– Con il primo voto favorevole dell’Assemblea Nazionale la Francia, sulla scia del percorso già iniziato dal Belgio, si avvia a vietare completamente l’uso pubblico del burqa. La decisione francese è oggetto di un acceso dibattito che inevitabilmente travalica i confini dell’esagono, dato che ormai tutti i paesi dell’Europa occidentale si trovano a dover “gestire” una presenza musulmana numericamente sempre più rilevante.

Tra i fautori del divieto del velo integrale c’è in primo luogo chi considera tale indumento uno strumento di oppressione della libertà della donna e di perpetuazione di uno stato di minorità sociale. Si ritiene, infatti, che il più delle volte la donna porti il burqa non per una libera scelta, ma perché costretta o comunque pesantemente condizionata dalla propria famiglia e dalla propria comunità.
Questa argomentazione è senz’altro importante per chi abbia a cuore i diritti umani, ma con essa si scontra talora l’affermazione da parte delle stesse donne che indossano il velo che la loro è una scelta libera e consapevole.

A questo proposito, in effetti, alcuni liberali e libertari ritengono che laddove non ci sia prova che un certo atto avviene sotto costrizione fisica, esso deve essere ritenuto in quanto tale lecito. Per costoro il fatto che sia determinato in parte più o meno ampia da influenze culturali ed ambientali non è considerato politicamente rilevante, in quanto nessuna azione umana prescinde in alcun caso dal contesto circostante e dalle aspettative sociali che gravano su ciascuno.

Chi sostiene questa posizione, tra l’altro, intravede un intrinseco pericolo nel fatto che si voglia usare la forza della legge per plasmare dinamiche culturali ad una visione costruttivista e a priori e ritiene che imporre modelli di genere occidentali a uomini e donne che condividono altri sistemi valoriali rappresenti comunque un atto aggressivo, che può in prospettiva anche accrescere il livello di conflittualità interetnica.

Se questi fossero effettivamente i termini della questione il dibattito sembrerebbe tra “laicisti” che ritengono che una minima dose di coercizione sia indispensabile per il bene dell’emancipazione femminile e sostenitori del laissez-faire che ritengono sbagliato che sia lo Stato a stabilire come una persona si deve vestire.
Non è un caso forse che in prima linea per la proibizione come velo integrale e precedentemente anche dello chador a scuola ci sia il paese della laïcité e dell’esprit républicain.

In realtà la questione è più articolata, in quanto a favore della proibizione del burqa, non vi sono solamente ragioni femministe e laiche, ma anche considerazioni importanti di altra natura.
Del resto anche da un punto di vista più coerentemente libertarian l’idea che ciascuno si possa vestire come vuole non appare particolarmente robusta, se non altro perché un abbigliamento che nasconde l’identità di una persona pone significativi problemi di sicurezza che in nessun caso possono essere ignorati per il solo fatto che esso è motivato da considerazioni di carattere religioso.

Nei fatti per chi guardi il problema da una prospettiva liberale, la libertà di abbigliamento è assoluta solo quando si è a casa propria, ma altrove si deve vestire in accordo a regole che sono in funzione del posto in cui ci si trova.
In effetti nei luoghi aperti al pubblico, ma privati, è in generale considerato diritto del “proprietario” imporre eventuali norme sull’abbigliamento. Queste norme possono essere molto diverse.

In una Chiesa un uomo dovrà stare a capo nudo, in una Sinagoga dovrà portare la kippah ed in una Moschea stare a piedi scalzi. In banca sarà vietato indossare il passamontagna, anche quando fa molto freddo. In un campo da golf saranno vietati i jeans. In una sauna si può andare nudi. Nei campi nudisti è persino obbligatorio.
Molte aziende obbligano poi i loro dipendenti a vestire in giacca e cravatta oppure ad indossare una divisa quando si trovano sul posto di lavoro.
Tutte queste regole di abbigliamento vengono incontro all’esigenza di accrescere la sicurezza, aumentare il livello di decoro, favorire una convivenza ordinata ed evitare di turbare, mettere in imbarazzo od offendere i fruitori degli spazi.
Sono in genere obblighi ben tollerati anche perché nei contesti privati naturalmente tendono a concentrasi comunità culturalmente omogenee. Chi va in Sinagoga non vedrà niente di strano nel portare il classico copricapo ebraico e parimenti chi frequenta gli ambienti del naturismo non avrà difficoltà alcuna a mostrarsi senza veli di fronte agli altri.

