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Quant’è brutta e sinistra la stampa ‘impura’!

– Spesso, nel centrodestra, della stampa si fa un fascio d’erba comune, e di tutti i singoli punti di vista delle varie testate, nella loro diversa impostazione politica, si trae una sintesi di questo tipo: “la stampa è tutta di sinistra e rema contro”. Ma …definire il Corriere della Sera una testata di sinistra sembrerebbe una affermazione quantomeno amena, e poi : Panorama e Il Giornale (e una lunga serie di altri quotidiani e periodici) non sono certo  fieri oppositori del governo.

Anche un “innocuo” settimanale di programmi televisivi, inoltre, può avere, se ben gestito, un impatto ideologico e politico equivalente a quello di un giornale che si occupa direttamente di politica. La politica non si fa solo con le denotazioni (un articolo de La Repubblica, ad esempio), ma anche con le metaforizzazioni ideologiche: TV Sorrisi e Canzoni, ad esempio, “organizza” l’immaginario sociale, culturale ed ideologico di un cittadino elettore alla stregua di un quotidiano “politico”, ma lo fa per metafore ideologiche. In poche parole organizza una serie di valori che poi si tradurranno nell’appartenenza ad una certa area politica. La politica si fa gestendo valori nei quali gli elettori si identificheranno, per autorappresentarsi.

Poi, ci troviamo spesso davanti a quest’altra  sintesi: “i media sono tutti in mano alla sinistra”. Anche questa affermazione lascia  perplessi. Come fanno i media ad essere in mano alla sinistra se quasi tutti i direttori delle testate giornalistiche televisive sono legati al centrodestra? In questi ultimi giorni il disegno di legge sulle intercettazioni ha creato un ulteriore fronte di discussione e Berlusconi ha attaccato ad alzo zero

una stampa che disinforma, che non solo distorce la realtà, ma calpesta in modo sistematico il sacrosanto diritto dei cittadini alla privacy, invocando per sé la ‘libertà di stampa’ come se si trattasse di un diritto assoluto. Ma in democrazia non esistono diritti assoluti, perché ciascun diritto incontra sempre un limite negli altri diritti prioritariamente ed egualmente meritevoli di tutela.

Affermare che, in nome della democrazia, la libertà di stampa non sia un diritto assoluto è una affermazione drammatica, visto che sono millenni che il diritto alla libera espressione, “qualsiasi” essa sia e purchè  sia espressione “di tutti e non di uno”, è codificato come “il” valore costitutivo della democrazia.

A questo punto le cose si complicano. L’affermazione “la stampa e i media non rappresentano la collettività, ma solo la sinistra”, abbiamo visto, facilmente, che non è vera. Ma allora quale giustificazione di principio si può dare all’affermazione di Berlusconi e ad un timore per le insidie dei media di opposizione così forte da sovrarappresentarne il peso? Dopo qualche giorno di attesa la soluzione al problema concettuale l’ha fornita il ministro Brunetta. Durante il programma “In Onda” su La7 (ottimamente condotto da Luisella Costamagna con l’ausilio di Luca Telese), Brunetta ha detto che il problema della stampa e dei media italiani è quello che, per lo più, le varie testate contrarie al governo sono di proprietà di editori “impuri”.

La questione dell’editore “puro” e “impuro” è una vecchia questione della storia dei media. Si intende  “puro” l’editore che ha interessi solo nel campo dell’editoria e della comunicazione e “impuro” l’editore che ha interessi anche o soprattutto in altri campi. La Telecom, ad esempio, proprietaria de La7, è un editore impuro, come lo è De Benedetti. Il principio – implicito nella distinzione di valore –è che un editore “puro” non si impegna in strumentalizzazioni politiche, mentre l’editore “impuro” lo fa per perseguire i suoi  interessi economici globali.

Questa è una vecchia e, per certi versi, bolsa teoria. Murdoch è un editore puro, ha un impero editoriale immenso, è proprietario, ad esempio, dello sterminato gruppo Fox, della Harper Collins Publishers e di un incredibile numero di quotidiani in tutto il mondo (tra i quali il Daily Telegraph, The Sun, The Times, il New York Post) eppure, di paese in paese ed a seconda dei suoi interessi economici, la politica la fa eccome, e con durezza. Quando Rizzoli comprò il Corriere della Sera, ed era un editore puro, aveva ben chiare in mente le sue strategie politiche, e prima di lui dalla postazione di Via Solferino anche la famiglia Crespi aveva fatto politica.

El País, il più importante giornale spagnolo, è di proprietà di uno dei più importanti editori puri del mondo (la Prisa, di proprietà della famiglia Polanco) eppure l’ambasciatore italiano in Spagna, Pasquale Terraciano circa un anno fa ha scritto per protestare al direttore del quotidiano: “Giorno dopo giorno, cresce in me la sensazione che El País stia portando avanti, non so fino a che punto consapevolmente, una campagna di demolizione sistematica dell’immagine dell’Italia”. Anche il “puro” El País rema contro. E allora? E allora quella di una stampa italiana impietosa contro il governo perché fatta da editori impuri è una bufala.

