– Tre attacchi contro il contingente italiano in appena due giorni: Bala Murghab, Herat, Bala Boluk. Queste tre notizie mettono a dura prova la nostra razionalità. Si può pensare, intuitivamente che l’Italia sia stata presa di mira, con particolare accanimento, da una forza irregolare nemica, nell’ambito di una guerra che è praticamente impossibile vincere.

Si tratta, però, di intuizioni sbagliate. Un’analisi razionale dei fatti suggerisce ben altro. Noi, in particolare, non siamo un obiettivo dei Talebani. Non più degli altri contingenti, almeno. E la guerra è tutt’altro che perduta.

Venerdì, a Herat un’autobomba guidata da un attentatore suicida si è fatta esplodere di fronte al perimetro difensivo della base di Camp Arena, sede del comando Isaf occidentale di cui l’Italia è responsabile. L’autobomba si è fatta esplodere al passaggio di una pattuglia della polizia afgana. I tre feriti sono tutti afgani. E tutto fa pensare che fosse proprio quello l’obiettivo del terrorista: colpire un simbolo del nuovo Stato afgano di fronte agli occhi, in questo caso impotenti, dei suoi alleati occidentali.

Quasi contemporaneamente (appena 4 ore dopo) un nostro contingente nella sperduta base di Bala Murghab (provincia di Badghis, non lontano dal confine del Turkmenistan, sulle piste del narcotraffico) mentre scortava una pattuglia di soldati regolari afgani si è scontrato con i Talebani. Tre Alpini sono stati feriti, uno dei quali, un sottoufficiale, è grave. Un nostro elicottero, intervenuto nello scontro, è stato danneggiato seriamente.

Sabato, il terzo scontro: un convoglio di veicoli blindati degli Alpini stava rientrando nella base avanzata di Bala Boluk, quando un’autobomba si è infiltrata fra il secondo e il terzo blindato e si è fatta esplodere. Solo l’attentatore suicida è morto, i nostri soldati non hanno riportato né morti, né feriti: l’esplosione del terrorista talebano è stata appena sufficiente a danneggiare un nostro mezzo. In questo caso si è trattato di un attacco deliberato contro un convoglio Isaf, puntualmente rivendicato dai Talebani. Che però hanno dichiarato il falso, affermando di aver distrutto “almeno due blindati” italiani.

Non si tratta di azioni coordinate fra loro, dunque. E l’obiettivo dei primi due attacchi è principalmente il governo afgano, il suo esercito, la sua polizia. I Talebani mirano dichiaratamente alla riconquista del potere. Il Mullah Omar (che appena tre settimane fa si credeva incarcerato in Pakistan, mentre è libero e comanda i suoi uomini) domenica ha lanciato un proclama di guerra in cui invita i Talebani a massacrare uomini e soprattutto donne che partecipano, in qualsiasi modo, all’edificazione del nuovo Stato afgano. I Talebani  potrebbero conquistare anche in poco tempo il potere, se non ci fosse la missione Isaf  a mettersi di traverso. Ecco dunque che il secondo obiettivo (più difficile da colpire) sono le forze internazionali, prese nel loro complesso, indipendentemente dalla loro nazionalità. Nello stesso fine settimana in cui venivano colpiti i nostri soldati, morivano anche 4 soldati statunitensi e due britannici. La settimana che ha preceduto gli attentati al nostro contingente è stata caratterizzata da attacchi (con vittime) tutti i giorni, contro le forze Isaf.

Sono due i fantasmi che continuano a vagare nelle nostre menti quando riceviamo notizie dall’Afghanistan: quello della “tomba degli imperi” e quello del “pantano” del Vietnam. Il primo è un luogo comune che vuole l’Afghanistan invincibile: se hanno dovuto abbandonare il campo dopo una sconfitta anche gli inglesi nel 1919 e i sovietici nel 1989, che chance abbiamo noi? E’ comunque un paragone che non regge. Gli inglesi abbandonarono sì l’Afghanistan nel 1919, ma dopo esser stati dissanguati da quattro anni di I Guerra Mondiale. I sovietici dovettero combattere contro una guerriglia di mujaheddin finanziati e armati da Pakistan, Cina, Arabia Saudita e Usa. I Talebani attuali si trovano di fronte a potenze occidentali che non sono affatto dissanguate. E in più sono privi di appoggi internazionali consistenti, a parte l’equipaggiamento fornito segretamente dai simpatizzanti in Pakistan, le raccolte fondi e i volontari reclutati negli ambienti jihadisti. Anche il paragone con il Vietnam è più emotivo che razionale. Torna continuamente alla nostra memoria per la durata della guerra. Da quest’anno, il conflitto afgano ha superato quello vietnamita. Tuttavia, dal novembre del 2001 ad oggi, il conflitto afgano ha provocato nelle file della coalizione occidentale appena il 2% delle vittime americane nella guerra del Vietnam. Paragonata al sanguinoso Sud-Est asiatico, la guerra afgana appare più come una pericolosa operazione di polizia che non un conflitto vero e proprio. Il rapporto di forze è decisamente favorevole alle forze Isaf: 140mila uomini di 47 Paesi (senza contare l’esercito regolare afgano) contro una forza stimata fra i 15mila e 30mila Talebani.

Obiettivo dei Talebani non è quello di sconfiggere militarmente le forze della coalizione, traguardo assolutamente al di fuori della loro portata. Bensì quello di fiaccarci i nervi. Facendoci capire che, nonostante tutti i nostri sforzi, loro continuano ad esistere e a colpire, per quanto irrilevanti possano essere i danni che infliggono. Sta a noi, ai nostri nervi, resistere o meno per un periodo di tempo molto prolungato.