– Giulio Tremonti ha ragione: con lo “stile dimesso” di qualche emendamento il Governo, nella manovra, ha predisposto una mini-riforma importante in tema di pensioni. E lo ha fatto senza suscitare le solite telenovele delle proteste che accompagnano misure siffatte in ogni angolo dell’Europa (già) felix. I nuovi interventi in materia previdenziale contribuiscono a stabilizzare ulteriormente il sistema e a contenere gli effetti della crisi per quanto riguarda l’incidenza della spesa pensionistica sul pil. E’ bene però mettere in conto che non siamo alla fine della storia.

Il Governo dovrà a porsi il problema, entro la fine della legislatura, di promuovere un nuovo patto intergenerazionale (Tremonti ne ha parlato mesi fa in una lettera a Il Foglio) in grado di assicurare ai giovani occupati una pensione dignitosa. In tale ambito (come ha rilevato la Commissione Lavoro della Camera nel suo parere sulla manovra) sarebbe necessario ripristinare, nel sistema contributivo, criteri e modalità di pensionamento flessibile per tipologia e genere all’interno di  un range che assuma come soglia minima di pensionamento i requisiti anagrafici raggiunti nel sistema retributivo (in pratica tra 62 e 67 anni) e sia coordinato con le normative riguardanti l’aggancio automatico all’incremento dell’attesa di vita e l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione; tutto ciò allo scopo di conciliare un incremento graduale dell’età effettiva di pensionamento – in linea con le dinamiche demografiche – e le propensioni delle persone.

Agire sul sistema pensionistico con l’obiettivo di ritardare l’uscita dal mercato del lavoro (e quindi elevando l’età effettiva di pensionamento) non è soltanto un obiettivo posto dai problemi del risanamento dei conti pubblici. E’ soprattutto una questione legata alle esigenze del mercato del lavoro alla luce degli scenari demografici che si annunciano. A queste conclusioni – per altro non nuove –  sono tornati due importanti documenti recenti: il Libro verde della Ue in materia di pensioni e il Rapporto del Cnel sul mercato del lavoro nel 2009-2010. Il primo documento ci dice che attualmente la pensione rappresenta un terzo della vita adulta; questa porzione però è destinata a crescere con l’aumento della speranza di vita se non si allungherà anche la durata della vita attiva e l’età di pensionamento non sarà posticipata.

Le persone che ancora lavorano all’età di 60 anni sono meno del 50%: questo dato di fatto entra in contraddizione con l’obiettivo della strategia “Lisbona 2020” di conseguire un tasso di occupazione   pari al 75%. Inoltre, il rapido aumento del tasso di dipendenza delle persone anziane richiede l’allungamento della durata della vita attiva, altrimenti “sarà inevitabile ridurre le prestazioni o aumentare le contribuzioni”. E’ questo un passaggio, contenuto nel Libro verde Ue, molto importante che si collega a quanto indicato nel Rapporto del Cnel.

Secondo le proiezioni dell’Istat sulla popolazione per età, gli italiani occupati fino a 64 anni si ridurranno – nell’arco di un decennio –  di 1,4 milioni rispetto a quanto osservato nel 2008; in assenza di lavoratori immigrati (ce ne saranno 1,3 milioni in più nel 2018 rispetto al 2008) il Belpaese si troverà in carenza di occupati; nonostante i nuovi lavoratori stranieri l’occupazione totale sarà di 22,9 milioni con 80mila unità in meno rispetto al 2008.

Si profila così uno scenario inquietante sulla domanda di lavoro nel periodo 2010-2020: 8 milioni di lavoratori costituiranno il “ricambio generazionale”, in media 770mila all’anno; a fronte di nuovi ingressi assai modesti ed insufficienti. Con un paradosso possibile, se non si interverrà sui percorsi formativi e sulle attitudini al lavoro: vi saranno degli italiani disoccupati a fronte di un maggior numero di stranieri occupati. Ma questo è tutto un altro “paio di maniche”.