Ma se la stampa non è di sinistra, e se la questione della purezza dell’editore c’entra poco con la simpatia o antipatia nei confronti del governo, allora qual è il vizio della stampa italiana? E’ la sua scarsa qualità! Lo ha spiegato Berlusconi pochi giorni fa con queste parole:

Sulla stampa italiana è meglio stendere un velo, i numeri delle vendite danno la sentenza. Nel 1953 si vendevano meno di 5 milioni di copie di quotidiani al giorno, 57 anni dopo sono le stesse di allora: siamo il paese in cui si vendono meno giornali. Da noi si vendono 86 quotidiani ogni mille abitanti, in Europa 250, in Svezia 500, nel sud Italia 56, le stesse che si vendono a Tunisi.

La stampa italiana, quindi, visto che vende poco, vuol dire che non ha qualità né credibilità.
La prima cosa, singolare, che notiamo è che nei giorni della legge sulle intercettazione Berlusconi cita il 1953, l’anno della cosiddetta Legge truffa. La seconda è questa. Dal report quadrimestrale della Nielsen Media Research si evince che nei  primi quattro mesi del 2010  gli investimenti pubblicitari nei media hanno toccato i 2.933.640.000 euro. Di questi  1.633.480.000 sono stati investiti nel mercato televisivo mentre  457.965.000  sono stati investiti nella stampa quotidiana a pagamento.

L’Italia è un paese dove si leggono pochi giornali, vero. Ma L’Italia è il paese dove, in percentuale e relativamente al sistema economico del paese, si realizzano gli investimenti pubblicitari televisivi più alti al mondo. In Italia si leggono pochi giornali non per la loro scarsa qualità, ma perché l’editoria è stata, sia economicamente sia ideologicamente,  schiantata dalla televisione. In primis dalla televisione commerciale.

Sentire l’editore (televisivo e non solo) Berlusconi che rimpiange la forza di penetrazione e la qualità della stampa nell’Italia semianalfabeta di un tempo, e dà ad essa la colpa di non essere riuscita a crescere, è come ascoltare le lagnanze di un marito che rimpiange la moglie …  subito dopo averla accoppata … e poi la rivorrebbe …innamoratissima.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Quant’è brutta e sinistra la stampa ‘impura’!”

  1. Alcune riflessioni sull’interessante articolo:

    Riflessione n. 1

    L’autore scrive: La politica si fa gestendo valori nei quali gli elettori si identificheranno, per autorappresentarsi..
    Volendo essere precisi in politica ad essere gestiti non sono i valori ma solo la loro propaganda che a seconda di quanto si ritrovano (o si creano ex novo sul medio-lungo periodo) nell’immaginario collettivo permettono di raggiungere o meno determinati consensi nelle urne

    Riflessione n. 2

    come ho già scritto in una mia nota precedente: “La libertà di stampa non è un diritto ASSOLUTO perché in una democrazia i diritti non possono MAI essere assoluti poiche in caso contrario significherebbe vivere sotto una dittatura.

    Per definizione giuridica, infatti, un DIRITTO indica una pretesa ossia il potere di esigere che un altro soggetto si attivi affinché il proprio interesse possa essere pienamente soddisfatto.
    Viceversa la LIBERTA’ indica in genere una posizione che impone alle altre persone facenti parte della stessa società di non interferire nelle proprie scelte soggettive.
    Quella “DI STAMPA” non è un diritto ma una libertà che in quanto tale non può violare il diritto degli altri (privacy, onorabilità, decoro) in nome di diritti propri presunti ancor prima che ipoteticamente assoluti.

    Spesso purtroppo si confonde il diritto di cronaca con la libertà di stampa. Il primo nasce da una LIBERTA’ molto importante, compresa tra quelle fondamentali nell’ordinamento giuridico di ogni nazione democratica, che è quella della manifestazione del pensiero.

    Il cronista in pratica ha il DIRITTO di riferire e diffondere le notizie oltre che di interpretarle e commentarle ma tale diritto di cronaca presenta, appunto, limiti interni e limiti esterni che non possono essere travalicati. I primi (interni) fanno riferimento alla verità obiettiva dei fatti riferiti e alla forma utilizzata per la narrazione degli stessi che non deve concretarsi in un linguaggio offensivo. I secondi (esterni) sono invece finalizzati alla tutela di altri interessi rilevanti (segreto in atti di ufficio, fasi processuali, segreto di Stato).

    A dimostrazione di tutto ciò vi è una particolare forma di tutela di cui gode il singolo per difendersi da un uso scorretto del diritto di cronaca che è il diritto di rettifica che consente alla persona coinvolta dalla diffusione di notizie false o inesatte di chiederne la correzione o la precisazione (art. 42, L. 416/81).

    A questo punto credo sia chiaro che non vi sia stato alcun prodromo di un’eventuale nuova rivoluzione fascista come accadde nel periodo 1919-1922, nonostante sia presente e viva l’inettitudine delle parti politiche antagoniste oggi come allora, ma un abilissima manovra da parte di chi ha fatto della comunicazione di massa lo strumento principe dell’arte della vendita, avendo capito che fomentare le divisioni aizzando gli animi faccia aumentare l’interesse all’acquisto del prodotto. Quello che non si è ancora capito però è che il prodotto non serve a chi compra ma solo a chi vende.”

    Riflessione n. 3

    infine sul titolo dell’editoriale “Quant’è brutta e sinistra la stampa “impura” mi sia consentita una riflessione-domanda: visto che l’editoriale di Francesco Linguiti mette in evidenza l’uso improprio di vocaboli e associazioni di idee da parte di alcuni politici del centrodestra non sarebbe stato, come dire, più opportuno evitare l’uso del vocabolo “sinistra” per definire qualcosa di infausto e per giunta congiungerlo ad altro vocabolo negativo: “brutta” ?

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