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Sarko-nò. Il Presidente, azzoppato nella politica, inciampa anche nella giustizia

– L’affaire Bettencourt – la champagne fiction politico-tangentara che sta rischiando di travolgere, insieme all’establishment del partito presidenziale, il Presidente medesimo – più che uno scandalo pare una di quelle bombe umane che si innescano per far saltare in aria il nemico, ma che alla fine non si mai a chi faranno male davvero: a Sarkozy, al partito, alla stampa, alla magistratura o alla Repubblica dans l’ensemble?

In breve, i fatti.  Liliane Bettencourt – decrepita ereditiera della fortuna L’Oréal – è accusata dai suoi ex collaboratori di evasione fiscale, frode e finanziamento illecito ai partiti. La pratica delittuosa – reiterata – lega la Signora ad Eric Woerth (tesoriere dell’Ump, già Ministro del Bilancio, attuale Ministro del Lavoro), ed alla di lui consorte, Florence, consulente finanziaria del gruppo leader della cosmetique globale. Quando Woerth dirigeva il Budget, la moglie Florence consigliava la Bettencourt su come gabbare il fisco, cioè il dicastero di cui era responsabile il marito.

Ma il marito, invece di prendersela, avrebbe aiutato la consorte a realizzare la truffa in cambio di somme di danaro, contante e copioso (significativamente al di sopra delle 7.500 euro consentite dalla legge francese), elargito dalla vecchia miliardaria al partito del Presidente. Elargizioni costanti, sin dai tempi in cui Sarkozy era Sindaco di Neuilly (dove, per inciso, l’ereditiera tiene dimora), intensificatesi poi, in generosità ed illegalità, nel periodo della campagna sarko-presidenziale. Un botto.

Ad inguaiare la vecchia, l’ex maggiordomo che ha passato alla stampa, per qualche decina di migliaia di euro appena, le intercettazioni clandestine che proverebbero gli affari loschi dell’eclettica tardona. Ad inguaiare Sarkozy e Woerth, la ex segretaria amministrativa dell’ereditiera, Claire Thibout, che al cugino francese del Fatto Quotidiano, Mediapart, avrebbe raccontato di una somma di 150.000 euro versata dalla sua datrice di lavoro al tesoriere dell’Ump, Woerth appunto, per finanziare la campagna di Sarkozy. Usiamo il condizionale perché in realtà, dopo la pubblicazione dello scoop, la Thibout ritratta, almeno in parte. Nella nuova versione Sarkozy non c’entra.

Secondo Fabrice Lhomme, direttore del sito Mediapart (che con la testimonianza della contabile ha dato avvio alla seconda indagine giudiziaria), la Thibaud sarebbe entrata nel panico dopo aver compreso in quale razza di impiccio giacobino si fosse andata a cacciare. La ritrattazione, secondo il giornale online, sarebbe dunque dovuta alla pressione psicologica di questi giorni. Sapete, la deposizione in Procura, le telecamere di mezzo mondo, il governo falcidiato, il vestitino da tangentaro cucito addosso al Presidente…

Di giudiziariamente concreto al momento ci sono tre inchieste aperte dal Parquet di Nanterre:  sul maggiordomo, per le intercettazioni illegali; sulla miliardaria ed il suo amministratore, Patrice de Maistre, per frode ed evasione fiscale più finanziamento illecito, e su Florence Woerth, per la complicità nei reati fiscali. Niente formalmente su Woerth marito. Niente formalmente su Sarkozy.

Gli inquirenti tacciono. O meglio, trasmettano alla stampa gli atti, si presume riservati, dei loro interrogatori. Mediapart, per dire, il giorno della ritrattazione delle accuse da parte dell’accusanda, pubblica la versione integrale dei verbali dell’interrogatorio di Madamoiselle Thibaud presso il parquet inquirente, in cui la stessa:
a) conferma le accuse a Woerth – la bustarella di 150.000 ricevuta durante una cena personalmente dalle mani di Patrice de Maistre, amministratore dei beni Bettencourt;
b) scagiona, per mancanza di prove, Sarkozy;
c) racconta dei politici che frequentavano con assiduità chez Madame. Tra questi, l’intero governo ma pure la vedova Mitterand.

