– Gli effetti collaterali negativi derivanti da un arrivo casuale sul territorio di gruppi etnici di diversa provenienza, sono, in genere, minori rispetto a quelli derivanti da una maldestra “manipolazione” umana delle componenti etniche di una nazione. Sia nel senso della conservazione ed incremento della “purezza etnica”, se si ritiene, a torto,  che ad un incremento della purezza debba corrispondere un incremento dell’eticità pubblica e della coesione sociale.  Sia nel senso della creazione a tavolino di uno stato multietnico e multiculturale, non derivante da casuali e contingenti flussi di immigrazione da offerta e da domanda, quanto invece da programmazioni di tipo prevalentemente politico/burocratico, che somigliano ai “piani quinquennali” sovietici.

Questo non vuol dire che lo Stato debba rinunziare alla sua essenziale funzione di controllo dei flussi in entrata di immigrati, ma tale controllo deve essere il più possibile realistico e non ideologico. I danni provocati da comportamenti non pragmatici, ma finalizzati a “creare” con il misurino una super-nazione etnicamente pura o, viceversa, artificiosamente multietnica e multiculturale, rischiano di essere notevolmente maggiori rispetto ai danni derivanti da un imperfetto controllo dei flussi di immigrazione.

Solo adesso importanti esponenti governativi e tecnico-bancari, anche italiani, sembrano rendersi conto che l’Unione Europea, nel pazzesco intento di creare un superstato perfetto dove tutta la vita delle persone è retta da leggi, regole, direttive ultra burocratiche ed ultra pignolesche, si sta ponendo ai margini della “globalizzazione”, destinata ad essere superata da stati molto meno “perfezionisti”, ma molto più pragmatici e veloci degli europei nel cogliere le occasioni del mercato globale.

Forse sarebbe il caso di cominciare a riflettere anche sui gravissimi danni che hanno provocato all’Italia non i robusti flussi, legali e illegali, di immigrazione “da offerta” in quanto tale, quanto gli interventi di “controllo dei flussi” iniziati dagli anni ’80 del secolo scorso. Per decenni ci hanno fatto credere che prima della legge 943 del 1986 (a cui ha fatto seguito una marea di leggi e leggine: dalla  “Legge Martelli”, alla  “Turco-Napolitano” e ultimamente alla “Bossi-Fini” ) vi fosse in Italia il caos più totale, al quale andava posto riparo.

Anch’io per anni mi ero illuso che una serie di norme specifiche, aventi rango di leggi,  ponesse fine alla alta discrezionalità amministrativa delle circolari ministeriali ed interministeriali. Circolari, spesso “riservate”,  che regolamentavano l’immigrazione integrando  le scarne disposizioni sugli stranieri inserite nel Tulps del 1931 n. 773. Invece a 24 anni dalla legge 943/86 devo ammettere di essermi completamente sbagliato. I nostri governanti, di qualsiasi colore politico, che si sono succeduti in questi anni sono riusciti nel non facile intento di  fare con i loro interventi danni maggiori rispetto alla situazione precedente alla legge 943.

L’imposizione di visti per gli stati del Nord Africa non solo non ha impedito un flusso permanente di “immigrazione da offerta”, ma lo ha notevolmente incrementato. Prima i nord-africani entravano ed uscivano dall’Italia senza particolari problemi ed in genere non rimanevano a vivacchiare per strada quando non avevano lavoro, ma tornavano nei loro stati di origine, poi rientravano in Italia quando si ripresentavano prospettive di occupazione. Lo stesso dicasi per gli asiatici ed i sud-americani .

Però, visto che l’Italia aveva ratificato la Convenzione OIL del 1975, doveva far vedere che tutti i lavoratori erano trattati allo stesso modo, senza nessuna discriminazione… ma gli stranieri, malgrado questa dichiarata uguaglianza normativa, sono divenute le prime vittime del mercato del lavoro “duale” . Poi abbiamo dovuto adeguarci alle regole dei visti dell’area Schengen. Anche qui, vantaggi pochi, oneri e grattacapi tanti.

L’introduzione dei “flussi programmati” è stata un disastro, visto che non ha mai risposto ad una valutazione realistica delle esigenze del sistema produttivo e delle famiglie italiane, ma a motivazioni di natura strategica e diplomatica, quando non di bassa cucina interna. Il reato di immigrazione clandestina è stato dichiarato recentemente costituzionale dalla Consulta. Nei suoi aspetti pratici, rimane un mezzo per un fine amministrativo: l’espulsione del reo. Ma tale reato ha un senso se l’irregolarità compromette un ordine sociale, un equilibrio esistente e reale.

Se l’ordine non esiste, se il “sistema” è un insieme di squilibri e contro-squilibri tra domanda e offerta di immigrazione, se la programmazione dei flussi segue la logica del Gosplan ed è dettata da politici e da burocrati che si illudono di dosare a tavolino tot dosi di indiani, tot di arabi, tot di cinesi, come se fossero gli ingredienti di una ricetta di erboristeria…. ebbene in tal caso il “reato” confonde e non chiarisce, costa e non paga, porta insicurezza e non sicurezza.

La Consulta è caduta nel più classico wishful thinking: ha difeso la “ragione di Stato” alla programmazione dei flussi, come se questa esistesse e in questa forma fosse concretamente possibile. Invece non c’è, proprio perché così è impossibile ed è costantemente scavalcata dalla realtà e smentita dalle frequenti e inevitabili sanatorie di stranieri “non programmati”. L’unico punto delle politiche sull’immigrazione in cui la programmazione incontra la realtà.