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Nel supermarket della politica l’offerta non soddisfa tutta la domanda

– Nell’immaginario collettivo, la politica rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare, quell’insieme di funzioni che, una volta interconnesse tra loro, assumono il principale compito di soddisfare le esigenze della società nel suo complesso, ossia di una collettività che, mutando a ritmi sempre più incalzanti, modifica  anche i bisogni da essa espressi.

In una simile prospettiva, la gestione e l’esercizio concreto del potere, qui concepito e inteso latu sensu, si candida ad offrire soluzioni efficaci ed efficienti alle problematiche poste dai diversi attori sociali: dai gruppi di pressione alle associazioni di volontariato, dalle lobbies al Terzo Settore, ogni segmento della società cerca (e spera) di veder massimizzate le sue richieste e aspettative. Ne consegue che il processo di formulazione  e di attuazione delle politiche pubbliche finisce sempre più per essere visto alla stregua di un processo produttivo qualsiasi, in cui però la fase di avvio è gestita dagli stessi soggetti che, alla fine, godranno dell’output, cioè del risultato, del processo stesso. Detto in altri termini, la fruizione dei vantaggi derivanti dall’implementazione di una certa politica pubblica spetta a coloro i quali l’hanno formulata e concepita, non tenendo (quasi) mai conto della altre richieste poste in essere dagli outsiders, cioè da soggetti tradizionalmente estranei al controllo del policy cicle. La discriminante sarà allora determinata dal corretto inserimento, da parte dei diversi attori, all’interno del processo produttivo, perché sarà proprio dalla collocazione strategica degli stessi che dipenderà il soddisfacimento dei loro bisogni e necessità.

Sotto questo aspetto, non dovrebbe più di tanto stupire il fatto che la politica, ed in particolar modo la sua capacità di tradurre il potere in concreto e immediato intervento, sia spesso utilizzata come scudo di protezione di svariati special interests che, essendo per definizione di pochi e non di molti, costituiscono il patrimonio di determinati gruppi di pressione. Saranno prevalentemente questi ultimi a premere sui decisori pubblici, per far sì che le loro attese siano prese in considerazione da chi concretamente gestisce e manovra le leve del potere, con il risultato – in apparenza quasi scontato – , che ciascun advocacy group tenderà alla massimizzazione delle proprie utilità  e del proprio profitto, all’interno di un processo in cui la logica dello scambio consenso/politiche sembra essersi ormai ben consolidata. La concezione di una visione strumentale della politica rischia però di generare una distorsione del rapporto elettore/eletto, se il rappresentante si interesserà non tanto di cosa offrire alla collettività nella sua interezza, quanto di selezionare chi dovrà beneficiare di provvedimenti che finiranno per essere sempre più settoriali e specifici, dettagliati e particolaristici.

La messa in atto di interventi generati senza tener conto di tutte le domande provenienti dalla società, determina una definizione di politica che, per la maggioranza della popolazione, è da intendersi come attività orientata all’espressione più che alla decisione, attenta più all’apparire che all’essere, alla forma più che alla sostanza. Il riferimento è a quella serie di politiche definite simboliche, dal momento che si tratta di provvedimenti tesi a rafforzare il legame fra i detentori del potere e i cittadini, finendo però per legittimare i primi e dimenticare i secondi. Le strutture sociali, plasmate e modellate dalle politiche pubbliche, saranno tanto più funzionali e operative quanto più i decisori pubblici avranno saputo ascoltarle e considerarle. Ribadire questo assunto significa, in sostanza, affermare, sulla scia di quanto già espresse Lowi, che “policies determine politics”: la qualità delle politiche attuate determina (e condiziona) la qualità della strutture politiche e partitiche. ( T. J. Lowi, La scienza delle politiche, Il Mulino, 1999, p.38 ).

Coloro che invece non saranno riusciti ad inserirsi strategicamente nel processo di produzione delle politiche pubbliche, rimarranno i principali beneficiari di un potere meramente espressivo, che paragona l’elettore al consumatore, i partiti alle imprese, la propaganda alla pubblicità. A costoro resterà l’arduo compito di scegliere, tra le varie offerte, la proposta più allettante, più competitiva che , alla fine, è sempre quella che riesce ad attirare il maggior numero elettori in cambio di voti.


Autore: Angelica Stramazzi

Nata nel 1986, laureata in Scienze Politiche presso l’università Luiss “Guido Carli” di Roma, fa parte di un team di giovani ricercatori all’interno del dipartimento di Studi Politici dello stesso ateneo, occupandosi in particolare di studi di genere. Attenta al tema delle politiche giovanili, scrive per il sito di Generazione Italia e, occasionalmente, per Farefuturo Web Magazine, periodico della fondazione Fare Futuro.

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