Insomma in ambienti privati non ci sono dubbi. Essere soggetti ad un dress code è tutt’altro che illiberale ed anzi l’atto aggressivo sarebbe proprio quello di infrangerlo, presentandosi a torso nudo in Chiesa, in slip in ufficio o in completo business in una spiaggia naturista.
Il problema nasce, come sempre, quando si parla di suolo pubblico. Non avendo esso un proprietario in senso classico, si potrebbe ritenere che nessuna regolamentazione sull’abbigliamento sia legittimamente applicabile, se non venendo meno a principi generali di neutralità e di equità.
Tra l’altro il fatto che le strade siano di proprietà pubblica e quindi aperte a tutti indiscriminatamente, fa sì che esse diventino un punto di contatto forzato per persone che invece possono essere anche molto diverse come sensibilità culturale e come riferimenti valoriali.
L’esito di rinunciare a qualsiasi regola sull’abbigliamento è pertanto che chiunque debba accettare sempre e comunque qualsiasi vestito (o qualsiasi nudità) anche quando se ne sente personalmente offeso.
In questo senso nelle nostre strade si dovrebbero accettare come parimenti legittimi il burqa ed il niqab, i cappucci del Ku-Klux-Klan, il nudo integrale o una T-Shirt con scritte antisemite.
Non serve essere particolarmente bigotti o politicamente corretti per ritenere che passeggiare in città con questo variopinta fauna sarebbe particolarmente sgradevole.

Già oggi girare per strada in tenuta adamitica è vietato, così come lo è ostentare simboli nazisti. Sono due norme tutto sommato ragionevoli, in quanto rispondenti alla sensibilità della maggior parte delle persone.
Sono la prova che già oggi le leggi entrano nel merito dell’abbigliamento e quindi un eventuale divieto del velo integrale non sarebbe qualcosa di qualitativamente innovativo.

Certo vietare il nudo integrale, i simboli nazisti o il burqa sono scelte “non-neutre” sul piano culturale. Ma nessuna decisione pubblica è culturalmente neutra. Non lo sarebbero, nei fatti, neppure le dinamiche di relativismo e di convivenza forzata che scaturirebbero da un liberalizzazione totale dell’abbigliamento sul suolo pubblico.

Ma qual’è allora la migliore scelta collettiva, tra le tante possibili? Forse quella che si allontana meno dagli esiti che si determinerebbero se la stessa scelta fosse compiuta privatamente.
Immaginiamo per un istante che una città avesse un governo privato, interessato come tale a massimizzare la soddisfazione degli abitanti-clienti. Probabilmente questo governo metterebbe meno regole possibili all’abbigliamento, perché non avrebbe interesse a scontentare gli amanti delle bandane, delle minigonne o delle polo Lacoste.
Le uniche tenute che vieterebbe sarebbero quelle poche che generassero davvero nei più repulsione o senso di insicurezza (il nudo integrale ed il burqa sarebbero probabilmente tra questi). In questi casi, per una questione di “mercato”, privilegerebbe il sentimento di molti rispetto alla bizzarria (o all’ideologia) di pochi.

Va detto che essendo i canoni di abbigliamento profondamente legati alla specifica cultura, la scelta pubblica meno invasiva è tipicamente quella presa al livello di potere più basso possibile, in quanto è la più vicina all’effettiva sensibilità delle persone coinvolte. Al tempo stesso più è omogenea culturalmente una certa comunità, minore è il rischio che l’esito di una decisione pubblica sia “fuori linea” rispetto alle aspettative di chi vive in una certa area. Si pensi ad esempio alla diversa sensibilità rispetto al topless femminile che c’è nello stesso occidente e spesso anche tra diverse aree dello stesso paese.

E’ comprensibile e corretto, di conseguenza, che spesso su tematiche di abbigliamento entrino in gioco gli stessi sindaci, magari per vietare di passeggiare in costume sui lungomare o per prendere di mira l’abbigliamento provocante delle prostitute.

In definitiva sul divieto del burqa non emerge alcun vero conflitto tra sensatezza e liberalismo. Al contrario gli esiti sociali del mercato non potrebbero non riflettere l’alto livello di ostilità che la stragrande maggioranza degli occidentali hanno verso un capo di abbigliamento che da un lato occulta inaccettabilmente l’identità, dall’altro è così culturalmente “carico”, così fortemente rappresentativo di un modello valoriale alieno.

E’ semmai lo statalismo multiculturale, non il libero giudizio individuale in un quadro liberale, che ci impone e ci imporrà di considerare il velo integrale solo un abbigliamento tra i tanti.