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La politica alla prova della realtà economica

– Il grafico qui sotto, realizzato dal think tank no-profit statunitense Economic Policy Institute (dichiaratamente vocato a rappresentare nella politica economica gli interessi dei lavoratori a reddito medio e basso), rappresenta il tema con cui la politica, negli Stati Uniti ed in Occidente, dovrà misurarsi oggi e nei prossimi anni.

In esso si vede che la crisi ha causato una perdita di occupazione che può tranquillamente essere definita epocale, mentre l’aggregato degli utili aziendali ha goduto di una vera e propria ripresa a forma di V, superando il livello immediatamente precedente la crisi.

Occorre premettere che, metodologicamente, il dato degli utili aziendali aggregati è piuttosto grezzo: in primo luogo, è una grandezza nominale; poi assomma banche ed imprese manifatturiere, piccole imprese locali e grandi multinazionali. Realtà eterogenee la cui performance in termini di profittabilità è fortemente differenziata, nella realtà americana e non solo. Ma anche con questi caveat, la questione politica resta intatta: le imprese stanno mediamente assai meglio dei lavoratori. Questo era tuttavia vero anche prima della crisi, osservando la tendenza della distribuzione della torta del valore aggiunto tra capitale e lavoro, cioè tra utili e stipendi/salari.

Prima della crisi, in un contesto di pressoché piena occupazione, il problema è rimasto sottotraccia. Oggi, su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo una situazione completamente diversa: un sistema economico che pare non essere in grado di produrre occupazione in modo sostenuto, neppure nel momento di “presunta” uscita dalla crisi, come dovrebbe essere l’attuale. Ma non vi è più solo il dualismo tra capitale e lavoro: le grandi banche e le istituzioni finanziarie globali escono dalla crisi (di cui peraltro sono state il catalizzatore) con un accresciuto potere di mercato e di generazione di utili; accanto ad esse, è ripresa la crescita dei grandi corporate globalizzati, soprattutto quelli attivi sui mercati emergenti e nella produzione di beni capitali e materie prime. Abbiamo, per contro, un ampio strato di piccole e medie imprese che stanno soffrendo per il combinato disposto dell’irrisolto problema del razionamento del credito e per la concorrenza delle omologhe imprese dei paesi emergenti.

Non è inoltre pensabile che i sistemi di welfare possano compensare indefinitamente il mancato riassorbimento del “buco” di occupazione creato dalla crisi. Negli Stati Uniti, il sondaggio JOLTS (Job Openings and Labour Turnover Survey) evidenzia che, mentre il tasso di “separazioni” tra imprese e lavoratori (frutto di licenziamenti e dimissioni) si è ormai stabilizzato, le “aperture” di posti di lavoro (cioè la domanda di lavoro da parte delle imprese) restano in numero storicamente depresso e del tutto incompatibile con quella che viene considerata una fase di ripresa. Vi è motivo per ritenere che problemi analoghi siano presenti anche in altri paesi occidentali, non solo negli Stati Uniti.

Il mancato riassorbimento della disoccupazione non sembra quindi decisivamente imputabile alla presenza di sussidi di disoccupazione protratti nel tempo, perché oggi domanda e offerta di lavoro appaiono in equilibrio su livelli di occupazione di molto inferiori rispetto ai precedenti cicli economici. Conferma a questa tesi giunge da un paper dello scorso aprile della Federal Reserve di San Francisco. Un numero crescente di lavoratori, negli Stati Uniti, stanno vivendo l’incubo della disoccupazione di lungo periodo e della distruzione del proprio capitale umano. Qualcosa che noi italiani conosciamo bene, ma che sembrava impensabile in un’economia come quella americana, incomparabilmente più flessibile della nostra.

