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Cuba: scarcerati alcuni prigionieri politici, Fariñas interrompe lo sciopero della fame

 – Da quando scrivevamo di Guillermo Fariñas in sciopero della fame e di Cuba come una triste “fabbrica degli eroi“, qualcosa è cambiato, e sembrerebbe in meglio.

E’ di pochi giorni fa, infatti, la notizia che il governo cubano ha deciso di liberare circa un terzo dei prigionieri politici detenuti nelle carceri dell’isola, 52 persone in tutto, e di alleviare le condizioni di detenzione di alcuni di coloro che restano in carcere, spesso malati e debilitati. La Spagna, gli Stati Uniti ed alcune capitali europee si sono offerti di ospitare questi prigionieri di coscienza, scarcerati a patto che emigrino e portino la loro dissidenza lontano da Cuba.

La situazione, che si era inasprita fino ad un punto di possibile non ritorno, si è sbloccata soprattutto grazie alla mediazione congiunta del ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos e del cardinale cubano Jaime Ortega, che hanno conferito più volte con Raul Castro, riuscendo infine nell’intento di ottenere le 52 scarcerazioni, sia pur non tutte immediate, e comunque subordinate all’esilio di fatto per gli scarcerati.

Dalle notizie che arrivano e che si leggono sul web, tutto pare tenersi in equilibrio grazie a delicati compromessi: il regime castrista ha ascoltato Moratinos sulla questione dei prigionieri di coscienza, ma il ministro spagnolo (in cambio?) ha evitato di accennarvi durante la conferenza stampa ufficiale con il suo omologo cubano, in cui invece ha posto l’accento sull’opportunità di una più stretta collaborazione tra i due Paesi e sulle critiche alla politica europea comune nei confronti di Cuba, che prevede una clausola di rispetto dei diritti umani un po’ scomoda per il regime castrista.

Un colpo al cerchio ed uno alla botte, insomma. Se è vero che l’entità del colpo al cerchio è stata tale per cui Fariñas, dopo essersi sincerato che le scarcerazioni stessero iniziando, ha ritenuto di poter finalmente interrompere il suo sciopero della fame che durava da 135 giorni, bisognerà però capire quale sarà l’intensità del colpo alla botte, o, in altre parole, dell’eventuale rappresaglia del regime cubano contro i dissidenti che rimarranno in patria.

Al momento i “Super Castro Bros.” appaiono decisamente indeboliti da questo che, nonostante la stampa cubana abbia tentato di minimizzare, non può essere chiamato se non “cedimento”. E’ significativo, e dice molto della necessità di distogliere l’attenzione dalla liberazione dei prigionieri di coscienza, il fatto che, dopo ben quattro anni che non appariva in pubblico, Fidel Castro ha deciso di farsi vedere di nuovo, paternalista come non mai, proprio nel giorno in cui il fratello affrontava i colloqui con Moratinos e Ortega.

Liberare, dietro pressione di un governo straniero e della Chiesa Cattolica (oltre che di associazioni come Amnesty International, che negli ultimi mesi si sono fatte sempre più insistenti nel voler visitare le carceri di Cuba), 52 detenuti politici significa riconoscere implicitamente, de facto, quello che il regime cubano non ha mai voluto ammettere, cioè che molti “ospiti” delle sue carceri siano stati privati della libertà a causa del loro essere dissidenti, e non  “criminali comuni” o “spie degli USA” come la vulgata della stampa filocastrista impone di definirli.

Stando così le cose, chi resta a Cuba, sebbene contento per le 52 persone liberate, non può fare a meno di chiedersi se sia giusto che escano di galera soltanto per andare in esilio, o, più in generale, come evolverà la situazione.
Il pericolo è che il governo cubano ritenga di essersi pulito in questo modo la coscienza di fronte al mondo, che la diplomazia internazionale si accontenti del risultato ottenuto e smetta di fare pressioni per il rispetto dei diritti umani nell’isola, che nella memoria collettiva restino soltanto le liberazioni e non anche i maltrattamenti che subisce chi in carcere ci resta, il rovesciamento completo del significato delle parole, i disagi quotidiani di un popolo a cui il regime vorrebbe vietare ogni esercizio del libero pensiero.

Queste scarcerazioni potrebbero portare tanto allo scardinamento definitivo dell’esistente quanto ad un suo nuovo consolidamento, e, se non è facile per i cubani, figuriamoci quant’è difficile per noi avanzare previsioni sulla direzione che prenderà di qui a qualche tempo la situazione politica e sociale di Cuba. L’unico modo per capirlo è continuare a seguire, di giorno in giorno, quel che succede in quell’isola lontanissima, un’isola in cui ogni giorno migliaia di persone si confrontano direttamente non con lo spettro, ma con la realtà quanto mai ingombrante del totalitarismo.

Chi non riesce, non è mai riuscito e presumibilmente mai riuscirà a giustificare il totalitarismo o lo Stato etico, preferendo credere nella responsabilità individuale e nelle potenzialità del libero pensiero, non può fare a meno di sentirsi in qualche modo “legato” a Cuba, alla vita che vi si conduce, alla capacità dei dissidenti cubani di credere nella causa della libertà e di portarla avanti di fronte agli occhi del mondo, occhi che troppo spesso preferiscono abbassarsi, distogliersi, guardare da un’altra parte. Magari lì dove le (vere o presunte) malefatte sono compiute dagli israeliani o dagli americani, che, a differenza del dittatore comunista cubano, si possono accusare senza paura di tradire l’ideale sessantottino, senza poi dover togliere il poster di Che Guevara dalla propria vera o metaforica cameretta.

Quando tutti coloro che sbandierano il proprio “impegno politico” capiranno che è arrivata da un pezzo l’ora di cambiare eroi, beh, forse allora il mondo diventerà un posto migliore in cui vivere. Per i cubani e anche per noi.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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