– Durante Tangentopoli i partiti della Prima Repubblica così tentarono di resistere alle inchieste: negando tutto, anche la realtà dei fatti, e non solo la loro rilevanza penale; non solo contestando – come era doveroso – la legittimità di un’interpretazione puramente “criminologica” della storia politica del dopoguerra, ma addebitando ad un oscuro complotto mediatico-giudiziario le storie di ordinaria malversazione, che il collasso del sistema dei partiti aveva disvelato in tutta la loro crudezza.

La ragione per cui fu impossibile giungere ad una soluzione politica di Tangentopoli – che così si trascinò per oltre un decennio tra condanne, assoluzioni, suicidi e prescrizioni, seminando infine più ingiustizia che giustizia – si dovette a questa scelta suicida, con cui l’intera classe politica di governo della Prima Repubblica si consegnò nelle mani delle Procure e al risentimento di un’opinione pubblica sedotta dalle scorciatoie anti-politiche.

Di fronte alla canea mediatico-giudiziaria che affidava abusivamente ai magistrati il compito di raddrizzare e moralizzare la politica, il sistema dei partiti non rivendicò il diritto-dovere di rimettere ordine in una situazione scappata di mano, ma ebbe la pretesa di negare il disordine e il degrado, che – a volte dentro e a volte oltre i confini che le erano propri – la giustizia perseguiva penalmente e fustigava moralmente, cavalcando l’onda dell’indignazione popolare.

Mutatis mutandis, la reazione del PdL alle inchieste che coinvolgono alcuni dei suoi esponenti di vertice sembrano essere dello stesso tenore. Le inchieste sono tutte pilotate. Non c’è niente di vero. Se c’è qualcosa di vero, non è rilevante. Se è rilevante, non è reato. E se non è reato, allora non è nulla di cui la politica debba occuparsi.

Intanto, Cosentino si è dimesso dal Governo, ma non dal ruolo di coordinatore regionale da cui ha assistito, non sappiamo se partecipe o interessato, ma sicuramente informato, ad un’attività di killeraggio politico ai danni del candidato alla Presidenza della Regione, che il PdL gli aveva preferito. Si è dimesso a metà, e non lasciando la metà che prima, a nostro parere, avrebbe dovuto lasciare.

Anche in questo caso, il gruppo di vertice del PdL – a partire da Berlusconi – ha preferito guardare fuori, piuttosto che guardarsi dentro, e reagire in modo politicamente risentito e tatticamente difensivo alle accuse, prima di interrogarsi sui fatti e sulle ragioni dei fatti, su cui quelle accuse, magari discutibilmente, poggiano. Se l’approccio rimane questo, il futuro non si annuncia promettente.