Il dibattito politico in Italia: hic sunt leones?

– L’amico del mio nemico è mio nemico, il nemico del mio nemico è mio amico, il nemico del mio amico è mio nemico, e così via fino ad arrivare ai sempreverdi amici degli amici degli amici.

Si potrebbe riassumere così la sostanza del dibattito politico italiano: a periodi in cui questa tendenza è meno scoperta se ne alternano altri, come l’attuale, in cui invece è più che mai esasperata. Molti uomini politici, alcuni movimenti, parecchi partiti preferiscono produrre slogan piuttosto che spiegare e documentare le proprie affermazioni, gridare piuttosto che argomentare, proporsi come paladini del Bene dotati del dono dell’infallibilità anziché come esseri umani con qualche idea concreta per migliorare la situazione.

Senza dubbio questo modo di procedere è producente in termini di consenso immediato: accusare il “nemico” di ciò che non va bene riscuote più consenso rispetto ad una responsabile ammissione dei propri errori, scannarsi sul pregevole tema “di chi è la colpa?” o “a chi giova?” fa più audience che non mettersi d’accordo per trovare soluzioni condivise.

Lo spazio dedicato alle proposte costruttive è ridotto al minimo: ognuno si attiene esclusivamente alla propria visione dei fatti e delle cose, negando non solo la legittimità del punto di vista di chi non la pensa come lui, ma perfino l’esistenza di una realtà che non coincida in tutto e per tutto con la sua rappresentazione.

Sembra la descrizione di una nevrosi conclamata, è invece il modo in cui una persona che cerchi di informarsi e (nel proprio piccolo) di informare senza pregiudizi vede la gran parte della comunicazione politica attuale. Il modello “curva da stadio” è quello che va per la maggiore, il luogo comune impera, seppur declinato in modi opposti, da una parte e dall’altra; è straniante, quasi da teatro dell’assurdo, la tendenza a complicare inutilmente le soluzioni semplici e semplificare tendenziosamente i problemi complessi.

E’ frequente assistere ad una riedizione degli orwelliani due minuti d’odio, riservata di volta in volta agli esponenti del partito avversario o a quelli del proprio partito con cui, per usare un eufemismo, accade che ci siano piccole divergenze di vedute. Tutto si riduce ad un gioco di ruolo in cui, di volta in volta, vince, cioè guadagna consenso, chi sa fare meglio il carnefice o la vittima, o, meglio ancora, il carnefice e la vittima insieme (il “chiagni e fotti” di napoletana memoria non passa mai di moda).

In questo quadro, per le riforme, per la risoluzione concreta di problemi urgenti, insomma per il “fare” come, in quella che sembra un’altra era geologica, pareva lo intendesse il presidente Berlusconi, c’è pochissimo spazio. Quel poco che c’è, poi, si spreca nel rimpallarsi la responsabilità di non aver fatto abbastanza, di non aver fatto bene, di non aver fatto le cose giuste.

A queste condizioni, seguire il dibattito diventa sempre più frustrante per chi non sopporta la violenza verbale, la mancanza di senso del ridicolo e le discussioni senza costrutto: ci lamentiamo che “la ggente”, “i ggiovani”, “il Paese reale” si allontanano dalla politica, ma è certo che la politica non fa poi molto per avvicinare, e quel poco che fa non va certo nella direzione di una maggiore pacatezza o di un miglior approfondimento dei temi. Il risultato è che si scoraggia e si spaventa chi avrebbe la voglia, la memoria e forse i mezzi per costruirsi una visione d’insieme, mentre si accoglie a braccia aperte chi la visione d’insieme non sente affatto la necessità di costruirsela, ma in compenso è pronto a scagliarsi furiosamente sul “nemico”, chiunque esso sia, e non si sconcerta a dover cambiare bersaglio ogni pochi giorni.

Anche la terminologia è disarmante nella sua pochezza: da un lato si usano termini dal significato estremamente vago (“libertà”, “democrazia”, “Paese reale”), che ognuno può interpretare come vuole mantenendone solo la connotazione positiva o negativa, dall’altro si va giù pesanti con parole che sono veri e propri insulti, sdoganate ormai dalla reazione all’eccesso di politically correct, con la scusa che i politici devono “dire pane al pane” (va bene: però, ne converrete, non è la stessa cosa che dire “bingo bongo” all’immigrato di colore o “nano malefico” a Berlusconi).

