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La fine del berlusconismo, la ricerca di una nuova destra e i dilemmi della sinistra

– “La fine di un ciclo?” dicono alcuni. “La fine di un ciclo!” dicono altri. Questo è il concetto che, tra le righe, ritroviamo spesso, di qua e di là, in molti degli editoriali politici che cercano di raccontare ciò che sta accadendo nel nostro paese. La fine della propulsività di una certa idea di berlusconismo “in sé e per sé” che per un verso o per l’altro si dovrà risolvere in una nuova, nel senso di trasformata, e diversa accezione di destra. E a destra, è chiaro a tutti, un forte e conflittuale dibattito trasformativo sta facendo emergere punti di vista e orizzonti,  spesso da tempo latenti, che operano verso l’individuazione di un immaginario politico diverso da quello del presente, rinnovato da vecchie e nuove istanze che, in un  modo o nell’altro, in questi anni hanno avuto un peso relativo rispetto alla preponderanza del berlusconismo in sé e per sé.

A destra si riflette, si mettono in primo piano temi ed argomenti che tendono a ribaltare l’immagine di una parte politica semplicemente e dinasticamente imbullonata nella conservazione. Nella contemporaneità l’immobilismo è un irresponsabile freno a mano capace di schiantare qualsiasi sistema, qualsiasi comunità. C’è chi immagina una destra dinamica, capace di attraversare, oltrepassare e liberarsi di una vagonata di cascami retorici, di dogmatismi e di vuoti a perdere populistici che nel corso degli anni hanno acchiappato voti ma allo stesso tempo hanno incrostato e rallentato la vera sperimentazione di una nuova idea di destra: capace di riformulare la propria identità, di essere non provincialisticamente italiana, ma capace di ingaggiare le sfide, i nuovi temi ed i nuovi argomenti della contemporaneità, del mondo. E tra presunte linee maggioritarie e linee minoritarie, viene in mente il pensiero di Cicerone quando nel “De Repubblica” scriveva: “Nei dissensi civili, quando i saggi valgono più dei molti, i cittadini si devono pesare, non contare”.

La vita politica del paese ha bisogno di una nuova destra, ed allo stesso tempo ha bisogno di una sinistra risolta. Forze sane, dialoganti  ma contrapposte. Questa è la logica della democrazia; e per chi non fosse interessato alla democrazia questa, comunque, è la logica di sviluppo, per non vivere di sola sopravvivenza, di un paese occidentale e tecnologicamente avanzato.
“Cosa sta accadendo alla sinistra? Dov’è la sinistra?”, a ridosso delle primarie nel Partito democratico, lo scorso autunno, queste domande erano sulle bocche degli elettori del PD, nelle riflessioni degli altri elettori del centrosinistra, e negli articoli degli analisti politici.

Dopo anni in cui la sinistra ha tenuto come tattica la pura e semplice demonizzazione della destra berlusconiana – tattica che non ha pagato – l’anno scorso un dibattito interno, duro, si è trasformato in un vero e proprio scontro generazionale nel corpo del PD. Tattiche politiche a confronto. I dialoganti col centro, contro chi auspica  una sinistra autosufficiente e identitaria? No, non solo. Tra i  votanti e funzionari di partito si è fatta largo una necessità, un bisogno, per certi versi un desiderio: progettare una nuova idea di sinistra, smetterla con le solite logiche, progettare qualcosa di diverso.

Quando è sana, la politica – tra le tante cose – è la prefigurazione di un mondo nuovo e possibile da contrapporre ad un altro mondo, il presente, sempre e comunque migliorabile. E’ la politica ideale e dinamica che tutti ci auspichiamo e che molti uomini della sinistra vanno invocando da anni. Va bene fare l’opposizione, ma cosa si offre in alternativa alla maggioranza. Quale paese si immagina, quali scelte, quali programmi? E’ sacrosanto indignarsi in parlamento innanzi alle leggi improprie o a quelle con cui, più semplicemente, non si è d’accordo, ma poi, quale mondo alternativo si propone agli italiani, in cambio del superamento di quello del centrodestra? E’ questo è il vero problema della sinistra. L’incapacità di proporre un vero immaginario alternativo. La sinistra combatte una guerra, ma si ferma lì, non offre un chiaro e diverso scenario futuro in cui credere.

