– Che il Pdl, così come funziona oggi, contenga in sé i meccanismi per il suo prossimo dissolvimento dovrebbe essere evidente ad ogni osservatore attento. Il motivo è semplice: la perpetuazione delle dinamiche di tipo carismatico all’interno di un partito oltre un certo lasso di tempo impedisce il suo consolidamento e una volta venuta meno la leadership che funge da collante e motore il partito è destinato a scomparire con essa. Ma nemmeno bisogna sottovalutare le conseguenze di un indebolimento di quella leadership. Oggi il consenso per Silvio Berlusconi tra gli elettori è ancora elevato, anche se sarebbe interessante distinguere tra l’effettiva capacità di “fascinazione” e di trascinamento (anche sulla base di un progetto per il futuro) del leader e la più generale situazione politica, caratterizzata dalla mancanza di una credibile alternativa a sinistra.

Ma quando si parla di “partito carismatico” non ci si può limitare a prendere in considerazione il rapporto tra “popolo” e leader, bensì è necessario osservare le dinamiche interne all’organizzazione. E qui vale la pena riprendere le parole di Angelo Panebianco:

“il potere carismatico dà luogo a una organizzazione di rapporti sociali che non conosce ‘regole’, né ‘carriere’ al suo interno, né una chiara e definita divisione del lavoro. Le lealtà dirette da una parte e la delega dell’autorità da parte del capo dall’altra su basi personali e arbitrarie sono gli unici criteri che informano il funzionamento dell’organizzazione”. Ciò produce “l’incertezza e l’instabilità più totali: la scelta del capo e la sua continua dimostrazione di fiducia nei confronti dei subordinati sono gli unici criteri da cui dipende la ‘struttura delle opportunità’ (…) l’effetto principale di questa modalità di organizzazione è una continua competizione fra i sottoposti per acquisire meriti agli occhi del leader, per potere così salire, a detrimento degli altri, nella gerarchia del potere”.

Nel lungo periodo questa continua incertezza diventa troppo costosa per coloro che operano all’interno del partito e sorgono tentativi di creare altre risorse di potere oltre a quella derivante dal favore del leader. Così, oggi nel Pdl si assiste, da un lato allo sforzo di rimettere continuamente in discussione l’assetto di potere interno da parte del leader, con iniziative estemporanee come quella dei Promotori della libertà e attraverso l’azione di fedelissimi che continuano a trarre tutta la loro legittimazione dal consenso del capo (è il caso del ministro Brambilla); dall’altro allo sforzo di personalità e gruppi di consolidare propri spazi all’interno del partito creando network alternativi.

Come ha giustamente osservato Benedetto Della Vedova sull’ultimo Domenicale de Il Secolo d’Italia,

“L’unità tetragona del berlusconismo si sfrangia in una organizzazione che per non diventare correntizia rischia di farsi feudale”.

Ciò che qui si coglie è il fatto che avendo rinunciato a costruire regole interne chiare e trasparenti per la partecipazione, il reclutamento e l’avanzamento delle carriere, nonché spazi per la competizione e il confronto interni, avendo, in altri termini, rinunciato a realizzare quella istituzionalizzazione del carisma che costituisce il requisito indispensabile per la eventuale (e non facile) sopravvivenza di un partito carismatico, si è lasciato spazio ad una disordinata organizzazione in “feudi”. Feudi finalizzati alla sopravvivenza dei loro “signori” e dei vari vassalli, soprattutto nella prospettiva del dopo Berlusconi.

Proprio nel Domenicale de Il Secolo, con gli interventi dei diversi parlamentari di area finiana si è cercato di fornire un contributo di riflessione a questo tema. Purtroppo, a parte le sgangherate e ciniche reazioni del Giornale e di Vittorio Feltri, sembra che tra le diverse anime dei berlusconiani, dai più impavidi e più fedeli ai più tiepidi, ci si ostini a vedere nella dimensione carismatica del partito l’essenza imprescindibile anche nell’oggi e nella prospettiva futura. Invece di utilizzare l’iniziale legittimazione carismatica come un elemento di forza per costruire un partito che sopravviva al proprio leader, si preferisce utilizzare quella legittimazione come strumento e paravento per il proprio potere all’interno del partito.

Chi vorrebbe invertire questa tendenza mira molto semplicemente a costruire un partito ‘vero’, non a replicare la politica delle tessere o delle correnti di potere della Prima Repubblica. Ed è sterile il continuo richiamo ai partiti novecenteschi, ideologici, superati dal meraviglioso partito “leggero” inventato da Berlusconi. Che nella costruzione di Forza Italia vi siano stati elementi di modernità è indubbio, ma sarebbe bene ricordare che il partito di massa sempre evocato come il modello superato da quel partito leggero, ha cominciato a trasformarsi già a partire almeno dagli anni sessanta e proprio in quegli anni Otto Kircheimer aveva coniato il suo tipo di “partito pigliatutto” e all’inizio degli anni Ottanta Panebianco aveva delineato il “partito elettorale-professionale”. In entrambi i casi, e con più forza nel secondo, erano stati individuati fattori di cambiamento quali la de-ideologizzazione, l’ampliamento della base elettorale, il rafforzamento dei vertici a scapito del ruolo dei militanti, l’ingresso di nuovi “professionisti”, l’apparizione di nuove forme e nuovi strumenti di comunicazione, la centralità degli eletti e la marginalizzazione dei funzionari di partito.

E poiché nel partito leggero berlusconiano il ruolo degli iscritti è considerato ininfluente, vale anche la pena ricordare che la letteratura recente ha messo in luce come nei grandi partiti contemporanei tale ruolo sia stato rivalutato in una nuova chiave, legata ai fenomeni di presidenzializzazione e democratizzazione dei partiti e della politica. Dunque, il mito del partito leggero così come ci viene quotidianamente proposto dai berlusconiani ortodossi appare come una mera semplificazione e banalizzazione del problema di come si costruisce un partito e serve soprattutto a tutelare gli attuali equilibri di potere.

Il Pdl avrebbe, dunque, davvero bisogno di una “rifondazione”, a partire da una seria riflessione sulle nuove forme che hanno assunto i partiti nelle grandi democrazie europee. Esso, oggi, non costituisce affatto un modello; è solo un’organizzazione mal funzionante in mano a dirigenti miopi e destinata, se non interverranno presto cambiamenti, ad esplodere.