In questo quadro di marcate “anomalie” storiche, anche gli orientamenti dell’elettorato sono destinati a mutare. La scomparsa del welfare o il suo forte ridimensionamento a pressione fiscale invariata o crescente, (a causa dalla crisi fiscale dello stato occidentale), rischia di minare dalle fondamenta il contratto sociale formatosi nel Novecento. Mentre l’invariabile prosperità di banche ed imprese globali rischia di innescare movimenti di opinione populistici, ove non propriamente anti-capitalistici. In alcune realtà, come quella italiana, in cui la corporativizzazione dei rapporti economici tocca da sempre livelli patologici, frenando crescita e produzione di risorse fiscali, questo processo anti-politico e anti-sistema potrebbe affiorare prima che altrove. Con una classe politica (e più in generale, una classe dirigente) così oligarchizzata ed incapace di comprendere ciò che accade fuori dal proprio ristrettissimo orizzonte, ci sono motivi di acuta inquietudine.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

5 Responses to “La politica alla prova della realtà economica”

  1. william longhi scrive:

    al di là dei motivi di inquietudine, l’articolo così pieno di spunti lascia l’amaro in bocca per un motivo: non fornisce risposte, anche vaghe. che fare di fronte alla sperequazione determinata dalla ripresa micidiale dei profitti nei settori finanziari e delle grandi imprese, contro un andamento deprimente dell’occupazione e arrancante della piccola impresa? tutti abbiamo timore del populismo, ma che fare per evitarlo? lasciare che le cose si aggiustino da sé col tempo, in modo che anche le briciole raggiungano i questuanti sotto il tavolo? o forse anche i liberali dovrebbero cominciare a ragionare di aumento della pressione fiscale sulle rendite per incentivare un utilizzo diverso delle risorse? la finanziarizzazione dell’economia e dei profitti è solo un mito sinistrorso?

  2. Mario Seminerio scrive:

    Non ho fornito risposte perché non ne ho. Obiettivo è quello di stimolare riflessioni che riescano a uscire dagli abituali steccati e stereotipi ideologici. A giudicare dalle domande che lei pone nel commento (e che sono identiche a quelle che mi pongo) posso dire che ci sono riuscito.

  3. pippo scrive:

    Una cosa è certa. Tassare le rendite finanziarie non farà certo diminuire la prosperità di banche e aziende. Tassare le rendite finanziare può servire soltanto ad aumentare la pressione fiscale sul risparmio delle persone. E magari a rendere contenti quegli esaltati della sinistra che così facendo credono di “redistribuire” quando invece non fanno altro che aumentare il solco fra il cittadino comune e i reali detentori di patrimoni. In questo senso la tassazione delle rendite è un favore che si fa a quel capitalismo elitario alla De Benedetti che prospera grazie ai privilegi, alle clientele e alla “pace sociale” offerta da politiche apparentemente di sinistra. Io invece penso che la demolizione del contratto sociale del novecento sia auspicabile e un’opportunità per rimodellare la società in termini più liberali e liberisti. Può essere la crisi del modello di stato socialista e interventista un modo per giustificare ancora più socialismo e ancora più tasse? Non credo proprio.