Ce n’è per tutti. E non basta ancora. Perché il giorno dopo è il turno di Marianne, il periodico gauchiste, gridare ‘pool’ e far fuoco sul Presidente: oltre trecentomila euro cash – scrive il giornale – sarebbero stati prelevati dal consorte della Bettencourt, in più tranche, nei quattro mesi precedenti la campagna presidenziale. Sospetti, indizi. Prove? Mah!

Potremmo andare avanti così, per ore. La vicenda si aggiorna di minuto in minuto. Spuntano nuovi testimoni, nuove rivelazioni, nuove smentite. L’ultima delle quali – un’inchiesta interna del Ministero del Budget – scagiona Woerth dall’accusa di aver favorito, o concorso con la moglie, alla truffa fiscale di Madame L’Oréal. Intanto però i poteri repubblicani sono in agitazione, tanto da consigliare al Presidente di intervenire su France 2, nella prima serata di lunedì, a parlare di…manovra economica e pensioni. Obiettivo ‘vaporizzazione’, insomma!

D’altra parte l’affaire Bettencourt è ormai una guerra soprattutto mediatica, dove le accuse diventano sentenze e le sentenze gridano vendetta senza, per la verità, troppi scrupoli garantisti. Certo, l’Eliseo ed il partito del Presidente ci provano a contraccusare l’accusatore, la stampa anti-governativa, di fare non giornalismo ma terrorismo politico. Il sospetto è che il mandante dello stillicidio di leaks – non confermati, ritrattati, poi ri-confermati e rilanciati… –  siano i socialisti, riferimento politico del battaglione di giornali – Le Monde, Rue89, Mediapart, Marianne, Libération – in prima linea nell’assalto all’affaire. Un film già visto, da noi, non si contano più le volte.

Giornali e magistratura in Francia non sono attori imparziali, estranei al potere ed indipendenti da esso. La componente politica c’è eccome, come c’è pure il fattore ‘competizione tra poteri’. Ma d’altra parte, questo avviene in ogni democrazia evoluta dove è normale che di fronte all’abuso di un potere gli altri reagiscano male, malissimo, nel modo peggiore che si possa pensare. Ecco dunque i media che, dapprima preziosi alleati, si fanno infine carnefici. Ed in genere questo non è mai causa, bensì conseguenza di una sconfitta politica evidentemente già consumata. È stato così per Blair. Potrebbe essere così anche adesso, con l’‘erede’ francese, Nicolas.

Questo scandalo avrebbe potuto scoppiare un anno fa, quando la procura di Nanterre aprì per la prima volta il dossier Bettencourt. Ma un anno fa i tempi non erano ancora politicamente maturi. Perché – dai  –  è di questo che parliamo: la sconfitta politica del Presidente bling-bling. È questo che ha fatto deflagrare lo scandalo. L’affaire pare il segnale – magari un po’ intimidatorio, ma certamente poco equivocabile – del fatto che il potere non è più dove si immagini sia, cioè nelle mani di uno come Sarkozy, uomo del fare che però ha fatto troppo e male.

Detto questo, mi raccomando, che non si smarrisca il cuore politico della faccenda. Che non è, ovviamente, se Sarkozy abbia preso finanziamenti illeciti o se sia politicamente scaduto, ma che ne farà di lui Carlà. Che dite, lo molla?


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Sarko-nò. Il Presidente, azzoppato nella politica, inciampa anche nella giustizia”

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  1. […] 13 luglio 2010 di Simona Bonfante per Libertiamo.it […]

  2. […] che assume la guida del Ministero del Lavoro succedendo ad Eric Woerth, il ministro travolto dall’affaire Bettencourt, e lascia la segreteria generale dell’Ump a Jean François Copé, già capogruppo dei […]

  3. test | OLTRE scrive:

    […] che assume la guida del Ministero del Lavoro succedendo ad Eric Woerth, il ministro travolto dall’affaire Bettencourt, e lascia la segreteria generale dell’Ump a Jean François Copé, già capogruppo dei […]