Perché Wal-Mart merita il Nobel per la pace

– In Bangladesh la condizione femminile migliora grazie al tanto vituperato “sfruttamento capitalista delle multinazionali”. E non è l’unico luogo comune di una certa visione anticapitalista che viene smentito.

Lungi dall’essere un motore di sfruttamento, è noto che le multinazionali tendono a pagare meglio delle aziende locali, a trasferire più competenze e a trattare la forza lavoro in maniera più umana. In Bangladesh, ad esempio, sono un vero e proprio motore di alfabetizzazione e miglioramento della condizione femminile: lo sviluppo dell’industria tessile sta fornendo alle donne in questa nazione musulmana una fonte di reddito indipendente, aiutandone l’emancipazione.

Si sta inoltre smentendo un altro dei luoghi comuni del pauperismo socialista, ossia che l’industrializzazione avverrebbe a scapito della scolarizzazione: nei villaggi dove prospera l’industria tessile le percentuali di scolarizzazione femminile aumentano di molto, nonostante un parziale calo fra le ragazze fra i 16 ed i 19 anni d’età, secondo gli studi di Ahmed Mushfiq Mobarak, accademico di Yale che sta conducendo un rigoroso studio empirico sull’argomento. I motivi non sono del tutto chiari, ma almeno due fattori certamente lo sono. In primo luogo, la maggiore disponibilità di reddito permette alle famiglie di mandare a scuola anche le figlie, di solito svantaggiate rispetto ai maschi; soprattutto, però, conta il vantaggio economico immediato: una operaia scolarizzata viene valorizzata e pagata di più e quindi esiste un forte incentivo finanziario.

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Il terzo luogo comune che viene smentito è quello della necessità di un forte intervento governativo per “correggere” le storture dello sviluppo industriale. L’aumento della scolarizzazione non è merito di sforzi particolari del governo bengalese, ma dell’abilità di individui e famiglie di cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo e dal capitalismo: sono i privati, e non lo stato, a promuovere lo sviluppo economico e sociale. Si tratta dell’ennesima dimostrazione del paradosso per cui il bene pubblico viene servito meglio dalla privata “avidità” che dall’interferenza di burocrati con le migliori intenzioni: Wal-Mart e gli altri grandi magazzini che sono i grandi promotori nella globalizzazione del settore tessile stanno dando un contributo involontario ma essenziale allo sviluppo bengalese, un contributo molto più efficiente di quello fornito da decenni di aiuti allo sviluppo della cooperazione internazionale, basato su metodi e sistemi pianificati e gestiti con metodi collettivisti.

E’ articolo di fede tra i media e le caste intellettuali occidentali che il capitalismo sia la fonte di tutti i mali e soprattutto di un aumento dello sfruttamento delle masse lavoratrici, rispetto ai “tempi felici” dell’era preindustriale; unica salvezza per i ceti disagiati sarebbero sempre stati i governi di tendenza collettivista, fossero socialisti o conservatori di stampo paternalistico. Questo approccio è divenuto moneta corrente grazie all’istruzione di stato, amministrata dalle stesse burocrazie che ne vengono esaltate, ed ha alterato la percezione della realtà storica da parte di intere generazioni. La storia economica offre innumerevoli esempi della fallacia di tale approccio; l’esperienza ed i dati in nostro possesso dimostrano ad esempio che, per quanto brutali fossero le condizioni degli operai nell’Inghilterra industriale, esse erano preferibili a quelle delle campagne nei decenni precedenti.

Sino ad ora è stato possibile appigliarsi agli argomenti anticapitalisti sostenendo la limitatezza degli studi storici e dei dati disponibili e la validità della vulgata tradizionale, ma ora studi come quello in Bangladesh forniscono evidenze difficili da confutare. L’impetuoso sviluppo industriale dei paesi emergenti permette, in un certo senso, una “replica della storia” in un contesto dove abbiamo risorse ed opportunità per effettuare studi rigorosi. I risultati, sinora, ribadiscono le potenzialità di un sistema di mercato e l’effetto positivo del capitalismo sulla libertà ed il progresso civile, oltre che economico. Rimane il difficile compito di rompere il muro di gomma dei pregiudizi e dei luoghi comuni.


Autore: John Christian Falkenberg

- John Christian Falkenberg è il tenutario del blog The Mote in God's Eye; collabora con Tocque-ville.it . Il suo alter ego in carne ed ossa è laureato in Economia e fra poco festeggerà dieci anni di sopravvivenza in svariate sale operative, passati a districarsi fra default, titoli tossici e bolle di ogni ordine e grado.

One Response to “Perché Wal-Mart merita il Nobel per la pace”

  1. Alessio Civitillo scrive:

    Si, ma uno studio è uno studio, e immagino ce ne siano altri. Ricordo un paper sulla Cina che affermava come il capitalismo abbia aumentato il pil pro capite per tutti, anche se meno per i cinesi della Cina continentale.

    Da qui a dire che lo Stato è solo un ostacolo (non lo dici, ma lo implichi), ne passa. Tanto per dire, come la mettiamo con le esternalità? Come le elimini senza lo Stato?

    Comunque sono parecchio d’accordo con l’articolo.

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