– In tre mesi hanno raccolto 1,4 milioni di firme convincendo la gente che l’obiettivo fosse quello di scongiurare la “privatizzazione” dell’acqua. Uno spauracchio contro cui è facile catturare l’attenzione di un bel pezzo di opinione pubblica, alla quale narrare ciò che non è.

Cosa è cambiato nell’universo mondo e nella legislazione italiana per far sì che quattro partitini di sinistra, e con essi un sindacato confederale (la Cgil, tramite il suo dipartimento Funzione Pubblica), si mobilitassero per un referendum per la piena ripubblicizzazione dei servizi idrici? Semplicemente, lo scorso autunno il governo di centrodestra ha approvato una riforma di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, includendo tra questi anche la gestione dei servizi idrici. Nulla di trascendentale, anzi: con il decreto Ronchi il governo ha adempiuto ad obblighi comunitari in materia e lo ha fatto individuando nella gara pubblica la modalità prevalente per l’affidamento dei servizi pubblici locali, confermando tra l’altro la proprietà pubblica della risorsa idrica. Pur tra mille debolezze da correggere (con Rosita Romano se ne parla in questo lavoro dell’IBL), la riforma può essere la leva per ridurre le profonde sacche di inefficienza di cui soffre da molti anni il settore della fornitura di acqua, con intere province – soprattutto al Sud – afflitte da carenza di offerta, problemi di depurazione, enormi sprechi di acqua. La concorrenza e l’ingresso di capitali privati nel settore idrico possono davvero contribuire a migliorare la qualità e nel medio periodo anche a ridurre i prezzi: come sottolinea oggi Alberto Mingardi su Il Sole 24 Ore, il ‘profitto’ per i privati che investissero nel settore sgorgherebbe anzitutto dalla riduzione degli sprechi.

Eppure, prima della conversione in legge del decreto, a sinistra s’inventarono l’allarme della privatizzazione (“vogliono svendere l’acqua alle multinazionali”, disse qualcuno) e con questo inquinarono un dibattito che avrebbe invece potuto condurre, fin da subito, ad un concreto miglioramento della riforma stessa. Ad evitare l’ondata di populismo e di stantia ideologia anti-mercato ci avrebbe potuto pensare Pierluigi Bersani, per la sua storia di liberalizzatore, e invece il segretario optò fin da subito per un colpevole silenzio. E nemmeno ora che le firme sono state consegnate, Bersani batte ciglio. Anche a destra, per la verità, il silenzio pare ora la strategie prevalente, magari per non disturbare troppo la Lega o perché lungo la Penisola sono molti gli amministratori locali del PdL favorevoli al referendum.

Insomma, cosa contestano i referendari? Il principio trasparente di una gara pubblica per l’assegnazione del servizio ad una società di gestione? Preferiscono forse i carrozzoni pubblici e parapubblici, spesso guidati dagli amici dei politici o da politici ‘trombati’ alle elezioni? Leggendo le motivazioni dei promotori del referendum, si palesa la loro avversione addirittura per le tariffe per l’acqua: lorsignori vorrebbero che a finanziare il servizio idrico ci pensasse la fiscalità generale, senza alcun collegamento con il livello di consumo. Ma non è più democratico che ognuno paghi ciò che consuma (e ciò che spreca)?

Con queste domande sulla bocca ed in testa la convinzione che solo attraverso la possibile remunerazione del servizio idrico si troveranno i capitali necessari al miglioramento e all’ammodernamento della rete (secondo Federutility sono almeno 60 i miliardi di euro necessari), ieri Libertiamo ha aderito a Acqualiberitutti, il comitato per il No ai tre quesiti referendari sulla sovietizzazione dell’acqua. Una battaglia di buon senso a cui speriamo in molti – a partire da quattro gatti che leggono questo articolo – vorranno aderire. Ne parleremo ancora.