– L’avvio di una stagione congressuale può segnare un’obiettiva svolta nella vicenda del PdL, dentro il quale – come purtroppo dimostrano le tensioni e le polemiche degli ultimi giorni – sui temi più sensibili non sembra possibile discutere di nulla senza che per qualcuno si attenti “all’unità” del partito.
L’unità di tutte (e sottolineo: tutte) le forze politiche moderate e conservatrici dell’occidente avanzato non è però garantita da statuti centralistici e da regimi carismatici, ma da forme di organizzazione politica che consentono il confronto competitivo di proposte e di leadership alternative.

In Francia, in Spagna, in Germania e in Gran Bretagna, il partito non “è” il leader, ma “fa” il leader, premiando la leadership che si dimostra più persuasiva in una competizione interna aperta e tutt’altro che amichevole.
Nel quindicennio contrassegnato dalla leadership berlusconiana tutte le maggiori forze del PPE hanno cambiato leader e tutte, in modo più o meno accentuato, con forti soluzioni di continuità rispetto alle leadership precedenti. Nessun partito si è per questo sciolto, scisso o dissolto per conflagrazione interna, né le minoranze sono state licenziate ed espulse, per via disciplinare, dalle maggioranze pro-tempore.

Se ciò che altrove è fisiologico nel PdL appare patologico, non è così scontato che a sbagliare siano gli altri (tutti gli altri) e che l’unico modo per scongiurare, come è giusto, il ritorno al passato partitocratico sia il consolidamento di una democrazia “anti-partitica”. Bisogna diffidare dell’anomalia, ma non confidare troppo nell’eccezione. D’altra parte, i partiti sono nel piccolo ciò che i sistemi democratici sono nel grande: un modo per discutere e eventualmente mutare le ricette di governo. Un modo per darsi torto, non solo per darsi ragione.

Ma l’avvio di una stagione congressuale non può però limitarsi alla celebrazione dei congressi locali; anzi: meglio nessun congresso senza il congresso nazionale. Senza una discussione politica generale, che riguardi i temi e le proposte di governo del partito e del paese, e senza consentire forme di adesione e di partecipazione politica diverse da quelle dell’attuale tesseramento, i congressi comunali e provinciali finirebbero per consolidare un partito feudale, e non federale, in cui si può disputare il potere locale (di spesa e di nomina), ma non si può contendere la leadership nazionale, in cui è possibile dividersi sul “chi” comanda, ma non sul “cosa” sia necessario realizzare, in cui ci si può litigare il ruolo di mandatari dell’organizzazione politica, ma non si può discutere la natura del mandato che si è chiamati a rappresentare.

Il congresso deve essere un vero congresso generale: in cui si parli di tutto, ma soprattutto dell’essenziale per una forza politica e in cui ci si divida sulle visioni e sulle leadership per il futuro. Perché tutti i congressi normali finiscono così: con uno che vince e uno che perde, con una maggioranza e una minoranza. Non con qualcuno che resta e qualcuno che se ne va o viene mandato via.

Silvio Berlusconi uscirebbe vincitore del prossimo Congresso del PdL con qualsiasi regolamento congressuale: è così ed è giusto che sia così. Proprio per questo sarebbe colui che ha più da guadagnare a guidare un partito che risulterebbe più unito perché avrebbe saputo dividersi e contarsi nel modo giusto.