Punire le imprese che commettono reati senza distruggerle, la proposta di legge Della Vedova

– La vicenda giudiziaria che nel febbraio scorso ha coinvolto Fastweb e Telecom Italia ha riacceso i riflettori su una delle questioni più dibattute e spinose per la dottrina e la giurisprudenza italiane, quella della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.

La materia è stata disciplinata con il decreto legislativo 231 del 2001, che ha introdotto nel nostro ordinamento la possibilità di imputare alle persone giuridiche la responsabilità per reati commessi da loro organi o sottoposti, superando un quadro normativo che risaleva addirittura al diritto romano e condensato nel brocardo “Societas delinquere non potest”.

Per alcuni reati specificamente individuati dalla legge di riferimento (malversazione a danno dello Stato, indebita percezione di erogazione a danno dello Stato, concussione, corruzione per un atto d’ufficio e in atti giudiziari, truffa, frode informatica ai danni dello Stato e di altro ente pubblico) e commessi  nell’interesse e a vantaggio dell’ente, quest’ultimo può esser condannato al pagamento di pene pecuniarie (sempre) e sottoposto a sanzioni interdittive molto incisive, che vanno dall’interdizione dall’esercizio dell’attività al divieto di pubblicizzare beni e servizi, alla sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito, fino al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione. La legge prevede altresì che  nei casi in cui l’applicazione della sanzione interdittiva possa condurre all’interruzione delle attività dell’ente il giudice può, in alternativa, autorizzarne la prosecuzione commissariandolo per un periodo pari alla durata della sanzione interdittiva. Fastweb e Telecom Italia, si ricorda, ci sono andate molto vicine, con grave rischio per l’integrità del patrimonio aziendale e per le possibilità di sopravvivenza delle imprese sul mercato.

Appare evidente che l’irrogazione ad un’impresa commerciale di una delle sanzioni sopra elencate equivale a decretarne la morte, soprattutto in considerazione del fatto che tali misure afflittive possono essere comminate perfino in fase cautelare, con l’intollerabile conseguenza di un danno irreparabile ex post, nel caso di ribaltamento della decisione dei giudici a seguito della fase a cognizione piena.

Su questo aspetto e su un altro di cui dirò tra breve incide la proposta di legge presentata oggi da Benedetto Della Vedova, che modifica il regime vigente impedendo la comminazione di  sanzioni interdittive nella fase cautelare, ad eccezione del sequestro del profitto derivante dall’illecito ipotizzato, e uniformando l’efficacia esimente dei modelli organizzativi previsti dagli articoli 6 e 7 del decreto legislativo.

L’adozione da parte delle persone giuridiche di modelli organizzativi idonei a prevenire i reati  le esenta da responsabilità, ricadendo sul  Pm l’onere di provare la colpevolezza, se il fatto è commesso da soggetti sottoposti all’altrui direzione. Al contrario, per il caso di reati commessi da soggetti in posizione apicale (amministratori e direttore generale), l’attuale formulazione della normativa conduce all’inversione dell’onere della prova, per cui deve essere l’ente, pur in presenza di un modello organizzativo, a fornire elementi idonei a giustificare la corretta e concreta adozione del Modello e che l’autore dell’illecito lo abbia commesso eludendo fraudolentemente il Modello. Si tratta, evidentemente di una presunzione di colpevolezza che contrasta con il principio costituzionale di non colpevolezza, posto che la responsabilità de qua è pacificamente qualificata dalla dottrina come di natura penale.  La proposta di legge Della Vedova pone mano a questo regime vessatorio, attribuendo pari efficacia esimente ai modelli organizzativi adottati seguendo le linee guida ovvero i codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti e comunicati al Ministero della Giustizia, sia nel caso di reati commessi da sottoposti che per quelli commessi da soggetti in posizione apicale.

In compenso, in un’ottica generalpreventiva vengono raddoppiate le pene pecuniarie oggi vigenti, sulla base dell’assunto che è preferibile depauperare, momentaneamente, i centri di produzione della ricchezza piuttosto che distruggerli con sanzioni interdittive irreversibili.

Se, come pare, anche il Governo sta pensando ad un intervento emendativo sulla materia, la proposta Della Vedova pone un presupposto ulteriore all’emanazione di una legge più liberale ed equilibrata, capace di declinare in maniera più efficace e allo stesso meno afflittiva i principi di legalità e trasparenza sottesi al decreto legislativo del 2001.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “Punire le imprese che commettono reati senza distruggerle, la proposta di legge Della Vedova”

  1. Tutte le formulazioni di una legge sono sempre perfettibili, ma nel caso della 231 ritengo che il problema non sia tanto nella sua formulazione ma quanto sia nella sua scarsa comprensione e applicazione specie al di sotto di una certa dimensione aziendale. Ad esempio: L’inversione dell’onere della prova è sicuramente insolita nel nostro ordinamento giuridico, ma in questo caso non lede il principio di non colpevolezza in quanto è una legge basata su principi, per cui si presuppone una proattività da parte dell’impresa in cui il modello organizzativo e la sua effettiva applicazione è di fatto quella prova. Ovvero si declinano nel modello le modalità in cui sono attuati i principi nella specifica azienda, si potrà poi discutere dell’efficacia dei provvedimenti adottati, ma sicuramente non si pone il problema dell’azione volontaria. Ben diverso è un modello solo formale, anche certificato, che non serve a nulla se non come paravento. Quindi eliminarlo vuol dire tentare di trasformare una legge basta su indirizzi in una legge basta su regole. Quest’ultimo sistema anche se apparentemente più facile da seguire in quanto presuppone processi mentali associativi, è di fatto inutile nella individuazione di reati di un ente giuridico che richiede per essere attuati dei processi cognitivi ben più faticosi.
    Ovvero trasformare la formulazione della legge secondo un approccio riduzionista fatto di un’elencazione di formalità e regolette è la certezza dell’impunità e dell’inefficacia della legge. A questo proposito un compendio su studi recenti sull’efficacia delle leggi lo troviamo su “Heuristics and the Law (Dahlem Workshop Repor)” by Gerd Gigerenzer, Christoph Engel . Dove sono citati commenti vari autori che hanno ispirato i recenti indirizzi di molte norme adottate nei paesi industrializzati coem la 231/2001 in Italia.

Trackbacks/Pingbacks