  4. E’ sempre stimolante e piacevole leggere quanto scrive l’Autore.
    Credo che il nostro sia un periodo di passaggio, un vero e proprio “evo di mezzo”, uno spartiacque entropico fra un mondo connotato da soluzioni nazionali ai problemi della crescita, della stabilità e della socialità ad un mondo in cui l’irrompere sulla scena di entità completamente disancorate dalla logica della politica e delle politiche nazionali fa strage di ogni possibile ricetta inspirata a concettualità ed esperienze del passato.
    In questo senso è puntualissimo parlare di fine del contratto sociale proprio del nostro immediato passato e di fine degli equilibri fra finanza interna ai singoli stati e sistema di welfare.
    Gli equilibri geostrategici saranno ancora una volta multipolari, con Stati Uniti, Unione Europea e Cina a rappresentare i poli principali e Russia che, anche massimizzando la relativa rendita di posizione strategica rappresentata dalla detenzione e vendita di materie prime, specie energetiche, non ha più un retroterra imperiale e non lo avrà mai più. Sarà costretta a scegliere fra UE e Cina. Né è pensabile che assurgano al rango di poli India, Brasile, Giappone…
    In questo contesto il giuoco delle “multinazionali”, a partire dalle banche, sarà ancora più disancorato dalla logica e dalle esigenze di equilibrio interno dei singoli stati e stati-nazione.
    La risposta potrebbe venire da un sano, solido bagno prima di verità e poi di esatta comprensione che porti ad una governance globale del sistema economico – smettendola, ad esempio, con la sala giuochi e scommesse nel quale la maledetta mania anglosassone di ipotecare il futuro lo ha ridotto – poiché se è vero che in ballo v’é la sacrosanta libertà di intraprendere e fare attività, altrettanto vero è che ciò non può andare nella direzione dello trattamento egotico delle materia economica, disancorato dalle logiche e dagli equilibri sociali.
    Altrettanto vero è che bisogna smetterla di “comprar voti in cambio di favori sociali” a questa od a quella lobby, a questa od a quella conventicola di interessi politici, amministrativi, sociali, economici il che si traduce in sperperi puntuali e di microsistema non più tollerabili da un sistema globale e globalizzato e sottrazione di imponenti risorse sia agli equilibri di welfare che alle meccaniche di crescita e sviluppo.
    In particolare ciò è tanto più vero in un sistema come quello italiano da sempre connotato da irrazionalità derivanti proprio dalle “mediazioni” continue e sistemiche che hanno connotato la vicenda dello stato unitario fin dal suo sciagurato impianto di base e che le vicende della “guerra fredda” e del suo dopo hanno portato a livelli di paranoia istituzionalizzata.
    Ottomilacento comuni, in massima parte amministranti poche centinaia di persone, cento e passa province, che si occupano di caccia e pesca, viabilità locale e scuole medie, venti regioni, alcune delle quali più piccole di un quartiere della Capitale, miriadi di organizzazioni di rappresentanza del territorio tipo consorzi e comunità, competenze sovrapposte e duplicate della PA allargata e chi più ne ha ne metta, situazioni organizzative e contrattuali di impiego di estese parti della dipendenza pubblica formatesi solo per pressione lobbistica e non per reale esigenza organizzativa e controvalore della prestazione, organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, sempre e solo più attente al proprio “particulare”, dipingono un quadro a tinte talmente fosche che nessun restauratore,ferma la struttura, ha ricette per schiarirlo.
    Prova provata ne è la recentissima affermazione di un Berlusconi dimentico di sé stesso che “rassicura” i bravi studenti universitari dell’ E-Campus sulla assoluta intoccabilità del valore legale del titolo di studio.
    Se non si procederà ad una sostituzione radicale della struttura pubblica e della rappresentanza politica – e quanto il mezzo elettronico potrebbe essere di ciò la chiave di volta – se non si procederà non ad una revisione costituzionale ma alla adozione di una costituzione nuova e diversa che sia l’interprete di un nuovo e diverso contratto sociale basato su organizzazioni razionali e finalizzazione razionale sia del prelievo che della allocazione la ex quinta potenza industriale del mondo non avrà certo futuro.
    L’edera, purtroppo( e non mi riferisco al partito repubblicano) non ha nessun riguardo per l’albero che dissecca avvinta al suo tronco.
    In giro non si vedono giardinieri potatori.

  5. Simone Berti scrive:

    Complimenti De Cesaris, ottimo spunto. Nel leggere molti report sulla inadeguatezza del sistema sociale ed economico italiano per il mondo globalizzato mi sono fatto una opinione: nel nostro Paese prevalgono le relazioni personali alla efficienza delle relazioni del mercato. Le relazioni personali, in un contesto local, presentano anche elementi di efficienza (chi di noi vive come piccola partita iva in un distretto industriale ne sa qualcosa) ma quando le nostre piccole conoscenze ed “amicizie” si affacciano in contesti internazionali diventiamo inadeguati.

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