A ciascuno il suo: io (Fiat) investo, tu (sindacalista) lavori. Altrimenti ti licenzio

– Un’azienda che in Italia si prenda la responsabilità di licenziare un rappresentante sindacale aziendale deve aspettarsi di essere condannata dal giudice, in quattro e quattr’otto, alla reintegrazione nel posto di lavoro. Nemmeno il presidente della Repubblica, che risponde soltanto per alto tradimento o per attentato alla Costituzione, è “blindato” al pari di un delegato sindacale.

Eppure la Fiat negli stabilimenti di Mirafiori e di Melfi non ha esitato ad assumere dei provvedimenti disciplinari (licenziamento incluso) nei confronti di alcuni delegati sindacali della Fiom, i quali, probabilmente, avevano compiuto i medesimi atti (ora censurati) tante altre volte nella più totale impunità. A chi scrive non piace andare a caccia di dietrologie ed immaginare puntigliose strategie studiate a tavolino. E’ un passatempo che lasciamo volentieri alla Fiom. Anche perché, come osservato in precedenza, la Fiat si confronterà a breve con dei giudici che plausibilmente  le daranno torto. Ma è difficile  non notare un cambio di passo e non collocare questi episodi nel contesto della vicenda dello stabilimento Giambattista Vico.

La linea di condotta della Fiat è abbastanza chiara. A Pomigliano d’Arco l’esito del referendum è stato netto e non equivoco, ma non si è tradotto in una sconfitta totale del no sostenuto dalla federazione dei metalmeccanici della Cgil, la quale non disarma e minaccia ogni tipo di opposizione possibile all’intesa sottoscritta dagli altri sindacati. Sergio Marchionne si sarà posto sicuramente il problema del “che fare?”; sarà stato tentato di piantare lì “baracca e burattini” e restare in Polonia. Ben presto, però, ha compreso di non avere a disposizione alcuna “uscita di sicurezza”.
Non avrebbe certamente dimostrato quella credibilità che è necessaria di fronte all’opinione pubblica se si fosse ritirato lamentando un risultato inferiore all’80%.

Non solo perché anche una vittoria ancor più netta e clamorosa non avrebbe disarmato il gruppo dirigente della Fiom, motivato soltanto a “far danni” sempre e comunque; ma soprattutto perché Marchionne non avrebbe mai potuto lasciare in braghe di tela quelle forze sindacali che, insieme a lui, avevano scommesso sul successo dell’operazione Pomigliano. Rinunciando all’investimento l’ad avrebbe subito, nei fatti, il veto della Fiom. Ecco perché la Fiat ha confermato l’intenzione di andare avanti, nonostante tutto, nonostante le tante criticità, vecchie e nuove. Per condurre in porto la sua strategia Marchionne ha davanti a sé una sola strada: essere rigoroso ed intransigente nel pretendere l’applicazione dell’accordo, usando tutti i mezzi a disposizione. L’intesa in fondo ha un solo obiettivo: cambiare radicalmente l’andazzo di alcuni stabilimenti situati nel Mezzogiorno (che poi costituiscono la vera prospettiva del gruppo in Italia), anche a costo di sopportare una fase di forte conflittualità. Non ha importanza il posto in cui lavorano i licenziati. Basta mandare dei segnali: anche nel campo delle relazioni sindacali è d’uso “parlare a nuora perché suocera intenda”. 

Mutatis mutandis (le differenze sono tante) la Fiat si trova nella medesima situazione che fu costretta ad affrontare ai tempi di Cesare Romiti tra la fine degli anni ’70 e l’inizio del decennio successivo. Allora, prima di impegnarsi in quel grande processo di ristrutturazione che salvò il gruppo da morte certa, Romiti decise di licenziare una ventina di lavoratori che si erano particolarmente distinti nelle lotte sindacali violente di quei tempi. I sindacati (tutti) protestarono e una certa parte della sinistra gridò alla repressione. Ma quella svolta, lo si scoprì ben presto, era indispensabile.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

2 Responses to “A ciascuno il suo: io (Fiat) investo, tu (sindacalista) lavori. Altrimenti ti licenzio”

  1. antonio ferrari scrive:

    quel che Cazzola si dimentica è che queste norme sono state volute da quella CGIL per la quale lui ha lavorato a lungo e di cui si è servito per fare carriera nell’amministrazione pubblica prima ed in politica poi.

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Link articolo originale:  A ciascuno il suo: io (Fiat) investo, tu (sindacalista) lavori … […]