Dagli zoccoli ai risciò: malati di ‘divietismo’

– da Il Secolo d’Italia del 21 luglio 2010 –

Troppo facile denunciare la paranoia regolatoria, da cui in Italia la politica è affetta e la società è afflitta e che esplode in una produzione normativa sovrabbondante di imposizioni e divieti. Ma non così popolare, visto che, a destra come a sinistra, il paternalismo normativo è di fatto considerato il solo argine all’indisciplina. Peraltro, guardando all’affollamento regolatorio, da cui è ingombrata la vita civile, economica e sociale e ai suoi miserevoli e disordinatissimi risultati, a balzare agli occhi è piuttosto il trade off tra la quantità e la qualità della regolazione.

Tuttavia, la tendenza non sembra perdere forza. Basti guardare alle innumerevoli ordinanze con cui i sindaci, anche quest’estate, hanno pensato di esercitare le competenze in materia di “sicurezza e ordine pubblico”. A seconda dei comuni, in spiaggia potrebbe essere proibito prendere il sole in topless, andare in giro senza indossare una maglietta, bere alcolici, mangiare panini, fumare, costruire castelli di sabbia e raccogliere conchiglie. Fuori dalle spiagge, potrebbe comunque essere vietato girare in costume da bagno, indossare gli zoccoli, stendere gli asciugamani dal balcone o dalla finestra e usare i risciò a pedali. Più in generale, anche nei comuni non balneari, potrebbe essere impossibile: sedersi per strada o sui gradini di chiese, edifici storici e monumenti, mangiare e bere per strada, sostare nei parchi e nei giardini pubblici in più di due persone e baciarsi in auto.

C’è una lunga tradizione nelle ordinanze estive che vietano questo o quel comportamento. Lo scorso anno in un comune era addirittura vietato litigare con il partner o con un amico: chi infrangeva la regola rischiava una multa da 25 a 500 euro. E tra le stranezze anche quella di un sindaco che aveva stabilito con un’ordinanza che tutti i vasi e le fioriere che occupavano indebitamente il suolo pubblico andavano rimossi. Nessuna di queste misure proibisce comportamenti che minacciano l’ordine pubblico o la sicurezza e la libertà personale; tutte impartiscono discutibili lezioni di rispettabilità e di decoro. Nell’iper-regolamentazione normativa non si manifesta la cultura della rule of law, ma il suo opposto, non quella che regola i mezzi, ma quella che discrimina i fini della libertà umana, non quella che disciplina le forme in cui essa si esprime, ma quella che ne detta arbitrariamente le “compatibilità sociali”.

L’ipertrofia normativa è sempre il risultato di un duplice pregiudizio culturale: che l’ordine sociale sia un prodotto dell’ordinatore politico e che una domanda di regole, nei diversi campi della vita sociale, possa essere soddisfatta solo potenziando (e complicando) il contenuto della regolazione pubblica e subordinando le libertà “particolari” agli interessi, ovviamente “generali”, della società. Non fanno eccezione a questa logica neppure le ordinanze dei sindaci perbenisti, anche se non sempre l’attitudine costruttivista del regolatore si limita ai profili morali della condotta umana. Anzi, molto spesso le questioni di decoro nascondono legittime, ma inconfessate ragioni di interesse.

La domanda di regole, a cui la politica tende a rispondere sempre con prontezza e abbondanza di offerta, ma con scarsa pertinenza, non dimostra un senso acuto della legalità, ma un’esigenza di protezione e di tutela, da cui emerge più il carattere particolaristico che il tenore “civile”, più la natura parziale che la portata generale. Quando l’amministrazione di una località balneare adotta misure “di ordine pubblico”, che servono in realtà a selezionare i turisti secondo le richieste degli operatori economici più influenti, il decoro, la sicurezza, la pulizia e l’igiene pubblica diventano puri e ingiustificabili pretesti.

