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Auschwitz, I will survive

– Il video del deportato che balla ad Auschwitz, e nei luoghi della memoria, sulle note della canzone “I will survive” ha già fatto il giro del mondo. L’iniziativa portata avanti da Adolek Kohn e prole non è di quelle che lasciano indifferenti. Moltissime e diversissime le reazioni nella società e nei social network.

Taluni hanno trovato il video “commovente” e affermano che se i loro cari fossero stati ancora in vita avrebbero danzato insieme a Kohn.  Per altri, i cui cari reduci dai campi di sterminio non ci sono più, non hanno gradito: si “poteva ballare da un’altra parte, ad Auschwitz si addice il silenzio”.

Aldilà di tutte le discussioni che questo video ha generato e genererà sarebbe opportuno che chi la Shoah non l’ha vissuta sulla propria pelle si astenga dal dare giudizi di valore sulla scelta fatta da questa persona. Certo si può discutere sul tipo di testimonianza storica e morale che Kohn ha deciso di regalarci, ma a noi, quantomeno a me, non è permesso dire se lo poteva o non lo poteva fare.

Personalmente mi ha commosso il messaggio di Kohn, che dopo aver vissuto per 63 anni con la consapevolezza profonda di cos’è stata la Shoah, ha mostrato al mondo che lui, la sua prole, il suo popolo è “sopravvissuto”. Ci ha fatto vedere che oggi può ballare a “testa alta” laddove non era lecito avere una testa, un pensiero, un’umanità.

Certo possiamo non riconoscerci in questo gesto ma è un nostro preciso dovere riconoscere la più alta dignità storica e morale a questa manifestazione del pensiero. Un’idea nata in sua figlia, ma senz’altro voluta da una persona che attualmente dimostra di avere memoria e capacità di ragionamento. Gli unici giudizi di valore leciti sull’argomento sarebbero quelli di chi come Kohn ha visto il volto del male assoluto.

Se vedessimo i testimoni della Shoah solo come soggetti passivi di un fenomeno storico ridurremmo la portata del loro insegnamento e della loro testimonianza: in un certo senso li disumanizzeremmo. Ogni sopravvissuto al male assoluto è anche portatore di un patrimonio di emozioni, di dolore e di soggettività che non possiamo sottovalutare.

Quando Adorno affermò che la poesia dopo Auschwitz non era possibile, di fatto fece poesia. Quando Primo Levi ci “comandò” la memoria come dovere assoluto con le parole della poesia di “Se questo è un uomo”, lo fece sì attraverso la testimonianza storica e letteraria, ma anche attraverso un imperativo etico.

Allo stesso modo la testimonianza di Kohn, che giunge in un periodo luttuoso per il popolo ebraico (9 del mese di Av), non può esser presa solo nella sua accezione storica ma va intesa anche in chiave etica. Kohn ballando ad Auschwitz non ha ridicolizzato un dolore ma lo ha umanizzato. Kohn ballando ad Auschwitz ci ha detto che ricordare è un dovere assoluto ma che non si deve vivere eternamente nel dolore.

Kohn ballando ad Auschwitz ha dimostrato che la sua anima è sopravvissuta a chi prima di voler uccidere l’ebreo voleva uccidere la singolarità dell’essero umano. Quel gesto gioioso, ma consapevole del proprio passato(altrimenti avrebbe ballato a casa sua), ci testimonia che l’anima di Kohn sopravviverà (“will survive”) ed è sopravvissuta allo sterminio.


Autore: Vito Kahlun

Responsabile delle Politiche Giovanili del Partito Repubblicano Italiano, consultore della comunità ebraica di Roma, opinionista de "La Voce Repubblicana" e vicepresidente della Onlus Ben Yehuda

3 Responses to “Auschwitz, I will survive”

  1. Sergio Raimondo scrive:

    Condivido ogni parola.

  2. Sofia Ventura scrive:

    Personalmente ho trovato questo video commovente, come è stato scritto in un commeto su you tube, un grande FO a chi avrebbe voluto distruggere e far dimentica un intero popolo.
    Condivido le parole di Vito

  3. Vito Kahlun scrive:

    Carissimi Sergio e Sofia,

    grazie davvero per gli apprezzamenti!

    A prestissimo
    Vito

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