Berlusconi ha fatto molte promesse, molte non le ha mantenute, ma la sinistra quali promesse fa e quale visione offre?  Quale identità presente e futuribile racconta? La politica è la dottrina del possibile, ma il possibile è qualcosa che va definito, dichiarato, elencato, manifestato; qualcosa nel quale far identificare gli elettori, qualcosa di chiaro.

Questo problema – che alla vigilia della elezione di Bersani era considerato come la più spinosa “questione” della sinistra e che possiamo sintetizzare come la “in-definizione” della sinistra – oggi è rimasto irrisolto, tale e quale. La famosa frase dal film di Nanni Moretti “dì qualcosa di sinistra” è ancora valida, ma il problema adesso è andare a capire quale sia il significato di “sinistra”. E’ un significato che spesso è nebuloso, contraddittorio, che non ci fa intravedere nulla al di fuori di un presente di “indignazione”, che non ha capacità di prefigurazione. La sinistra non deve né cambiarsi d’abito né rinnegare  alcunché  (ricordiamo quegli anni in cui ladri, ladruncoli e truffatori dello Stato avevano la faccia tosta di chiedere agli ex comunisti atti di abiura del loro passato ideologico) né conformarsi alla politica del populismo pubblicitario; ma la sinistra deve “delinearsi” e uscire dal suo immobilismo progettuale.

La sinistra deve riprendere a produrre idee, nuove idee. Ma attenzione, chi nell’ambito della sinistra, come spesso si legge, è convinto che basti svecchiare l’apparato dirigente per produrre una nuova sinistra si sbaglia: non bastano solo i giovani, ci vogliono gli ideali, i sogni, la volontà di uscire da quelle sabbie mobili in cui la sinistra si ritrova. Nella destra alcuni, pochi o molti chissà, stanno provando a disegnare una nuova architettura per un futuro possibile della destra stessa, e quindi, di un’anima del paese.

Anche a sinistra bisogna far qualcosa del genere, una nuova architettura, bisogna uscire dalla sindrome della trincea, del “tutti fermi sulle posizioni”, e tatticamente converrebbe smetterla di raccontare gli italiani come scissi in due univoche categorie sociali: gli onesti di sinistra  e i disonesti di destra. La cosa singolare è che questo è lo speculare inverso della comunicazione di Berlusconi che divide il paese in buoni e cattivi, in bravi padri di famiglia e rossi invidiosi. Sembra quasi che la sinistra, in questi ultimi anni, invece di indicare una “via” propria e alternativa alla comunicazione politica di Berlusconi, si sia messa ad usare gli stessi paradigmi del leader del Pdl, ma con molta minor creatività.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “La fine del berlusconismo, la ricerca di una nuova destra e i dilemmi della sinistra”

  1. inutile scrive:

    Era ora Fini fuori dal PDL, ora avrà la coscienza di dimettersi?
    Sicuramente NO, figuriamoci se molla la poltrona.
    Ora però voglio vedere i deputati che lo seguono, che coraggio hanno di tradire il voto degli elettori

  2. Paolo scrive:

    @inutile:

    Finalmente siamo arrivati al dunque.

    Un ventennio di berluschino è miseramente fallito.

    Il “vero traditore” è lui, che ha fatto carta straccia del programma elettorale, sostituendolo con quello della Lega.

    Fini, e tutti quelli che chiedevano nel PdL di concretizzare le promesse elettorali, sono stati espulsi.

    Berluschino aveva promesso…

    … le liberalizzazioni? Abbiamo la difesa corporativa delle professioni.

    … l’abolizione delle province? Vallo a dire a Bossi.

    … la riduzione dell’imposizione fiscale? E’ avvenuto l’esatto contrario (anche prima della crisi).

    … la difesa della privacy? Sì, per gli intercettati; no, per i comuni cittadini tartassati dalle telefonate commerciali.

    … la meritocrazia nel pubblico impiego? Solo tagli indiscriminati.

    Palle, palle, palle: berluschino e l’umberto sono la vecchia destra corporativa; Fini propone una destra liberale.

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