Obama sponsorizza la Turchia, ma Ankara guarda richiosamente a est

– Un tema caro a tutte le amministrazioni americane: la Turchia in Europa. Nella sua lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera la settimana scorsa, il presidente statunitense Barack Obama ci è tornato sopra. Come Bush prima di lui e come Clinton prima di Bush, anche Obama mira all’integrazione dell’alleato Nato nella struttura dell’Ue. E questo un po’ per motivi di consolidamento della posizione geopolitica americana (la sovrapposizione sempre più perfetta fra Ue e Nato permette inevitabilmente un maggior peso di Washington in Europa), un po’ per una visione strategica di lungo termine, secondo cui la Turchia è un avamposto occidentale in Asia.

Ma ancora senso parlare in questi termini ai tempi di Erdogan? La Turchia di oggi è ancora un avamposto occidentale in Asia e nel mondo islamico? Sì. Dal punto di vista di Obama. Perché il premier Recep Tayyip Erdogan è visto dall’amministrazione americana come un esempio di riformatore democratico musulmano, utile a indicare la via della modernità agli altri Paesi islamici, Iran compreso. Percependo la Turchia come un “ponte” fra due culture più che un tradizionale “avamposto”, Obama ritiene che il Paese più orientale dell’Alleanza Atlantica possa spianare la strada a migliori relazioni fra Occidente e Islam. Dunque, sempre nella sua ottica, è ancora meglio se i turchi si islamizzano “a modo loro” e votano per un governo che, fino a poco tempo fa, dichiarava come slogan “i minareti saranno le nostre baionette”. Quella statunitense viene presentata da Obama come una sfida da vincere nel breve periodo, perché la Turchia potrebbe “guardare in altre direzioni” se dovesse essere delusa dall’Ue.

Il problema è che, da almeno due anni, la politica estera di Ankara sta già guardando in “altre direzioni”, cioè verso l’Iran. La condanna all’azione militare israeliana a Gaza, lo sdoganamento politico di Hezbollah e Hamas, l’organizzazione (con la benedizione di Erdogan) della spedizione della Freedom Flotilla per violare il blocco di Gaza, poi finita nella tragedia del 31 maggio scorso (i 9 morti sulla nave turca Mavi Marmara), sono tutti gesti volti ad attirare l’attenzione e la fiducia del regime di Teheran e non di altri. Perché solo Teheran, contrariamente ai regimi islamici moderati, riconosce la legittimità del regime di Hamas a Gaza e pilota direttamente Hezbollah in Libano.

A questa serie di atti simbolici e concreti aggiungiamo anche il tentativo di far saltare le sanzioni all’Iran, con l’accordo (mediato da Erdogan assieme al presidente brasiliano Lula) sul programma nucleare, ottenuto negli ultimi giorni prima del voto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E aggiungiamo anche i ben pubblicizzati scambi di visite, con relativi accordi commerciali, di Erdogan in Iran e di Ahmadinejad in Turchia. E il quadro che appare è relativamente chiaro: Ankara guarda a Est.

Perché è delusa dall’Ovest? Non solo: l’ideologia del partito di governo (Akp) è dichiaratamente islamica. Era meno evidente quando l’apparato militare, giudiziario e il presidente della repubblica erano ancora laici e kemalisti. Da quando il presidente è egli stesso un islamico (Abdullah Gul) e gli ufficiali dell’esercito sono stati screditati in massa in seguito al processo sul presunto progetto di golpe “Ergenekon” (i cui contorni sono ancora molto oscuri), il partito di maggioranza, l’Akp, ha una maggior libertà di azione. E le ripercussioni sulla politica estera, più ancora che su quella interna, sono molto forti. “Non integratevi” suggerisce Erdogan ai turchi emigrati in Germania. E la sua è una presa di posizione culturale, non il frutto di una delusione diplomatica e politica.

Come risponde Bruxelles a questa tendenza? L’Unione Europea ha sempre premuto per un maggior rispetto dei diritti umani e delle regole democratiche in Turchia, prima di considerare una sua eventuale integrazione. Paradossalmente, più vengono rispettate le regole democratiche, più il partito islamico guadagna potere. L’autunno caldo che ci si attende ad Ankara in vista del prossimo 12 settembre (anniversario del golpe militare turco del 1981), quando si terrà il referendum costituzionale, è solo l’ultimo esempio di questo paradosso. L’Akp infatti ha proposto un pacchetto di riforme che prevede l’abrogazione o il cambio di 26 articoli della legge suprema.

Sulla carta, sono tutte liberali e democratiche: si chiede di allargare il bacino di reclutamento dei giudici della Corte Suprema, di riformare in senso più democratico il sistema di elezione della Corte, di abolire l’articolo 15 della Costituzione che impedisce l’arresto dei golpisti (laici) del 1981, di poter processare i militari nei tribunali civili, di proibire lo scioglimento d’autorità di un partito politico. Al di là delle richieste di riforme sociali (introduzione del contratto collettivo nazionale, diritto di sciopero nel pubblico impiego) e liberali (istituzione di un ombudsman, diritto alla privacy, uguaglianza fra i sessi), l’impatto politico della riforma è principalmente un potenziamento dell’Akp, che potrebbe contendere la maggioranza della Corte Suprema ai laici e processare i militari. In poche parole: sbarazzarsi dell’élite politica kemalista.

Con un atto giudicato autoritario dall’Akp, la Corte Suprema ha modificato la sostanza delle riforme che la riguardano direttamente. Il partito islamico protesta per il deficit democratico che ancora caratterizza l’organo costituzionale turco e si prepara a dar battaglia sui punti del suo pacchetto che verranno votati dal popolo il prossimo 12 settembre. Se la riforma dell’Akp dovesse riuscire, se la Corte Suprema non riuscisse a fermarla, la Turchia sarebbe certamente più democratica. Ma a quel punto l’Akp diverrebbe ancora più forte. E dunque Ankara sarà più vicina o più lontana all’Unione Europea? E Bruxelles cosa farà?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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