In tutto questo, i sindaci e gli assessori che con voce stentorea illustrano la loro “filosofia del divieto” perdono il senso della misura e della differenza tra il buon senso e il buon gusto, tra l’etica e l’estetica, tra l’educazione e lo stile. Una cosa è impedire che bande di bulli bivacchino sulle spiagge con impianti stereo rumorosi, sporcando e importunando i vicini, altro è vietare che turisti giovani e squattrinati possano portarsi un panino da casa e mangiarlo passeggiando sul lungo mare, perfino – O tempora, o mores! – senza canottiera. Per punire i primi, non occorre un’ordinanza anti-panino, bastano le norme contenute in qualunque regolamento di polizia urbana. Discriminare i secondi – e costringerli a mangiare seduti (ovviamente, in qualche bar o ristorante) – è invece del tutto inutile, ai fini della sicurezza, oltre che arbitrario e vessatorio.

Il federalismo dei divieti, la cui mappa descrive un’Italia divisa da ragioni di gusto, è curiosamente “panino-centrico”. Dopo una prima legge controversa approvata dalla Regione Lombardia, sono scesi in campo i sindaci, anche di comuni non lombardi, a vietare in alcune aree l’apertura di kebbaberie e ristoranti o take-away etnici, con il pretesto di salvaguardare l’immagine “tipica” dei centri urbani. Anche in questo caso, si tratta di misure palesemente anticoncorrenziali, con un grottesco travestimento occidentalistico. Il fatto che siano richiesti da una parte (teoricamente) maggioritaria dell’opinione pubblica non ne ribalta il carattere abusivo e discriminatorio. Le stesse motivazioni di igiene e sicurezza alimentare sono posticci camuffamenti di un interesse corporativo.

Nel proibizionismo municipale all’indice dei divieti corrisponde un elenco di piccole e tutto sommato sopportabili vessazioni. Ma la loro ratio non è per questo meno pericolosa. La presunzione che i legislatori e i sindaci non siano titolari di un potere d’ordine limitato, ma esercitino una funzione morale e civile chiamata a raddrizzare le storture e rafforzare le debolezze dei comportamenti umani, non è solo infondata, ma controproducente. L’idea che l’ordine della convivenza dipenda dall’intervento dalle istituzioni, prima che dalla cooperazione responsabile dei cittadini, spiega la debolezza congenita della cultura politica degli italiani e la loro fascinazione per le figure “forti” e per un’idea del diritto discrezionale, decisionistica e à la carte. Anche perché questo potere non è solo forte, ma è “catturabile” e sensibile alle lusinghe della piazza (e di chi sa muovere la piazza guadando ai propri interessi).

In un Paese in cui tutti chiedono più regole senza sapersi dare una regolata e la litigiosità soffoca i tribunali penali e civili e diventa una causa sostanziale di ingiustizia, occorrerebbe comprendere come anche l’ideologia delle regole nasconda una cattiva coscienza.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Dagli zoccoli ai risciò: malati di ‘divietismo’”

  1. Un terrone incazzato scrive:

    “molto spesso le questioni di decoro nascondono legittime, ma inconfessate ragioni di interesse”.

    Comune di Lavello, provincia di Potenza: la giunta ha vietato qualche mese fa l’attività di estetista a domicilio, non certo per questioni igieniche (le ragazze che operavano in quel settore erano conosciute come molto scrupolose) ma perché toglievano clienti ai negozi.

    Bravo Palma! Di cose come queste ne accadono, non solo d’estate, in ogni comune italiano. Per catalogarle tutte ci vorrebbe qualcuno che lo faccia a tempo pieno, e forse uno solo non basterebbe.

  2. filipporiccio scrive:

    Non sono solo le amministrazioni locali ma anche il nostro governo “liberista”, nuovi obblighi e divieti arrivano ormai a pioggia

    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-07-22/scusi-rumore-casa-080618.shtml?uuid=AYxC769B

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