– L’espulsione di Granata è una cosa che fa ridere o che fa piangere o che – meglio – fa pena solo a pensarla. E lo diciamo stando agli antipodi dell’antimafia spiccia e sociologica, dell’indignazione querula e dello spatuzzismo di cui non si può scoprire la natura equivoca e opportunistica solo quando lorda Berlusconi e la sua storia politica e non quando miete le vittime dell’anti-mafia “normale”, compresa quella dei cui numeri il governo mena vanto, per contestare – e giustamente  – le accuse di mafioseria. Non tutti gli Spatuzza sono Spatuzza. Lo abbiamo detto in tempi non sospetti e non abbiamo bisogno di ripeterlo.

L’espulsione di Granata, fatto un bilancio delle sue colpe senza tener conto delle sue ragioni (la prima delle quali – scusate – è che la verità giudiziaria su Via D’Amelio puzza di falso da oltre un decennio, come spiegò Piero Milio), non restituirebbe al PdL una verginità garantista svenduta alla Lega e non solo alla Lega (ne vogliamo parlare?), ma esporrebbe al ridicolo una forza politica liberale costretta a riscoprire i reati di opinione per salvaguardare  la propria unità interna.

La credibilità del PdL non è minacciata dalla destra borselliniana e da un capitano coraggioso dell’intransigenza, che l’entusiasmo e l’indignazione trascina nel campo dell’antimafia professionistica. E’ sputtanata da una logica domestica che impone il garantismo per gli accusati e il giustizialismo per gli accusatori, la comprensione per i reati “giusti” o lo scandalo per le denunce “sbagliate”. A Granata occorre, quando serve (spesso), dar torto. Non regalarlo, quando proprio non serve, al nemico. Nè relegarlo tra gli impresentabili, chè invece rimane, con i suoi torti e le sue ragioni, presentabilissimo e rappresentativo di una destra siciliana perbene.