Via D’Amelio: cercando una nuova verità, occorre evitare un vecchio errore

– Se il comprensibile riserbo dei magistrati nisseni che indagano sulla strage di Via d’Amelio  non consente loro di parlare, di certo – e maggior ragione – dovrebbe impedire loro di annunciare urbi et orbi verità dirompenti e indeterminate, che esasperano il chiacchiericcio attorno al “borsino giudiziario” e ai suoi irrinunciabili protagonisti: in primis, ça va sans dire, Berlusconi.

Penso che chiunque abbia interesse a comprendere come la verità, anche giudiziaria, sull’omicidio di Borsellino e della sua scorta sia stata manipolata e a quali responsabilità in senso proprio “istituzionali” possano essere addebitati i depistaggi. Ma il linguaggio oracolare ed enigmatico, di chi vuole dire senza potere dire, non può che confezionare messaggi equivoci, a cui ciascun interprete, in buona o cattiva fede, presta il significato che vuole: anche quello della rivelazione (che i procuratori nisseni Lari e Gozzo si sono ben guardati dal fare o dal fare intendere e che hanno al contrario smentito) sui rapporti politico-stragistici tra Berlusconi e Cosa Nostra.

E’ possibile – anzi è probabile – che i due pm incalzati dai giornalisti, dopo un’audizione della Commissione parlamentare antimafia, non volessero in realtà mandare nessun “messaggio”, ma si siano limitati a rispondere in modo infelice a domande insidiose. Ma il loro è stato obiettivamente un passo falso e non rafforza la credibilità di un’indagine, che, prima di stabilire una rivoluzionaria verità storica, dovrebbe correggere un clamoroso errore giudiziario, indotto da quanti, manipolati o manipolatori, corsero dietro ai racconti del pentito Scarantino sull’omicidio del giudice Borsellino.

Come spesso accade in Sicilia, bisogna fare i conti con la mafia, ma anche con le follie dell’antimafia sbagliata. E non ci riferiamo ­–  sia chiaro –  ai magistrati di Caltanisetta, ma ad alcuni spericolati supporter della loro inchiesta, che si sono proclamati unici ed esclusivi depositari della sensibilità anti-mafia. Ci pare che Fini abbia fatto bene, molto bene, a ricordare a Palermo, proprio nel giorno della commemorazione di Borsellino, la polemica di Sciascia contro un’anti-mafia giudiziaria in qualche modo affrancata dalle regole della giustizia “normale”.

I disegni, per definizione oscuri, della criminalità mafiosa e anche di quella indubbiamente politica del periodo stragista andranno chiariti, se sarà possibile. Ma per intanto, è necessario evitare di affogare l’indagine che dovrebbe portare ad una verità “non manipolata” nel pozzo nero della dietrologia, dell’invenzione verosimile e della calunnia. Insomma: cercando una nuova verità, occorre evitare un vecchio  errore.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “Via D’Amelio: cercando una nuova verità, occorre evitare un vecchio errore”

  1. Emanuele Brunelli scrive:

    Posto un’intervista nella quale Borsellino esprime, con l’estrema sintesi che gli apparteneva, la trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra, dovuta all’imponente massa di capitali proveniente dal traffico di droga, che la mafia siciliana all’epoca controllava in regime di monopolio. La più grossa “banca” che l’Italia avesse, con la più vasta (e più facile da reperire) disponibilità di credito. Conviene riportare un passo di quei dieci minuti palermitani. «Non le sembra strano – chiese il giornalista a Borsellino – che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati con uomini d’onore tipo Mangano?». «All’inizio degli anni Settanta – rispose il giudice – Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enormi di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali». «Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?» incalzò il giornalista. E il magistrato, dopo una pausa, dando una lunga boccata alla sigaretta: «È normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Le posso dire che Mangano era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

  2. Patrizia Franceschi scrive:

    Perfavore, quell’ intervista l’abbiamo vista e rivista sono state fatte inchieste tutte andate a vuoto per non aver trovato uno straccio di prova State tranquilli che se c’era un appiglio su Berlusconi vi si sarebbero attaccati come mignatte.Ora basta.
    Se non hanno prove ma solo teoremi, mi dispiace per loro.Non si può fare indagini, fare processi, mettere in galera e la gente e dopo una ventina di anni ricominciare con altri imputati perchè qualcuno dice qualcosa di nuovo. Anche Granata stia zitto, se sa qualche nome lo faccia, altrimenti ci faccia il favore di farla finita.

  3. Emanuele Brunelli scrive:

    cara Patrizia, mi dispiace contraddirla ma indizi sui rapporti di Berlusconi e Dell’Utri con uomini di Cosa nostra continuano a essere segnalati in molte sentenze. Dell’Utri, infine, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e questo getta ombre pesantissime su Berlusconi o no?
    mi piacerebbe tanto che in italia chi gestisce la cosa pubblica, oltre ad essere onesto, apparisse anche onesto!!!!

Trackbacks/Pingbacks