Chi scrive non vuole cadere nell’errore di dare la colpa di questo stato di cose all’una o all’altra fazione, o a tutte e due. Da queste parti si preferisce parlare di “responsabilità” piuttosto che di “colpa”, e la responsabilità di un dibattito politico sempre più degenerato, dove la sregolatezza la fa da padrona ma il genio brilla per la propria assenza, sta dentro, non fuori di noi.

Siamo responsabili, noi, non “la ggente”, “gli altri”, “la televisione”, ma tutti noi, uno per uno, dell’imbarbarimento progressivo della comunicazione e dell’informazione, e lo siamo di più ogni volta che accettiamo acriticamente l’opinione altrui su un fatto, senza cercare di costruirci la nostra; siamo responsabili, si potrebbe dire complici, della banalità e del “luogocomunismo” imperanti ogni volta che ci dimostriamo troppo pigri per elaborare un pensiero originale, un pensiero nostro che non sia la scopiazzatura di quello proposto dai vari “ideologi”.

Se la televisione è sempre più strillata, non sarà perché ormai, come animali della savana, sentiamo soltanto chi strilla più forte? Se nella cronaca politica dei giornali che dovrebbero essere “seri” si trovano ormai soprattutto inchieste su quello che si droga e quell’altro che va a prostitute (pardon, a escort), non sarà perché noi per primi siamo più disposti a discutere su questo che non su temi economici, geopolitici o scientifici? Se giustizialisti e forcaioli hanno spesso la meglio, in termini di consenso, su garantisti e moderati, non sarà anche perché tante volte pure noi preferiamo un atteggiamento da “è tutto un magna magna”, “impiccateli tutti”, “so’ tutti uguali” ad una seria analisi dei contenuti politici?

E allora, una volta per tutte, se vogliamo davvero migliorare la qualità del dibattito e dell’informazione abbandoniamo l’atteggiamento da verginelle oltraggiate, prima di dover cominciare a chiederci dov’eravamo mentre questo stato di cose cominciava a delinearsi (e arrossire alla risposta), e cerchiamo di produrre noi stessi discussioni e argomentazioni di qualità. Solo sollevandoci dalla banalità, reimparando (o forse imparando per la prima volta) a produrre pensieri originali, avendo il coraggio di esporre a voce alta le nostre riflessioni e il nostro dissenso dalle opinioni mainstream potremo, almeno, dire di aver fatto quello che era in nostro potere per uscire dall’hic sunt leones in cui la discussione in Italia sembra essersi trasformata.

Altrimenti, continuiamo pure a dire che è colpa degli altri: in un panorama in cui nessuno vuole sentir parlare di responsabilità, soprattutto applicate a sé medesimo, rifiutare le proprie è un modo come un altro per non sentirsi esclusi.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Il dibattito politico in Italia: hic sunt leones?”

  1. alberto scrive:

    La sinistra deve capire che l’unico vero argomento che la differenzia dal centro e dalla destra è il laicismo. Questo è
    l’unico valore sul quale si può impostare una differenziazione politica.
    Quindi i temi della scuola,l’otto per mille,il concordato
    l’ora di religione,gli insegnanti di religione,le tasse non pagate dal Vaticano,i contributi che lo stato da alla chiesa,la
    legge sull’obiezione di coscienza per i medici sull’aborto,il testamento biologico ecc.
    Nulla vieta che un partito della sinistra, si occupi del lavoro ai giovani e ai disoccupati,del fisco,della previdenza ecc.,ma questi sono argomenti sui quali tutti partiti dicono di occuparsi,ma occuparsi ideologicamente di questi non ci differenzia sostanzialmente dalla altre formazioni politiche.
    Allora è necessario avere a sinistra un partito con una ideologia. Se non c’è ideologia un partito è senz’anima.Il popolo
    ha bisogno di temi di forte identità intorno alla quale raccogliere una grossa fetta dell’elettorato.
    Per vincere la sinistra deve anche avere una legge elettorale
    utile allo scopo che non può essere il proporzionale con sbarramento al 5%,ma un maggioritario per designare la maggioranza
    e un proporzionale per la minoranza. Nell’attuale camera composta da 63o deputati al partito che ottenesse il maggior numero di suffragi dovrebbero essere assegnati 360 deputati,mentre i rimanenti 270 dovrebbero essere ripartiti con il sistema proporzionale,in modo che anche i piccoli partiti avessero il diritto di tribuna.
    Un partito con una ideologia laica e una forte connotazione sui problemi sociali e del lavoro avrebbe molte possibilità di diventare,prima o poi,il primo partito d’Italia.

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