Kosovo ci sarà la Padania libera. Difettano tutti i presupposti perché, in questo caso, il principio di autodeterminazione possa essere invocato, pena la messa in discussione della certezza dei confini nazionali, del dovere di sudditanza dei popoli, della stabilità politica degli stati, che rappresentano dei limiti internazionalmente riconosciuti che l’autodeterminazione non può forzare.

Altrimenti, perché, una volta che la Padania dovesse ottenere l’indipendenza, la Valcamonica, la Val d’Ossola (che già lo fece nel ’44, ma quale reazione all’occupazione nazista) e – perché no – gli antichi ducati di Parma e di Mantova non potrebbero distaccarsi dalla Padania e creare, a sua volta, le loro repubbliche? Con quali argomenti glielo si potrebbe impedire? Si finirebbe nel caos e nell’Italia degli ottomila comuni sarebbero in molti a lasciarsi tentare da simili avventure.